I pescatori

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1977, La lampara “il Porticello” 

La categoria dei pescatori lungi dall’essere il comparto più fortunato di un paese circondato dal mare come Vieste, era una delle classi più a rischio professionale  soprattutto per la mancanza di un porto rifugio, bastava un temporale per mettere a rischio i natanti o per disperdersi in mare. Le barche, piccole e leggere, dedite alla pesca locale erano quelle meno a rischio, poiché, anche se con estremo sacrificio venivano “tirate a secco” ovvero portati a ricoverare sulle spiagge, questa specie di scalo era molto frequente alla marina piccola, poiché quella centrale in paese. Le barche erano le lanze, le più grandi, di massimo 8 metri, poravano 4 o 5 pescatori e i battelli per la pesca sotto costa di circa 6 metri e mezzo che portavano 2 pescatori, andavano a vela e remi , dopo il 1950 arrivarono le lampare a motore che pescavano con l’aiuto di una fonte luminosa. La prima lampara fu acquistata a Giulianova dalla società creata nel 1953 da Michele Ranalli Trembone, Antonio di Rodi u Sicche, Luigi Maiorano u Jenghe , si chiamava la “Madonna della Nadia”, poi arrivarono le altre, le più numerose erano dei f.lli De Cristoforo di Manfredonia , ma comandate da un capopesca viestano, Salvatore Mattera, detto u culunnel, per la sua bravura., poi c’era Nicola Bua Cambedane, capopesca e proprietario della S. Maria di merino, i F.lli Grima proprietari del Cosma e Damiano e altre lampare, i Colella, padre Franchino e il figlio Matteo Malacarne, proprietari negli anni ’70 del Maestrale, attivo ancora oggi et al. Si pescavano le sarde e le alici, triglie, merluzzi, le vope (bobbe) e suveri e lacerti, i grandi e prestigiosi pesci sono un prerogativa moderna.

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Pescatori che rammendano le reti, 1958

Quello del pescatore di una volta era un mestiere dalle grandi abilità e sacrificio, non solo si usciva in mare con tutti i connessi pericoli, ma al rientro bisognava rattoppare una rete o una vela strappata,  si “spudicavano” i pesci dalle maglie della rete, si stendevano le reti ad asciugare, per evitare che i sottili fili di cotone si rovinassero e una volta al mese bisognava tingerle di rosso con la corteccia di pino, precedentemente essiccata, poi arrivarono le reti in nylon.

Riportiamo come testimonianza del tipo di imbarcazioni e del tipo di merce trasportata alcuni dei scali documentati al porto di Barletta, negli anni 1871-75, possiamo vedere come a Vieste erano attivi brazzere, pielaghi, paranzelli, oltre che trabaccoli, trasportavano da Vieste legna da ardere, resina (Manna), tavole, remi, carboni, pesce salato e limoni, mentre portavano a Vieste patate, cipolle, pasta, sacchi vuoti, vino, orzo.

Nel 1937 fu costituita la compagnia portuale viestana insieme a quella di Rodi Garganico e furono definiti i ruoli e le tariffe per velieri e motovelieri, stabilendo 7 scali:

 

 

I Trabaccoli

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1903, trabaccolo alla punta della banchina

Erano delle imbarcazioni molte diffuse nell’Adriatico dal 1800 fino agli anni’60, nati come velieri si dotarono di motore ausiliario e avendo una stiva molto ampia, capace di trasportare fino a 150 tonnellate, oltre alla pesca, erano usati soprattutto per il trasporto. Caratteristiche erano i suoi due alberi con ampie vele, colorate uniformemente in giallo ocra o mattone, e la sua ampia prua sulla quale c’erano sempre due occhi in rilievo, che identificavano l’armatore. La lunghezza era variabile dai 12 ai 20 metri e l’equipaggio

trabaccolo giovanni pascoli museo della marineria cesenatico
Il trabaccolo Giovanni Pascoli, al museo della marineria di Cesenatico, fu operativo nel trasporto verso verso la Dalmazia dal 53 al 60 a Vieste

era formato da 4 fino a 5 uomini. Fino al 1943 a Vieste erano mezzo principale per il traffico marittimo con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia e in particolare con le città della Dalmazia, e con il nord dell’Adriatico, come Trieste e Venezia, trasportavano la nostra frutta, principalmente gli agrumi, molto richiesti, ma non mancavano i meloni e le carrube, i cotogni (mele) e la melagrana, che erano molo richiesti; quando erano ormeggiati nei porti, diventavano dei veri e propri mercatini e vendevano anche frutta al minuto, oltre all’ingrosso.

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1943 il trabaccolo Salvatore a Novigrad, sul molo l’equipaggio, davanti Calderisi Giulio, Dimaso Pasquale, De Maria Mario, una bambina, il capitano Francesco Di Biasedetto Barbanera; dietro Calderisi Matteo e Candelma Girolamo. Si nota chiaramente che trasportava legna da Vieste.

Dalla Dalmazia i nostri trabaccoli tornavano sempre con qualche prodotto tipico di quella regione, come l’asinello “dalmazzese” una razza particolarmente piccola di statura, non mancava il contrabbando dal momento che Zara era porto franco, come il caffè, Il tabacco “Barba del Sultano” e il liquore. Erano necessarie circa 24 ore per raggiungere Zara da Vieste e a Zara viveva una vera e propri comunità di Viestani di circa 100 persone, erano imparentati con gli equipaggi dei Trabaccoli. Dopo la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne di regime comunista e la nazionalizzazione dell’attività economica, nonché la mancanza di quotazione ufficiale della moneta, chiuse le frontiere al traffico con le altre nazioni: fu l’inizio della fine dei Trabaccoli.

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Il trabaccolo Salvatore a Zara, 1935, l’equipaggio da sinistra: Giacomo Caizzi, N.Id., un bambino, Pasquale Scala, Felice Uva con il melone in mano, erano molto richiesti i nostri meloni a Zara.

Iniziarono il trasporto di legna da ardere e corteccia di Pino con le altre città dell’Adriatico, soprattutto Chioggia e Venezia, ma la merce trasportata non fruttava un considerevole guadagno, e soprattutto la concorrenza del trasporto via terra era più pratica e meno costosa, così i suoi equipaggi iniziarono ad impiegarsi sui piroscafi o cambiarono professione e il Trabaccolo divenne un’imbarcazione obsoleta.

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Il trabaccolo San Domenico

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi: il Cromo, il S.Domenico dei F.lli Pecorelli “Cazzaridde” , il S. Giuseppe di Patrone Gaspare “Gascparre”,( raro proprietario unico con licenza di Patrone marittimo) il Salvatore di Giacomo Guzzi “Paskalotte- Giachomuzze” (affondato nel porto di Chioggia), il S.Maria di Corsignana poi Pietre Nere di Francesco e Nicola Gimma e Vincenzo Mastromatteo, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Zivolo, poi M.Assunta dei F.lli Uva “ze mattej, cenzenelle, cejuzze” il S. Giorgio di Stefano Ragno “Gnuche, Gnuche” il Colombo di Gaetano Candelma “Badoglio” , la Bella Maria di Paolo Lombardi “Pavlucce”, il Luigina di Giannicola Ruggieri.

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1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , davanti si notano i tipici occhi che contraddistinguono l’armatore

Ma come funzionava la proprietà? A quote dette Carati, solitamente una intera proprietà era di 24 Carati, quote che si vendevano ad amici, parenti o commercianti, il fondo cassa per comperare la merce da esportare si chiedeva ai commercianti locali che poi venivano pagati al ritorno, quando si divideva il guadagno, tolte le spese, tra i marinai e i proprietari, molto spesso non era un lauto guadagno, ma bastava per avere da mangiare e a quei tempi era il necessario, chi aveva la fortuna di portare soldi sufficienti a casa, pensava a far studiare i figli, per un futuro migliore, non si pensava mai di farli diventare pescaori, molti professionisti viestani sono i figli e nipoti di trabaccolisti, come i Chionchio, Ruggieri, Ragno, Pecorelli,…

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Gennaio 1956, Trabaccoli nella furia della tempesta

 

 

I Trabucchi di Vieste

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1974 Trabucco di punta S. Croce

I trabucchi sono mezzi di pesca tradizionali tipici della costa Garganica e abruzzese, la struttura assomiglia ad una palafitta, costruita sulla roccia e traboccante sulla costa. Il trabucco garganico ha avuto più o meno un settantennio di vita dal 1885 al 1950, le sue origini sono ignote, Don Marco della Malva asserisce abbiano origini Viestane e che sia stato un prete, il Villani ad ingegnarli, in verità quello del canonico della cattedrale don Andrea Villani, è la più antica fonte scritta che si ritrova relativa ad un trabucco, se ne trova traccia in un sinodo diocesano del 1885, molto più probabile è che sia stato uno dei primi finanziatori per la costruzione di un trabucco, la cui rendita doveva aggiungersi a quella agricola della diocesi.

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Trabucco alla Ripa, anni ’60

Possiamo ipotizzare che il trabucco sia un invenzione di marinai con esperienza che avevano osservato i banchi di pesce che nuotavano sotto costa, particolarmente sul Gargano dove dal lago di Lesina e Varano branchi enormi di cefali, si muovono per depositare negli anfratti costieri garganici le uova al sicuro dai delfini, si dice vadano a “svernare” nella stagione invernale, quindi il movimento dei branchi è da Nord, ovvero dai laghi, oppure da Sud verso i laghi, la scelta della posizione del trabucco era legata a queste migrazioni e il trabucco di “maestro” era orientato verso nord, per l’arrivo dei branchi e si pescava bene in autunno, mentre quello verso sud di “levante” destinato a pescare i branchi di ritorno, era di buona pesca da febbraio a primavera.

La struttura

trabucco ef aro 74

  1. I PALI sepponde

Sono le palafitte su cui poggia l’intera struttura del trabucco, possono variare da 16 a 25 in base alla struttura della roccia su ci sono impiantati attraverso profondi buchi su cui vengono cugnati, impiantati ed adattati i pali di pino d’Aleppo, appositamente tagliati e scortecciati nonché curati per la destinazione nei mesi secchi da Gennaio ad Agosto.

  1. IL PONTE – PALCHETTO

è la superficie di lavoro, il palco sulle palafitte di legno, nel linguaggio specifico di manovra è la “terra”

  1. L’ ARGANO i ciucce

È sistemato sul ponte ed è l’anima delle manovre di alzata e calata della rete, è un palo con due pali perpendicolari detti ciucci che si girano per avvolgere le 6 funi – i vendele – che reggono la rete

  1. CASOTTO

è un piccolo ricovero per i pescatori e per gli attrezzi

  1. ALBERI – MONTANTI

Sono i due pali portanti dei tiranti, funi che tengono l’intero trabucco saldo che sono tenuti a terra sulla roccia attraverso picchetti o codittoni, sono fatti di robusti pali legno di castagno, solitamente viene aggiunto uno spezzone di altro palo per raggiungere l’altezza giusta

  1. ANTENNE

Sono sicuramente la parte più importante che permette al trabucco di affacciarsi sul mare per stendere la rete, sono tutti i pali che dal ponte si diramano sorretti dai tiranti degli alberi, hanno funzioni diverse a seconda della posizione, come lo spuntone (7) o il pennoncino (8)alle loro estremità sono attaccate delle carrucole che permettono alle funi di scorrere, sono anche purtroppo la componente più fragile, basta una follata di vento a rete aperta che questa si gonfia come una vela e si porta dietro a fondo le antenne, distruggendo il meccanismo del trabucco

  1. ALBERO DEL RETINO O SPUNTONE
  2. PENNONCINO O PICCOLA ANTENNA
  3. VEDETTA

È l’uomo che si arrampica sul pennone per avvisare quando la rete è piena, allora avvisa gli uomini a riposo sul palco con la parola d’ordine “vira” e si attivano i ciucci per tirare su la rete, il pesce viene tirato fuori con la sallipciera ovvero un lungo palo con un retino ad imbuto all’estremità

  1. TIRANTI

Fili di ferro che sorreggono gli alberi alla roccia e le antenne agli alberi, allo scopo di tenere la costruzione salda da oscillazione

  1. RETE

Le prime erano di cotone poi furono di nylon, quando è appesa alle antenne assume la forma di un cratere, le maglie sono più larghe verso le antenne e diventano strettissime al centro, quando si cala la rete al suo centro si pone l’esca , un pesce vivo che attira i banchi di passaggio.

cartina trabucchi

I trabucchi viestani erano in tutto 26, la maggior parte sono andati distrutti da tempeste e mare grosso, poi mai ricostruiti perché il pesce verso gli anni 60 scarseggiava e i trabucchi non erano più redditizi, ne sono rimasti più o meno 6 (contrassegnati con il segno +)

  1. La Chianca (terraferma)
  2. Isola della Chianca +
  3. Porticello
  4. Tufara o Puzzachje +
  5. Molinella +
  6. Puntalunga +
  7. Cemenej
  8. S. Lorenzo +
  9. Punta la torre o S. Croce +
  10. Isola di S. Eufemia
  11. Grotta delle travi
  12. S. Francesco +
  13. Sotto la ripa
  14. U Ponde (il ponte)
  15. U cafè
  16. Sdrupatoij (dietro la Gattarella, verso levante)
  17. Gattarella
  18. L’Architello
  19. San Felice
  20. Punta della testa o Testa del Gargano +
  21. La Calassinze – Calasensi
  22. Sanguinaria
  23. Porto Greco
  24. Chianca liscia
  25. Pugnochiuso “u fer”
  26. Cala della pergola
sotto il ponte 1934
Trabucco di sotto il ponte, primi del ‘900

La pescata più fortunata che si ricorda fu quella del trabucco di Calasensi, vicino Campi, di Santino Ruggieri, Razejine San Giuvanne, 40 quintali di Cefali in una sola virata, alzata di rete, lo stesso giorno il trabucco di testa del Gargano prese 16 quintali e quello di s. Felice 6.

Ciccille Galiotte e il nipote Mimmmo sulla teleferica costruita per raggiungere il trabucco alla chianaca
Ciccill’ Aliota e il nipote Giacomo sulla teleferica da lui costruita, per raggiungere il trabucco sull’isola della Chianca dalla terra ferma

I primi trabucchi ad essere costruiti furono quelli prossimi al paese, come quello delle travi, di S. Francesco, S. Croce…mettere in piedi un trabucco, pur utilizzando in parte materiale di recupero, costava dai 6 agli 8 milioni, la spesa più ingente è il filo di ferro per i tiranti, ce ne vorrebbero almeno 5 quintali! A questa spesa bisognava aggiungere le circa 50 mila lire di concessione per l’occupazione del suolo e dello specchio d’acqua impegnato, una tassa, quella di concessione ancora attiva oggi.

frtelli cirillo 59 ripa
Trabucco alla ripa 1959, in posa i f.lli Cirillo figli dei finanziatori del trabucco

L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, e nei tempi d’oro non mancavano i finanziatori, tra le famiglie benestanti del paese, come i Cirillo, gli Spina e i Medina. L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, storiche rimasero le famiglie dei trabuccolanti come i Dell’Aquila Mattejucce, Francische e Libero che possedevano il trabucco a San Francesco e Porticello, I f.lli Ruggieri Razzejine, San Giuvanne, Maste Peppe che conducevano quello di Calasensi, Gattarella e punta della testa, gli Aliota Francesco e nipote Giacomo, quello di Grotta delle travi e Chianca, Sandine Sassine, Ninucce e Unard Fascinedde quello di sotto la Ripa.

La fine dei trabucchi è legata alle vicende dei laghi, in particolare a quello di Varano, ove sulla foce di Capojale nel 1965, si ultimarono i lavori di sbarramento del lago; il consorzio di bonifica della capitanata ultimò un opera da 60 milioni di lire, sbarrando il lago con griglie mobili per evitare l’esodo stagionale dei pesci dal lago, ma il mancato ricambio con le acque del mare, determinò la morte ittica del lago, un disastro che costò l’affondamento del mercato ittico di Varano, ma di conseguenza anche dei trabucchi.

Ciccille aliota trabucco travi con firma
Francesco Aliota e famiglia, sul trabucco della grotta delle travi

Oggi i trabucchi sono salvaguardati dall’associazione “La rinascita dei trabucchi storici” vedi

Il Dolmen di Molinella

dolmen 48Nel 1948 Salvatore Puglisi identificò sull’altura di Molinella, piccolo promontorio prospiciente il mare a Vieste, un stanziamento di epoca protostorica costituito da numerose tracce di fori per palificazioni e adattamenti della roccia che facevano parte di un insediamento capannicolo, inoltre identificò in tre lastroni ortostati, presenti sulla sommità del promontorio i resti di una struttura dolmenica. Al tempo fu considerato un ritrovamento eccezionale dal momento che non erano noti altri monumenti del genere a Nord dell’Ofanto, in realtà altri dolmen furono ritrovati nei decenni seguenti a Madonna del Cristo presso Rignano Garganico e a Pulsano a Monte S. Angelo, che allinearono il Gargano con il resto della penisola pugliese circa l’usanza diffusa nell’età del Bronzo di costruzioni artificiali, come ipogei e dolmen funerari, misti all’adeguamento di grotte naturali. Il popolamento si caratterizza per la ricerca di posizioni strategiche per l’attività di scambio con comunità prossime complementari e i centri costieri garganici si rivelano molto attivi nello scambio via mare, per il quale fungeranno da mediatrici per le comunità poste più all’interno.
Durante il mese di Aprile del 1981, l’area demaniale di Molinella fu interessata da lavori abusivi di sbancamento allo scopo di eliminare nel punto ove sorgeva il monumento, l’eminenza del terreno per la costruzione di una strada, che hanno provocato la completa distruzione del Dolmen, tuttavia la tempestiva segnalazione attivata dai sempre solerti sigg. Ruggieri Giuseppe e Antonio Cirillo di Vieste all’Ufficio della Soprintendenza di Foggia ha permesso il recupero dal terreno sconvolto di alcuni materiali archeologici come diversi manufatti litici ed ossei, reperti ceramici e una spada in bronzo, analizzati e rapportati nel mese di Maggio del 1982 da Maria Luisa Nava.
Il dolmen era costituito da tre grandi lastre emergenti verticalmente dal terreno e ravvicinate all’estremità, ricavate dal medesimo calcare nummulitico eocenico che costituisce l’altura di Molinella, la lastra A era alta 2,46 e larga 1,70 m, ortogonalmente ad essa si appoggiava la lastra B alta m 1,20 per 1 metro di larghezza e la lastra C era in proseguimento SE della lastra A; adagiata alla parete sud-est della lastra A, la più grande, il Puglisi rinvenne una sepoltura priva di corredo protetta verso l’esterno da un muretto di pietre, disposte con andamento semicircolare, l’individuo era adagiato sul fianco destro, con il volto rivolto ad Ovest e ricoperto da uno strato di gusci di molluschi. L’area circostante al dolmen era caratterizzato da tracce di un abitato di capanne con fondo scavato nella roccia, di cui permangono i fori e gli adattamenti ai dislivelli del suolo. Il villaggio era delimitato da una struttura difensiva ad aggere, posta all’inizio del declivio del promontorio sul lato verso terra, caratterizzato da un muraglione, che doveva essere lungo 40 metri e di larghezza variabile dai 3 ai 3.40 metri, composto da grandi pietre giustapposte all’esterno e da terreno compatto misto a pietre di dimensioni variabile all’interno,

Difesa muraria, villaggio capannicolo, scavo 1984

in quest’area fu ritrovata una seconda sepoltura identica a quella ritrovata presso il corridoio del Dolmen, ma entrambi le deposizioni furono distrutte da ignoti il giorno dopo la scoperta del Puglisi.
Dopo la distruzione del Dolmen, nel terreno smosso furono identificati da M.L. Nava 10 reperti, ipotizzabili quali componenti di un corredo funerario data la tipologia del materiale, ma risulta impossibile determinare se facenti parte di un’unica sepoltura o di plurime ascrivibili ad un arco cronologico ristretto. Presso la parete rocciosa di NE è stato rinvenuto un focolare con frammenti ceramici e due frammenti di piastre di fornelli. Nello strato sabbioso a contatto con la roccia è stato ritrovato un frammento di ceramica micenea, attribuibile al Miceneo II B, che permette di datare l’inizio della frequentazione del sito con esattezza al bronzo medio. Tra gli altri fittili rinvenuti in capanna una ciotola con orlo estroflesso, tazze con carena a spigolo, di seguito l’elenco con riferimento numerico dei ritrovamenti:

  1. Vaso ovoide monoansato
  2. Ansa a nastro verticale
  3. Tazza carenata frammentaria
  4. Frammento di orlo estroflesso
  5. Frammento di cordone a tacche
  6. Spada di bronzo
  7. Frammento di ascia-martello in pietra levigata
  8. Frammento di lama in selce
  9. Macinello in pietra lavica
  10. Lisciatoio in osso

 

1. Vaso ovoide monoansato 2. Frammento di ascia martello 3. Frammento di lama in selce 4. Macinello in pietra lavica

Il Vaso di forma ovoide d’impasto bruno di ceramica con unica ansa sulla spalla, all’attacco del collo, contiene una sepoltura a cremazione e una spada di bronzo ravvolta su se stessa, lacunosa dell’impugnatura, ha una lama piuttosto lunga e spessa e a margini pressoché paralleli, e dunque del tipo ‘da fendente’, che trovai migliori riscontri negli esemplari del Bronzo recente.

1. Ansa a nastro verticale 2. Lisciatoio in osso 3. Spada in bronzo

Tutti i reperti sono ascrivibili all’età del Bronzo recente, III millennio a.C.
La Puglia settentrionale è indubbiamente una delle più precoci aree di elaborazione del rito della cremazione in urna nell’ambito dell’età del bronzo, lo stesso frammento di ceramica micenea ritrovato a Molinella attesta l’origine egea del diffondersi in Daunia del rito di incinerazione durane il bronzo recente, il piccolo frammento era molto probabilmente appartenente ad un alàbastron, ma il ritrovamento attesta anche il ruolo significativo che Vieste, insieme a Peschici (Manaccora) ricoprivano nel corso del II millennio a.C. quali luoghi di facile approdo per l’attività di scambio con il mediterraneo orientale.

il muro di difesa, lato terra. Scavo M.L.Nava 1984

Il lavoro

Nella Vieste pre-turistica le fonti di guadagno e le possibilità lavorative erano legate alle risorse offerte dal territorio, di queste oggi sopravvive la produzione olearia, vinaria e ittica, destinata per la maggior parte al fabbisogno locale, mentre fino al secolo antecedente il maggior volume di produzione permetteva una discreta esportazione verso le località confinanti . Le produzioni e i mestieri di una volta vedranno la loro estinzione a causa dell’avanzare del progresso, altre volte a causa di avvenimenti politici e a livello locale soventemente a causa dello sfruttamento delle risorse.

1920, segheria a vapore del cav. Michele Scannapieco al Pantanello

Nella seconda metà dell’ottocento fu installata al Pantanello (Via Verdi) una segheria a vapore da una società francese, vi si lavorava il legname esboscato dalla foresta umbra e importato dalla costa dalmata-istriana, nel 1898 sarà acquistata dal Cav. Michele Scannapieco , che la trasferirà successivamente in località Mandrione, affiancandole una falegnameria; nel 1921 l’attività sarà rilevata dallo stato e impiegherà 70 operai.

Pantanello, Via Verdi “Il solfuro” impianto per l’estrazione dell’olio non commestibile dai residui della sansa, il capannone e le ciminiere sono stati demoliti nel 1990.

Al Pantanello la segheria dismessa sarà destinata alla lavorazione del pomodoro pelato e negli anni ’30 diventerà un impianto per l’estrazione dell’olio dalla sansa, localmente chiamato “il solfuro” l’impianto cesserà la produzione negli anni ’80 e sarà demolito nel 1990. La Cirio sull’altura della santa Croce prima e a Mandrione successivamente, impiegherà 200 operai dal 1935 al 1974. La carbonaia di Campi rappresenterà fino agli anni’50 la fortunata offerta di giornate lavorative per i mestieri legati alla stagionalità come la pesca e l’agricoltura, oltre i lavoratori impiegati nella carbonaia esisteva il mestiere del “Cravunire” che vendeva la carbonella a sacchi, utilizzata per riscaldare le case, attraverso il braciere (u vrascire), vendeva anche sacchi di “strummele”, pigne utilizzate per accendere la legna in cucina.

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Anni ’30 Camion alimentato a gassogeno, ovvero a combustione di legna, adibito al trasporto dei ronchi d’albero esboscati dalla foresta Umbra. Davanti all’opera al motore, Sante Raduano
1936 trattore in un campo di grano di Biagio Mafrolla il giorno della visita della commissione provinciale di propaganda agraria
1935, mietitrebbiatura del grano, Campo di coltivazione di Biagio Mafrolla

La carbonaia risulterà particolarmente attiva negli anni dell’autarchia del 1935, quando l’Italia subirà le misure punitive per la politica espansionistica nell’Africa orientale e l’Inghilterra, la Francia e la Russia chiuderanno alla nostra nazione le vie commerciali, il governo fascista sopperirà alla mancata importazione dei combustibili, incoraggiando la produzione di carbone, in tutta Italia i mezzi di trasporto verranno alimentati a gasogeno e anche Vieste avrà l’unico camion che brucia legna, utilizzato per il trasporto dei tronchi d’albero da e per la segheria, guidato e curato da Sante Raduano.

Azienda agricola “Macinino” di Biagio Mafrolla 1931

L’autarchia porterà sul versante alimentare ad incoraggiare la produzione del grano, favorendo la coltivazione anche sulle zone collinari, sarà Biagio Mafrolla il latifondista attivo e premiato per la produzione del grano. Il trasporto era quasi esclusivamente praticato via mare, dal 1800 fino agli anni’60, furono i trabaccoli, prima velieri e successivamente dotati di motore ausiliario, le imbarcazioni capaci di trasportare fino a 150 tonnellate, utilizzate per la pesca e l’importazione ed esportazione delle derrate alimentari , dei tronchi e cortecce di albero, della manna (pece, resina) e attivissimo era il commercio della frutta con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia, molto richiesti erano i nostri agrumi, i meloni e le carrube.

1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , usato come trasporto per raggiungere Campi, il sindaco si recava a visionare la progettazione della strada Vieste-Campi

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi il Cromo, il S.Domenico, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Salvatore, il S.Maria di Corsignana, et al. Molto diffuso era anche il trasporto da e per Barletta attraverso imbarcazioni quali il paranzello, le brazzere e i pielago, che commerciavano tra le coste i limoni, il pesce salato, la legna e il carbone da Vieste e le patate, le cipolle, i sacchi di iuta, l’orzo da Barletta. Tra i mestieri estinti, “U Vuttare” il bottaio, “u stagnare” che costruiva oggetti con lo stagno e lo zinco, come i bracieri e i secchi, gli ultimi sono stati Fabrizio Tanine e Talucce, in Via Chirurgo dell’Erba e Talino Ruggieri al Seggio;” u Molafurce” l’arrotino, “u sanapiatte” aggiustava recipienti rotti, “ u lampiunere” l ’addetto alla pubblica illuminazione a gas. Dagli anni ’50 iniziarono i cantieri sociali per la realizzazione delle opere pubbliche, impiegheranno a tempo determinato i disoccupati per la realizzazione del campo sportivo, della chiesa e delle opere sociali di San Giuseppe, delle strade per Campi e Mandrione e degli scavi archeologici di Merino.

Vieste nelle “Visioni italiche” di Giulio Ferrari

Nel 1904 Giulio Ferrari diede alle stampe, per la Ulrico Hoepli di Milano, il suo resoconto di viaggio “Visioni italiche”, ritroviamo in questo volume un capitolo dedicato al Gargano: “nel piano infocato, sul Gargano, in viaggio per Roma” (Cap IV); era il Ferrari tra i coraggiosi visitatori di Vieste nei primi del Novecento, guidato da motivazioni artistiche e alla ricerca di luoghi poco conosciuti dell’Italia, come egli stesso dichiara nella prefazione alle visioni italiche: “Rievocare alcuni luoghi meno noti d’Italia ove sono pure, grandi bellezze e grandi memorie, additare sentieri quasi ignorati, ricordare che ci sono ancora molti angoli del nostro paese che bisogna amare, curare di più, meglio intenderne i dolori e le speranze, che ci sono vecchie poesie da risvegliare o da tener svegliate e idealità nascenti da incoraggiare, operosità da guidar meglio o altre da magnificare distogliendo un po’ l’attenzione che i grandi centri o i luoghi più fortunati assorbono”. Decise sicuramente di avventurarsi per il Gargano negli anni che trascorse come insegnante di storia dell’arte a Foggia. Il Ferrari era un talentuoso pittore e corredò il suo diario di viaggio con schizzi e ritratti dei luoghi che maggiormente lo ispirarono; in verità a Vieste dedicò solo alcuni tratti fugaci, possiamo ipotizzare che probabilmente l’estenuante viaggio aveva messo a dura prova la sua resistenza fisica, non concedendogli sufficienti forze per ritrarre con calma quel paesaggio che invece scrisse essere: “fra le visioni italiche più care”. Il primo ritratto di impegno artistico infatti, giusto per rafforzare la nostra tesi, lo fece all’imboccatura della foresta Umbra, uscendo da Vieste, dopo ore di riposo.

umbra

Per arrivare a Vieste, assoldò da Monte Sant’Angelo un mulo con mulattiere e percorse i sentieri meno battuti, evitando di proposito la corriera postale, l’unico mezzo di trasporto per le persone esistente all’epoca. Da subito ci fornisce informazioni sullo stato del bosco, che egli riferisce chiamarsi semplicemente di Vieste, ma il riferimento della concessione ad una “certa società francese”, ci fa supporre che trattasi del bosco di sfilzi, concesso alla ditta dei fratelli Forquet.

“Entrammo nel bosco che chiamano di Vieste che per il taglio, l’aveva concesso a certa società francese colla quale, mi dissero, è da tempo in lite per inadempimento di obblighi del contratto, questo stato di cose ha lasciato il bosco non poco abbandonato. Qua e là larghe piazze, dopo zone fittissime di alte piante, altrove tronchi atterrati ed in preda ad enormi funghi che parassiti odiosi anche sul cadavere, distendono le loro grasse ombrelle sopra i disgraziati giganti.”

tav-xiii

Il percorso da Monte S.Angelo fino a Vieste durò ben 9 ore, a metà percorso era dovuto il riposo e rinfocolamento, e il Ferrari ne approfittò per ritrarre il mulo, compagno di viaggio e gli altissimi faggi e olmi.

mulo

“Alle due ripigliammo il sentiero che s’aggirava tortuosamente nel bosco abbandonato: i poveri tronchi ludibrio dei muschi e dei funghi, destinati alla morte più inonorata, giacevano numerosi e a volte sbarravano completamente il già magro sentiero. Verso le quattro lasciato il bosco, il sentiero ci condusse sulla strada pianeggiante che allacciava Vieste alla lontana Apricena.”

Entrava a Vieste dalla contrada Gioia, passando davanti al cimitero eretto solo due anni prima:

“biancheggiava un recente sontuoso cimitero dal superbo ingresso e dai monumenti funerari signorili, orgoglio di quegli abitanti come avrò occasione di notare anche in un altro paese garganico.”

Il Ferrari ci fornisce anche informazioni circa le ore necessarie per raggiungere Vieste e i tempi di percorso necessari da Vieste per altre località vicine:

“pensi il mio lettore che da Montesantangelo prendendo una scorciatoia impiegai a giungere a Vieste nove ore, che servizio di carrozza postale diretto da Vieste a Montesantangelo non c’è, e che per giungere da Vieste, per Peschici e Rodi, fino ad Apricena, col servizio postale, si parte alle undici di notte da Vieste e si arriva il domani alle tre pomeridiane!

E a questo punto la descrizione di Vieste assume connotazioni curiose, non tanto per la definizione di un paese derelitto, che ci fornisce il Ferrari, quanto per un plagio che abbiamo riscontrato in un ritratto delle bianche case, di ispirazione araba come ritiene l’autore, che ha più che ispirato un autore locale, Michele Vocino, il quale nel suo “Lo sperone d’Italia: note e disegni” del 1914, riporta con firma personale lo stesso identico disegno del Ferrari!

Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902
Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902

Povera Vieste ! L’ ho fra le mie visioni italiche più care, perchè derelitta. Alta su bianco scoglio, colle sue bianchissime case non so dimenticarla. Una sera, il sole morente lievemente scaldava il candore delle casette che cercai ritrarre in questo disegno, il quale sembrerà un angolo di villaggio arabo.

Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914
Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914

Il Ferrari ci fornisce poi di seguito, una interessante descrizione con relativo ritratto, della torre di Santa Croce sulla punta del corno (anche se erroneamente la chiama Torre di San Felice) della quale, oggi non vi è più alcuna traccia e rimane solo il toponimo del luogo, chiamato “sopra la torre”

faro

Lo scoglio enorme sul quale biancheggia Vieste si protende nel mare con due lunghe branche, quella di Torre S. Felice e l’altra di S. Francesco che, nel loro arco, formano il piccolo porto dinanzi al quale è un isolotto col faro di recente restaurato fig.56. La torre S. Felice è massiccia e cilindrica e orrendamente squarciata verso il monte. 

Identico errore di nome si presenta poi di seguito per la torre Gattarella, che il Ferrari scrive “Grottarella” .

s-fran

Dalla punta di S. Francesco, l’estrema scogliera di Vieste, la scena che si gode invano tento descrivere: quasi intera la vista della città dominata da un enorme castello a barbacani mostruosi, e le ricurve scogliere quasi mensole reggenti le case, e da lunge verso mezzogiorno la meravigliosa Spiaggia del Castello a tratti verde, a tratti rovinante a picco sul mare come verso l’estremo lembo di Torre Grottarella, fig. 57.

  Anche il Ferrari avverte a Vieste il suo protendersi verso il mare, verso la sponda opposta dell’adriatico, e lo pervadono, figlio del suo tempo, i sentimenti patriottici verso le terre perdute della Dalmazia, e con questi pensieri ideali si conclude la sua breve sosta a Vieste:

 Il plenilunio durava splendido la notte che lasciai Vieste, diretto a Rodi. La povera diligenza partì verso mezzanotte di buon passo che durò per lungo tratto di strada, poi si fece lenta a guadagnare l’alto monte di Peschici, ove dovevansi cambiare i cavalli.

 

Successe il 27

Dopo la costituzione del regno d’Italia nel 1860, fondato dai liberali (Garibaldini e Piemontesi)  il meridione iniziò ad opporsi al nuovo stato, sostenendo la resistenza del secolare regno delle due Sicilie e del suo sovrano borbonico Francesco II.  La plebe, il clero, gli ex soldati dell’esercito delle due Sicilie e i nobili filoborbonici,  diedero vita al fenomeno anti-unitario che venne poi definito: il brigantaggio. Vieste, non meno degli altri comuni Garganici, scrisse una pagina di storia, per quanto cruenta, importante del brigantaggio meridionale. Il racconto di quegli avvenimenti è giunto a noi tramite un manoscritto anonimo custodito da mons. Mario dell’Erba, vicario della diocesi di Vieste ed edito dal Centro di cultura N. Cimaglia nel 1982 (con una successiva edizione del 1983, a cura del Comune di Vieste, destinata alle scuole) con il titolo “successe il 27”, la data della rivolta di briganti a Vieste fu il 27 Luglio 1861.

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Allegoria del contributo dei comuni della Daunia all’unità d’Italia,  Museo di Foggia

Il manoscritto anonimo riporta un pesante giudizio sui Viestani: “ Posta è Viesti sull’estremo sperone d’Italia dove propriamente sta la rotella. Città deliziosa e sabbiosa con porto naturale a mare: i suoi abitanti, quasi ad uniformarsi all’indoleimg011 del suolo e della sua postura, sono tutti Girella: in essi si nasconde sempre la frode e il tradimento. “ Il manoscritto custodito dal Mons. Mario Dell’Erba e integralmente pubblicato dal centro di cultura Cimaglia,  è anonimo non per volere dell’autore ma in quanto è stato decurtato delle sue prime e ultime pagine dove sicuramente era presente la firma dell’autore. I fatti raccontati nel manoscritto per quanto fedeli all’accaduto, trapelano un evidente punto di vista liberale e non riportano le vittime tra i briganti e nemmeno la feroce repressione che seguì alla rivolta, per cui è giustificabile che un autore di schieramento liberale abbia potuto definire la quasi totalità della popolazione filoborbonica come traditrice del nuovo regno.

Alle 3 del mattino del 27 Luglio del 1861 la banda del Pezzente , del generale Patetta e del Principe Luigi, famosi  briganti provenienti da Vico e da Monte S.Angelo , arrivarono dalla foresta Umbra, altri sbarcarono a Merino  e appoggiati dalla maggioranza del popolo viestano, ebbero la meglio sulle Guardie Nazionali, sfondarono la Porta grande (posta all’entrata della Piazza del Fosso) ed entrarono nel borgo, dando vita a 2 giorni di autentico terrore: saccheggiarono, incendiarono le case e trucidarono i borghesi  Viestani  sostenitori  dell’Unità d’Italia e detentori del potere politico ed economico. In verità l’elenco dei  “massacrabili” era stato stillato già tre giorni prima in un convegno tenutosi presso una casa in contrada Calma, ove lo decisero in numero di 60 tra briganti e manutengoli (proprietari, nobili ed esponenti del clero, i quali pur non partecipando direttamente alle azioni dei briganti, le sostenevano con denari, armi, viveri e informazioni). La difesa del paese si concentrò tutta nel Castello,  fortezza che non sarà espugnata dai Briganti, così come non lo fu mai nel corso della sua storia, mentre il paese sarà teatro dei più efferati omicidi; di quei luoghi del quartiere ottocentesco dove caddero i martiri del 27 luglio 1861, oggi ci rimangono le vie a loro intitolate.

max 1920.jpgPiù della Guardia Nazionale, il nuovo stato liberale è stato degnamente difeso dai Militi mobili, corpo che arruolò in tutta Italia gli ex-Garibaldini; a Vieste queste guardie mobili erano in numero di 20 comandate da Gaetano Petrone Farina, tra gli altri nomi Giuseppe Capita, Domenico Protano, Gaetano Bosco, Michele Ascoli Arcangelo De Simone. La notte del 27 Luglio del 1861 le sentinelle di Guardia al Castello videro una massa nera in avvicinamento e diedero miccia al cannoncino per avvisare tutti i liberali e le altre 8 guardie mobili all’entrata del paese che il momento era giunto: i briganti erano arrivati! All’avviso partito dal Castello, una voce femminile dalla Santa Croce urlò “Viva Francesco II” e a tale urlo, la massa in arrivo rispose con lo stesso incitamento e il borgo s’illuminò, al Petrone era chiaro ormai che tutto il paese era in rivolta contro i pochi sostenitori  dell’unità d’Italia, chiamò in raccolta il suo piccolo plotone e gli rivolse questo bellissimo discorso d’incitamento:  ” Voi badate ad ottemperarvi ai miei ordini; siete fedeli ed accingetevi a difendere l’onore vostro, delle famiglie, dei pochi liberali timidi e del Paese, fate quanto meno sangue potete, poiché trattasi più che di Briganti, di fratelli , amici, parenti illusi; cercate a non smarrirvi, o farvi venir voglia di tradimento, che io pel primo brucio le cervella a colui che gli venisse simile tentazione”. I militi, a questo breve e concitato discorso , risposero tuti: Viva Vittorio Emanuele!

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Raffaele Spina

Il liberale Raffaele Spina, la mattina del 27 luglio 1861, all’arrivo dei briganti, abbandonò la casa di proprietà di fronte al municipio, insieme a Pasquale Luigi Perrone, i quali pur inseguiti da numerosi colpi di fucile alle spalle, riuscirono a rifugiarsi al Castello, come era stato concordato con gli altri liberali. Non riuscirono nello stesso intento i suoi fratelli Giannicola e Michele e barricati in casa, furono difesi dal fuoco di copertura sferrato dal Castello contro il tentativo dei briganti di mettere a ferro e fuoco il palazzo e i suoi inquilini. La massa di briganti, non essendo in grado allora di entrare in casa, mandarono avanti Michele Giordani, il loro miglior oratore, il quale con mille promesse riuscì a convincere Giannicola Spina ad unirsi ai Borbonici. Quando videro dal Castello scendere il Giannicola fiducioso al fianco del Giordani, urla di dispiacere si diffusero e di comune accordo decisero di tenere nascosto l’accaduto al fratello Raffaele, che proprio poco prima era stato colpito da una violentissima febbre, quasi a  presagio di quella funesta fine che avrebbe fatto in seguito suo fratello Giannicola.

for la port.jpgDi fronte alla marina piccola abitava il secondo commesso comunale Trepiccioni Nicola, originario di Foggia con suo figlio Domenico di 20 anni, la folla inferocita bussa alla porta e ancora in camicia da notte, afferrano il padre e gli impongono di gridare Viva Francesco II, al rifiuto del malcapitato seguono colpi di baionetta e caduto esamine lo trascinano in mare. Il figlio non aveva avuto il tempo di vestirsi e assistendo alla terribile scena inizia a fuggire nudo e imbocca una scalinata vicino al pozzo Salso, ma lì lo raggiungono  e con un colpo di zappa lo sfiniscono, poi trascinato per i piedi, appiccano fuoco al suo corpo e gettano ciò che resta  in mare.  La folla inferocita si avvia poi verso le altre case di liberali, ma le trova vuote in quanto questi, avvisati, si erano messi in salvo, allora saccheggiano e danno fuoco alle loro abitazioni, nell’ordine: la casa di Carlantonio Nobile sindaco, di suo cognato Andrea Medina, di Perrone Alfonso, del caffettiere Nicola del Piano e di Gaetano Donadio negoziante.

I fratelli Nobile, Santi Farmacista e Michele sacerdote, si rifugiarono in una grotta alla punta di San Francesco, ma preso dal panico Michele si buttò a nuoto verso la barca di Padrone Salvemini di Trani, credendolo amico, ma questo lo butta a mare e avvisa urlando la massa in rivoluzione, allora Giuseppe Troja, proprio colui che più di una volta aveva chiesto soccorso e consiglio al Santi, ordina alla folla di condurli a terra e legarli, per poi portarli a spintoni al largo fuori la porta dirimpetto alla nuova costruzione dello stesso Santi e alla sua farmacia, per farlo assistere allo scempio delle sue proprietà. Dopo varie peripezie fu portato in carcere a San Francesco e lì fucilato, mentre fu lasciato libero il fratello Michelino poiché era sacerdote ma soprattutto per intercessione del primicerio Caizzi.

corso fazzini.jpgSulla destra il portone del palazzo dei fratelli Spina, dal quale uscì, ingannato dalla folla, Giannicola, il quale per salvarsi chiese di essere portato da Vincenzo Medina, il capo urbano, affinché questi mettesse una buona parola, ma il Medina, impaurito, rispose: Non lo conosco! La folla inferocita allora uccide il Spina e appicca il fuoco al suo corpo al Largo S.Marco,  un brigante di Mattinata di nome Di Jurno addirittura si mangiò un pezzo del corpo! La terribile folla di briganti, poi si porta a casa dei Cocle, nipoti del vescovo Celestino Cocle, dove prelevano i fratelli Ferdinando e Peppino e li portano in carcere; i genitori e gli altri due fratelli, uno monaco e l’altro canonico, offrono un riscatto di seimila ducati per salvarli, il capo Patetta dei briganti accetta lo scambio , ma i fratelli Cocle erano già stati fucilati! Poi toccò a Giuseppe de Vita e al figlio Francesco, fucilati al largo S. Francesco e a tarda ora fu preso anche l’orefice Marcello Cavallo, il quale fucilato ma ancora vivo fu buttato dalla scogliera del pozzo Salso.

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Celidonio Petrone

Celidonio Petrone,  Fratello di Gaetano Petrone, comandante dei Militi Mobili, il quale egregiamente difese il castello dai briganti. La notte seguente al 27 Luglio 1861, dopo 24 ore di resistenza, essendo senza cibo e avendo quasi finito le munizioni, decise di ordinare l’abbandono della difesa, approfittando del momentaneo ritiro dei briganti. Il Petrone organizza la fuga dei suoi militi a piedi, attraverso le campagne Viestane verso Manfredonia, per unirsi alle Guardie Nazionali e fare ritorno, rinforzati, nei giorni seguenti; il Petrone però si rifuggirà nei boschi viestani, poiché come il fratello Celidonio in foto, era un uomo robusto, non idoneo a tanto cammino verso Manfredonia. Il Petrone ritornerà in paese a fine Luglio, dopo l’arrivo del comandante Pinelli, la sua truppa rimetterà ordine a Vieste e dopo fucilazioni e processi sommari, saranno in 400 i briganti Garganici colpiti dalla repressione.

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I galantuomini viestani

I Galantuomini: erano gli appartenenti alla borghesia meridionale, detenevano il potere politico ed economico, e dopo l’unità d’Italia divennero accessi liberali, fautori del nuovo regno. Spesso ricoprivano gli incarichi nominati dai Piemontesi e diventavano i capi delle Guardie Nazionali o dei Militi Mobili. Furono loro il bersaglio dei briganti, perché in fondo questo fu il brigantaggio: la rivolta disordinata della plebe contro i possidenti, i quali sfruttavano la forza lavoro del popolo senza giusta retribuzione e nemmeno permettevano l’affitto delle immense terre di loro proprietà. Il brigantaggio non fu certo una rivoluzione vincente, poiché dopo la repressione del fenomeno , la situazione della plebe meridionale peggiorò ulteriormente e allo stato di povertà si aggiunse anche il servizio di leva obbligatorio, sconosciuto sotto il regno delle due Sicilie. La questione meridionale è certamente un problema nato a causa dell’unità d’Italia, voluta da un governo Piemontese che non seppe adattare le sue leggi alle esigenze del Sud Italia.

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Il comandante Pinelli

Alla fine di Luglio del 1861 arriva a Vieste un grosso battello a vapore, era il comandante Piemontese Bartolomeo Pinelli con la sua truppa, era venuto a mettere ordine alla rivolta. L’intero paese si mette in fuga, furono in 7000 a rifugiarsi nelle campagne, donne, uomini, bambini, anziani, tutti si misero al riparo per paura della rappresaglia , il paese si svuotò e le abitazioni furono lasciate tutte aperte e disabitate. Su 5212 briganti fucilati in meridione ben  1459 erano della Capitanata!

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Il chirurgo Raffaele Dell’erba

 

Il chirurgo Raffaele dell’erba , nel 1861 avvelenò suo cugino Farmacista Giuseppe Dell’Erba per paura che rivelasse la sua fede Borbonica;  gli somministrò il veleno in un bicchiere di rosolio, facendogli credere che quel liquido fosse un antidoto per un dolore di pancia che accusava, il cugino morì violentemente dopo pochi minuti. Il chirurgo non fu mai direttamente accusato per l’omicidio, ma in quanto acceso borbonico fu mandato in confino politico sull’isola di Pantelleria.

 

brigantesse

Anche Vieste ebbe le sue brigantesse, mogli, madri e sorelle che appoggiavano la causa borbonica dei loro congiunti, certamente così doveva essere, poiché scapparono in settemila all’arrivo del comandante Pinelli, arrivato in paese per sedare la rivolta. L’unico nome che ci è dato conoscere, è quello di Leonida Azzarone, la quale fece salire i briganti sulla terrazza della sua casa, affinché potessero fronteggiare meglio lo scontro a fuoco contro i Militi che si difendevano dal Castello. L’unica rimasta vittima dello scontro a fuoco, fu proprio la stessa Leonida.

La singolare S. Maria del 1861 (da Perrone Alfonso, Giornale domestico, vol 2° 1859-1861)

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Giorni prima del 9 Maggio, accaddero a Vieste assalti alla postale e ai pastori nelle campagne per opera dei briganti, questi avvenimenti crearono un clima di terrore e si decise di portare in processione la Madonna senza gli ori e gli argenti. Di guardia alla processione c’era armato Gabriele Mariella, ma mentre si celebrava la s. messa, questo fu aggredito da una decina di Briganti che scesero dalle colline vicine e gli tolsero le pistole. Allora, come oggi, molti devoti tornavano in paese prima della processione e questi nel riferire l’accaduto esagerarono, raccontando di aver visto mille, duemila briganti che sicuramente, confusi con il popolo reduce da Merino, sarebbero entrati in paese. Tutta la Guardia Nazionale si radunò in armi sulla collina dei cappuccini (C.so Tripoli), e quando tornò finalmente la processione, scrutandola dall’alto, al capitano della Guardia Nazionale, il già nominato Santi Vincenzo Nobile Boux,  sembrò di vedere un brigante tra la folla e ne ordinò l’arresto. Il popolo visto fuggire un uomo si mise in movimento e si scatenò il panico: iniziarono tutti a fuggire, a urlare, le donne svennero, il caos regnava sovrano e la processione si dissolse. In verità il giovane identificato come brigante, era sì un ex-soldato borbonico, ma  viveva pacificamente in paese. Una santa Maria piena di spavento che dimostra quale era il clima di terrore che regnava a Vieste nei mesi precedenti al fatidico 27 Luglio del 1861, famoso giorno della rivoluzione dei briganti.