Settembre 1943

Durante il mese di Settembre del 1943, Vieste visse intensamente le conseguenze dell’armistizio firmato l’8 settembre dal governo Badoglio che sancì la resa dell’Italia agli alleati della seconda guerra mondiale. Le forze armate italiane, ancora operative su vari fronti, piombarono in una generale stato di confusione, rimaste senza ordini, la maggior parte dei militari abbandonò le armi e cercò di tornare a casa, cercando di evitare le ritorsioni degli ex-alleati tedeschi. Già dal 9 Settembre Vieste fu invasa da barche, motovelieri, mezzi di fortuna provenienti dalla Dalmazia,  carichi di soldati sbandati, a questi si aggiunsero fuggitivi provenienti dalla città di Foggia, colpita da ingenti bombardamenti da parte degli alleati.

Il 15 Settembre erano presenti a Vieste tremila persone tra profughi e sfollati, furono accolti come possibile e con animo solidale dai cittadini, sistemati nelle aule scolastiche, presso le caserme e in abitazioni private, ma la mancanza di contatto con la regia prefettura e altri uffici governativi, causata dalla difficile situazione di Foggia, costrinse la città a provvedere con le proprie forze al sostentamento degli sfollati. Il podestà Carlo Mafrolla (il podestà era il governatore locale istituito nell’era fascista e assunse tutti i poteri del sindaco e del consiglio comunale) anticipò L.30.000 all’ECA per l’assistenza straordinaria del folto  gruppo di fuggiaschi, con la speranza non certa, di un futuro rimborso. I profughi erano per la maggior parte soldati che vestirono abiti civili, solo un esiguo gruppo di 16 militi e 3 ufficiali, aveva intenzione di tornare sul fronte ed in particolare a Trani dove era in atto uno scontro con i tedeschi, anche perché custodi di 20 quintali di materiale bellico, recuperato nella fuga dalla Dalmazia, tra questi era presente anche un personaggio di alto rango: il conte Tiberio Brandolini d’Adda.

Il pomeriggio del 16 Settembre arrivò in paese un camion di soldati tedeschi,  giunti nei pressi del Municipio si fermarono innanzi ad un ufficiale italiano che alloggiava nelle aule della scuola, al quale chiesero la resa della città, l’ufficiale senza tentennamenti contrappose un secco rifiuto, i tedeschi allora, consci della loro inferiorità numerica, risalirono il C.so L. Fazzini e iniziarono a sparare all’impazzata in aria, con fucili e mitraglie, probabilmente per intimorire la popolazione. La caserma dei carabinieri era al tempo, sul viale XXIV Maggio e appena la camionetta tedesca attraversò il viale, i carabinieri risposero al fuoco, credendo di contrastare un attacco, i tedeschi allora mirarono i colpi ad altezza d’uomo, dal balcone della caserma fu lanciata una bomba a mano che colpì di striscio il mezzo in fuga, provocando la morte di un soldato tedesco. Il fuoco nemico colpì mortalmente il carabiniere Vittorio Valeri che usciva da via Milano, il giovane fu immediatamente soccorso da Michelina di Rodi e la figlia Grazia Cionfoli che portarono il corpo nella loro abitazione, ma non c’era ormai niente da fare e il Carabiniere di soli 26 anni, proveniente da Vittorito in provincia dell’Aquila, alle ore 17.00 fu certificato deceduto dal comandante della locale stazione dei Carabinieri,  Maresciallo Carlo Zingarelli.

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il carabiniere Vittorio Valeri

Il paese dopo la fuga dei tedeschi, piombò in uno stato di generale agitazione, si temeva la rappresaglia tedesca. Il numeroso gruppo di sfollati ancora in abito militare si rifugiò nelle campagne, la popolazione si nascose come possibile, mentre le forze armate vestirono abiti civili e il comandante dei vigili urbani Pasquale Cimaglia ordinò ai suoi subalterni di fare altrettanto; l’ordine fu revocato dal Podestà Carlo Mafrolla, poiché riteneva utile avere a disposizione una forza armata per la difesa della popolazione. Il ritorno agguerrito dei tedeschi non si fece attendere e alle ore 6.00 del 17 Settembre giunse in paese un dislocamento della corazzata H. Goering: 5 autoblindati e 10 camion carichi di 2000 soldati tedeschi accerchiarono il paese, mentre due aerei lo sorvolarono a bassa quota; alle ore 7.00 il paese era militarmente occupato dai tedeschi, a capo della colonna tedesca il colonnello austriaco Hoffman a bordo di un sidecar, entrato in paese chiese ad un gruppo di cittadini l’ubicazione delle caserme militari, fu il marinaio viestano Rado Vincenzo ad indicargli il luogo (il Rado fu sottoposto a processo nel 1946 dalla Corte d’Assise di Lucera, con l’accusa di collaborazione con il nemico presentata dal P.M. che richiese 24 anni di reclusione, ma dopo l’arringa dell’avv.  difensore Carlo Ruggero, fu assolto per insufficienza di prove). Accolto dal Capo dei vigili Pasquale Cimaglia, il colonnello tedesco intimò la resa della città, fu allora portato in piazza del fosso dove con lodevole serenità fu ricevuto dal Podestà Mafrolla, il quale ritenne utile per la popolazione accogliere l’ordine di resa e mandò un banditore per le vie cittadine per raccomandare ai cittadini di esporre ovunque potessero essere visibili, teli e lenzuola bianchi e di farlo con celerità, dal momento che il colonnello aveva posto il limite di un ora entro la quale se non fosse stata chiara la resa, avrebbe incendiato e saccheggiato l’intera città, i viestani risposero con solerzia, ma ciò non recò soddisfazione all’armata tedesca; tutte le armi furono sequestrate, le caserme dei carabinieri e della finanza furono incendiate , i negozi di Lucatelli Michele, Petrone Leonardo, Cirillo Luigi et al. furono depredati e saccheggiati, la stessa sorte toccò ad alcune abitazioni private, i tedeschi sequestrarono viveri ed oggetti preziosi.

Nel 1955, Pasquale Cimaglia, sul giornale locale “il Faro di Vieste” ( 7 sett. 1955) descrisse con dovizia gli avvenimenti dell’occupazione tedesca del paese: “Dai volti, dagli atti, da ogni manifestazione dei cittadini traspariva un terrore che aumentava man mano che ci si rendeva conto che ormai la vita di tutti era affidata alla pietà dei nemici” e la paura aumentò quando i tedeschi, determinati a trovare l’autore del lancio della bomba che costò la vita ad un loro commilitone, fermarono il viestano Santi Simone, detto “frittata”, poiché trovato in possesso di una bomba a mano, insieme a lui un gruppetto di accompagnatori: Gaetano Caizzi, falegname, detto “u pistolech” , Matteo Corso “Chianella”, Francesco Somarelli, Giacomo Ricapita e un certo Vincenzo “u Bares”; furono piantonati nella villa comunale di C.so L. Fazzini, ove attualmente è l’edicola, pronti ad essere fucilati.

Il podestà Carlo Mafrolla, chiese udienza al colonello Hoffman e un po’ in italiano e un po’ in francese, gli spiegò che l’atto che stava per compiere era contro ogni regola e che i militari viestani risposero ad un fuoco iniziato dai tedeschi ed infine che un carabiniere era morto nello scontro, fu quest’ultima notizia a calmare il colonello, il quale volle vedere il corpo del nemico deceduto e fu accompagnato all’ospedale “Gesù e Maria” (ospizio), probabilmente avrà considerato la situazione livellata nelle reciproche perdite e ordinò la ritirata a condizione che si riunisse la popolazione in piazza del fosso ad ascoltare un bollettino di guerra. Fu il comandante Pasquale Cimaglia, issato su una camionetta con fucili puntati a leggerlo, era un inno alla grandezza e al valore militare tedesco, corredato di un elenco delle loro conquiste belliche; subito dopo il colonnello fece smobilitare il reparto militare, ordinando il coprifuoco alla città.

Si conclusero, senza tragedie umane, le intensive 8 ore di occupazione tedesca di Vieste, ma un dubbio ancora oggi è irrisolto: chi fu l’autore del lancio della bomba dal balcone della caserma dei carabinieri? Nella motivazione dell’assegnazione della medaglia di bronzo alla memoria del carabiniere Vittorio Valeri, è indicato lui stesso quale autore del lancio della bomba contro i tedeschi, ma sappiamo con certezza che il carabiniere si trovò in Via Milano all’incrocio con Viale XXIV Maggio nel momento dello scoppio della bomba e che fu colpito dalle fucilate dei tedeschi immediatamente dopo. Matteo Siena, nel libro “la città visibile” afferma di aver ricevuto confessione da Vito Alò di essere stato lui l’autore, certo è che il dinamitardo per precauzione contro la rappresaglia tedesca è stato sicuramente protetto dall’omertà cittadina.

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Navi militari a ridosso del promontorio della Santa Croce

Il 24 Settembre seguente, alle ore 10.30, un altro avvenimento sconvolse la città di Vieste: alcuni motopescherecci, carichi di profughi che volevano tornare a casa, mentre doppiarono la punta di S. Francesco, all’altezza della Ripa, furono colpiti dalle bombe lanciate da un areoplano tedesco, l’ultimo in fila fu colpito in pieno, mentre gli altri passeggieri sui restanti natanti si buttarono a mare. Tutte le barche Viestane nelle vicinanze accorsero al recupero dei naufraghi, nonostante il pericolo del ritorno dell’aereo e furono recuperati i corpi di 7 vittime: padre Giulio da Molfetta, Lobascio Michele, carabiniere di Ruvo di Puglia, Olivieri Pasquale di Termoli, Todarello Michele, milite ferroviario di Paola, Cosenza, Oliviero Vincenzo, barbiere di S.Eufemia di Aspromonte, Millani Michele, calzolaio di Enna, Curcurazi  Angelo di Piazza Armerina; furono tutti sepolti al cimitero di Vieste, dove trova riposo anche il carabiniere Vittorio Valeri.

 

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I pescatori

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La categoria dei pescatori lungi dall’essere il comparto più fortunato di un paese circondato dal mare come Vieste, era una delle classi più a rischio professionale soprattutto per la mancanza di un porto rifugio, bastava un temporale per mettere a rischio i natanti o per disperdersi in mare. Le barche, piccole e leggere, dedite alla pesca locale erano quelle meno a rischio, poiché, anche se con estremo sacrificio, venivano “tirate a secco” ovvero portati a ricoverare sulle spiagge, questa specie di scalo era molto frequente alla marina piccola, poiché quella centrale in paese. Le barche erano le lanze, le più grandi, di massimo 8 metri, portavano 4 o 5 pescatori e i battelli per la pesca sotto costa di circa 6 metri e mezzo che portavano 2 pescatori, andavano a vela e remi; dopo il 1950 arrivarono le lampare a motore che pescavano con l’aiuto di una fonte luminosa. La prima lampara fu acquistata a Giulianova dalla società creata nel 1953 da Michele Ranalli Trembone, Antonio di Rodi u Sicche, Luigi Maiorano u Jenghe , si chiamava la “Madonna della Nadia”, poi arrivarono le altre, le più numerose erano dei f.lli De Cristoforo di Manfredonia , ma comandate da un capopesca viestano, Salvatore Mattera, detto u culunnel, per la sua bravura., poi c’era Nicola Bua Cambedane, capopesca e proprietario della S. Maria di merino, i F.lli Grima proprietari del Cosma e Damiano e altre lampare, i Colella, padre Franchino e il figlio Matteo Malacarne, proprietari negli anni ’70 del Maestrale, attivo ancora oggi et al. Si pescavano le sarde e le alici, triglie, merluzzi, le vope (bobbe) e suveri e lacerti, i grandi e prestigiosi pesci sono un prerogativa moderna.

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Pescatori che rammendano le reti, 1958

Quello del pescatore di una volta era un mestiere dalle grandi abilità e sacrificio, non solo si usciva in mare con tutti i connessi pericoli, ma al rientro bisognava rattoppare una rete o una vela strappata,  si “spudicavano” i pesci dalle maglie della rete, si stendevano le reti ad asciugare, per evitare che i sottili fili di cotone si rovinassero e una volta al mese bisognava tingerle di rosso con la corteccia di pino, precedentemente essiccata, poi arrivarono le reti in nylon.

Riportiamo come testimonianza del tipo di imbarcazioni e del tipo di merce trasportata alcuni dei scali documentati al porto di Barletta, negli anni 1871-75, possiamo vedere come a Vieste erano attivi brazzere, pielaghi, paranzelli, oltre che trabaccoli, trasportavano da Vieste legna da ardere, resina (manna), tavole, remi, carboni, pesce salato e limoni, mentre portavano a Vieste patate, cipolle, pasta, sacchi vuoti, vino, orzo.

 

 

Nel 1937 fu costituita la compagnia portuale viestana insieme a quella di Rodi Garganico e furono definiti i ruoli e le tariffe per velieri e motovelieri, stabilendo 7 scali:

 

 

 

 

I Trabaccoli

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1903, trabaccolo alla punta della banchina

Erano delle imbarcazioni molte diffuse nell’Adriatico dal 1800 fino agli anni’60, nati come velieri si dotarono di motore ausiliario e avendo una stiva molto ampia, capace di trasportare fino a 150 tonnellate, oltre alla pesca, erano usati soprattutto per il trasporto. Caratteristiche erano i suoi due alberi con ampie vele, colorate uniformemente in giallo ocra o mattone, e la sua ampia prua sulla quale c’erano sempre due occhi in rilievo, che identificavano l’armatore. La lunghezza era variabile dai 12 ai 20 metri e l’equipaggio

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Il trabaccolo Giovanni Pascoli, al museo della marineria di Cesenatico, fu operativo nel trasporto verso verso la Dalmazia dal 53 al 60 a Vieste

era formato da 4 fino a 5 uomini. Fino al 1943 a Vieste erano mezzo principale per il traffico marittimo con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia e in particolare con le città della Dalmazia, e con il nord dell’Adriatico, come Trieste e Venezia, trasportavano la nostra frutta, principalmente gli agrumi, molto richiesti, ma non mancavano i meloni e le carrube, i cotogni (mele) e la melagrana, che erano molo richiesti; quando erano ormeggiati nei porti, diventavano dei veri e propri mercatini e vendevano anche frutta al minuto, oltre all’ingrosso.

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1943 il trabaccolo Salvatore a Novigrad, sul molo l’equipaggio, davanti Calderisi Giulio, Dimaso Pasquale, De Maria Mario, una bambina, il capitano Francesco Di Biasedetto Barbanera; dietro Calderisi Matteo e Candelma Girolamo. Si nota chiaramente che trasportava legna da Vieste.

Dalla Dalmazia i nostri trabaccoli tornavano sempre con qualche prodotto tipico di quella regione, come l’asinello “dalmazzese” una razza particolarmente piccola di statura, non mancava il contrabbando dal momento che Zara era porto franco, come il caffè, Il tabacco “Barba del Sultano” e il liquore. Erano necessarie circa 24 ore per raggiungere Zara da Vieste e a Zara viveva una vera e propri comunità di Viestani di circa 100 persone, erano imparentati con gli equipaggi dei Trabaccoli. Dopo la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne di regime comunista e la nazionalizzazione dell’attività economica, nonché la mancanza di quotazione ufficiale della moneta, chiuse le frontiere al traffico con le altre nazioni: fu l’inizio della fine dei Trabaccoli.

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Il trabaccolo Salvatore a Zara, 1935, l’equipaggio da sinistra: Giacomo Caizzi, N.Id., un bambino, Pasquale Scala, Felice Uva con il melone in mano, erano molto richiesti i nostri meloni a Zara.

Iniziarono il trasporto di legna da ardere e corteccia di Pino con le altre città dell’Adriatico, soprattutto Chioggia e Venezia, ma la merce trasportata non fruttava un considerevole guadagno, e soprattutto la concorrenza del trasporto via terra era più pratica e meno costosa, così i suoi equipaggi iniziarono ad impiegarsi sui piroscafi o cambiarono professione e il Trabaccolo divenne un’imbarcazione obsoleta.

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Il trabaccolo San Domenico

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi: il Cromo, il S.Domenico dei F.lli Pecorelli “Cazzaridde” , il S. Giuseppe di Patrone Gaspare “Gascparre”,( raro proprietario unico con licenza di Patrone marittimo) il Salvatore di Giacomo Guzzi “Paskalotte- Giachomuzze” (affondato nel porto di Chioggia), il S.Maria di Corsignana poi Pietre Nere di Francesco e Nicola Gimma e Vincenzo Mastromatteo, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Zivolo, poi M.Assunta dei F.lli Uva “ze mattej, cenzenelle, cejuzze” il S. Giorgio di Stefano Ragno “Gnuche, Gnuche” il Colombo di Gaetano Candelma “Badoglio” , la Bella Maria di Paolo Lombardi “Pavlucce”, il Luigina di Giannicola Ruggieri.

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1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , davanti si notano i tipici occhi che contraddistinguono l’armatore

Ma come funzionava la proprietà? A quote dette Carati, solitamente una intera proprietà era di 24 Carati, quote che si vendevano ad amici, parenti o commercianti, il fondo cassa per comperare la merce da esportare si chiedeva ai commercianti locali che poi venivano pagati al ritorno, quando si divideva il guadagno, tolte le spese, tra i marinai e i proprietari, molto spesso non era un lauto guadagno, ma bastava per avere da mangiare e a quei tempi era il necessario, chi aveva la fortuna di portare soldi sufficienti a casa, pensava a far studiare i figli, per un futuro migliore, non si pensava mai di farli diventare pescaori, molti professionisti viestani sono i figli e nipoti di trabaccolisti, come i Chionchio, Ruggieri, Ragno, Pecorelli,…

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Gennaio 1956, Trabaccoli nella furia della tempesta

 

 

I Trabucchi di Vieste

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1974 Trabucco di punta S. Croce

I trabucchi sono mezzi di pesca tradizionali tipici della costa Garganica e abruzzese, la struttura assomiglia ad una palafitta, costruita sulla roccia e traboccante sulla costa. Il trabucco garganico ha avuto più o meno un settantennio di vita dal 1885 al 1950, le sue origini sono ignote, Don Marco della Malva asserisce abbiano origini Viestane e che sia stato un prete, il Villani ad ingegnarli, in verità quello del canonico della cattedrale don Andrea Villani, è la più antica fonte scritta che si ritrova relativa ad un trabucco, se ne trova traccia in un sinodo diocesano del 1885, molto più probabile è che sia stato uno dei primi finanziatori per la costruzione di un trabucco, la cui rendita doveva aggiungersi a quella agricola della diocesi.

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Trabucco alla Ripa, anni ’60

Possiamo ipotizzare che il trabucco sia un invenzione di marinai con esperienza che avevano osservato i banchi di pesce che nuotavano sotto costa, particolarmente sul Gargano dove dal lago di Lesina e Varano branchi enormi di cefali, si muovono per depositare negli anfratti costieri garganici le uova al sicuro dai delfini, si dice vadano a “svernare” nella stagione invernale, quindi il movimento dei branchi è da Nord, ovvero dai laghi, oppure da Sud verso i laghi, la scelta della posizione del trabucco era legata a queste migrazioni e il trabucco di “maestro” era orientato verso nord, per l’arrivo dei branchi e si pescava bene in autunno, mentre quello verso sud di “levante” destinato a pescare i branchi di ritorno, era di buona pesca da febbraio a primavera.

La struttura

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  1. I PALI sepponde

Sono le palafitte su cui poggia l’intera struttura del trabucco, possono variare da 16 a 25 in base alla struttura della roccia su ci sono impiantati attraverso profondi buchi su cui vengono cugnati, impiantati ed adattati i pali di pino d’Aleppo, appositamente tagliati e scortecciati nonché curati per la destinazione nei mesi secchi da Gennaio ad Agosto.

  1. IL PONTE – PALCHETTO

è la superficie di lavoro, il palco sulle palafitte di legno, nel linguaggio specifico di manovra è la “terra”

  1. L’ ARGANO i ciucce

È sistemato sul ponte ed è l’anima delle manovre di alzata e calata della rete, è un palo con due pali perpendicolari detti ciucci che si girano per avvolgere le 6 funi – i vendele – che reggono la rete

  1. CASOTTO

è un piccolo ricovero per i pescatori e per gli attrezzi

  1. ALBERI – MONTANTI

Sono i due pali portanti dei tiranti, funi che tengono l’intero trabucco saldo che sono tenuti a terra sulla roccia attraverso picchetti o codittoni, sono fatti di robusti pali legno di castagno, solitamente viene aggiunto uno spezzone di altro palo per raggiungere l’altezza giusta

  1. ANTENNE

Sono sicuramente la parte più importante che permette al trabucco di affacciarsi sul mare per stendere la rete, sono tutti i pali che dal ponte si diramano sorretti dai tiranti degli alberi, hanno funzioni diverse a seconda della posizione, come lo spuntone (7) o il pennoncino (8)alle loro estremità sono attaccate delle carrucole che permettono alle funi di scorrere, sono anche purtroppo la componente più fragile, basta una follata di vento a rete aperta che questa si gonfia come una vela e si porta dietro a fondo le antenne, distruggendo il meccanismo del trabucco

  1. ALBERO DEL RETINO O SPUNTONE
  2. PENNONCINO O PICCOLA ANTENNA
  3. VEDETTA

È l’uomo che si arrampica sul pennone per avvisare quando la rete è piena, allora avvisa gli uomini a riposo sul palco con la parola d’ordine “vira” e si attivano i ciucci per tirare su la rete, il pesce viene tirato fuori con la sallipciera ovvero un lungo palo con un retino ad imbuto all’estremità

  1. TIRANTI

Fili di ferro che sorreggono gli alberi alla roccia e le antenne agli alberi, allo scopo di tenere la costruzione salda da oscillazione

  1. RETE

Le prime erano di cotone poi furono di nylon, quando è appesa alle antenne assume la forma di un cratere, le maglie sono più larghe verso le antenne e diventano strettissime al centro, quando si cala la rete al suo centro si pone l’esca , un pesce vivo che attira i banchi di passaggio.

cartina trabucchi

I trabucchi viestani erano in tutto 26, la maggior parte sono andati distrutti da tempeste e mare grosso, poi mai ricostruiti perché il pesce verso gli anni 60 scarseggiava e i trabucchi non erano più redditizi, ne sono rimasti più o meno 6 (contrassegnati con il segno +)

  1. La Chianca (terraferma)
  2. Isola della Chianca +
  3. Porticello
  4. Tufara o Puzzachje +
  5. Molinella +
  6. Puntalunga +
  7. Cemenej
  8. S. Lorenzo +
  9. Punta la torre o S. Croce +
  10. Isola di S. Eufemia
  11. Grotta delle travi
  12. S. Francesco +
  13. Sotto la ripa
  14. U Ponde (il ponte)
  15. U cafè
  16. Sdrupatoij (dietro la Gattarella, verso levante)
  17. Gattarella
  18. L’Architello
  19. San Felice
  20. Punta della testa o Testa del Gargano +
  21. La Calassinze – Calasensi
  22. Sanguinaria
  23. Porto Greco
  24. Chianca liscia
  25. Pugnochiuso “u fer”
  26. Cala della pergola
sotto il ponte 1934
Trabucco di sotto il ponte, primi del ‘900

La pescata più fortunata che si ricorda fu quella del trabucco di Calasensi, vicino Campi, di Santino Ruggieri, Razejine San Giuvanne, 40 quintali di Cefali in una sola virata, alzata di rete, lo stesso giorno il trabucco di testa del Gargano prese 16 quintali e quello di s. Felice 6.

Ciccille Galiotte e il nipote Mimmmo sulla teleferica costruita per raggiungere il trabucco alla chianaca
Ciccill’ Aliota e il nipote Giacomo sulla teleferica da lui costruita, per raggiungere il trabucco sull’isola della Chianca dalla terra ferma

I primi trabucchi ad essere costruiti furono quelli prossimi al paese, come quello delle travi, di S. Francesco, S. Croce…mettere in piedi un trabucco, pur utilizzando in parte materiale di recupero, costava dai 6 agli 8 milioni, la spesa più ingente è il filo di ferro per i tiranti, ce ne vorrebbero almeno 5 quintali! A questa spesa bisognava aggiungere le circa 50 mila lire di concessione per l’occupazione del suolo e dello specchio d’acqua impegnato, una tassa, quella di concessione ancora attiva oggi.

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Trabucco alla ripa 1959, in posa i f.lli Cirillo figli dei finanziatori del trabucco

L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, e nei tempi d’oro non mancavano i finanziatori, tra le famiglie benestanti del paese, come i Cirillo, gli Spina e i Medina. L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, storiche rimasero le famiglie dei trabuccolanti come i Dell’Aquila Mattejucce, Francische e Libero che possedevano il trabucco a San Francesco e Porticello, I f.lli Ruggieri Razzejine, San Giuvanne, Maste Peppe che conducevano quello di Calasensi, Gattarella e punta della testa, gli Aliota Francesco e nipote Giacomo, quello di Grotta delle travi e Chianca, Sandine Sassine, Ninucce e Unard Fascinedde quello di sotto la Ripa.

La fine dei trabucchi è legata alle vicende dei laghi, in particolare a quello di Varano, ove sulla foce di Capojale nel 1965, si ultimarono i lavori di sbarramento del lago; il consorzio di bonifica della capitanata ultimò un opera da 60 milioni di lire, sbarrando il lago con griglie mobili per evitare l’esodo stagionale dei pesci dal lago, ma il mancato ricambio con le acque del mare, determinò la morte ittica del lago, un disastro che costò l’affondamento del mercato ittico di Varano, ma di conseguenza anche dei trabucchi.

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Francesco Aliota e famiglia, sul trabucco della grotta delle travi

Oggi i trabucchi sono salvaguardati dall’associazione “La rinascita dei trabucchi storici” vedi

Il Dolmen di Molinella

dolmen 48Nel 1948 Salvatore Puglisi identificò sull’altura di Molinella, piccolo promontorio prospiciente il mare a Vieste, un stanziamento di epoca protostorica costituito da numerose tracce di fori per palificazioni e adattamenti della roccia che facevano parte di un insediamento capannicolo, inoltre identificò in tre lastroni ortostati, presenti sulla sommità del promontorio i resti di una struttura dolmenica. Al tempo fu considerato un ritrovamento eccezionale dal momento che non erano noti altri monumenti del genere a Nord dell’Ofanto, in realtà altri dolmen furono ritrovati nei decenni seguenti a Madonna del Cristo presso Rignano Garganico e a Pulsano a Monte S. Angelo, che allinearono il Gargano con il resto della penisola pugliese circa l’usanza diffusa nell’età del Bronzo di costruzioni artificiali, come ipogei e dolmen funerari, misti all’adeguamento di grotte naturali. Il popolamento si caratterizza per la ricerca di posizioni strategiche per l’attività di scambio con comunità prossime complementari e i centri costieri garganici si rivelano molto attivi nello scambio via mare, per il quale fungeranno da mediatrici per le comunità poste più all’interno.
Durante il mese di Aprile del 1981, l’area demaniale di Molinella fu interessata da lavori abusivi di sbancamento allo scopo di eliminare nel punto ove sorgeva il monumento, l’eminenza del terreno per la costruzione di una strada, che hanno provocato la completa distruzione del Dolmen, tuttavia la tempestiva segnalazione attivata dai sempre solerti sigg. Ruggieri Giuseppe e Antonio Cirillo di Vieste all’Ufficio della Soprintendenza di Foggia ha permesso il recupero dal terreno sconvolto di alcuni materiali archeologici come diversi manufatti litici ed ossei, reperti ceramici e una spada in bronzo, analizzati e rapportati nel mese di Maggio del 1982 da Maria Luisa Nava.
Il dolmen era costituito da tre grandi lastre emergenti verticalmente dal terreno e ravvicinate all’estremità, ricavate dal medesimo calcare nummulitico eocenico che costituisce l’altura di Molinella, la lastra A era alta 2,46 e larga 1,70 m, ortogonalmente ad essa si appoggiava la lastra B alta m 1,20 per 1 metro di larghezza e la lastra C era in proseguimento SE della lastra A; adagiata alla parete sud-est della lastra A, la più grande, il Puglisi rinvenne una sepoltura priva di corredo protetta verso l’esterno da un muretto di pietre, disposte con andamento semicircolare, l’individuo era adagiato sul fianco destro, con il volto rivolto ad Ovest e ricoperto da uno strato di gusci di molluschi. L’area circostante al dolmen era caratterizzato da tracce di un abitato di capanne con fondo scavato nella roccia, di cui permangono i fori e gli adattamenti ai dislivelli del suolo. Il villaggio era delimitato da una struttura difensiva ad aggere, posta all’inizio del declivio del promontorio sul lato verso terra, caratterizzato da un muraglione, che doveva essere lungo 40 metri e di larghezza variabile dai 3 ai 3.40 metri, composto da grandi pietre giustapposte all’esterno e da terreno compatto misto a pietre di dimensioni variabile all’interno,

Difesa muraria, villaggio capannicolo, scavo 1984

in quest’area fu ritrovata una seconda sepoltura identica a quella ritrovata presso il corridoio del Dolmen, ma entrambi le deposizioni furono distrutte da ignoti il giorno dopo la scoperta del Puglisi.
Dopo la distruzione del Dolmen, nel terreno smosso furono identificati da M.L. Nava 10 reperti, ipotizzabili quali componenti di un corredo funerario data la tipologia del materiale, ma risulta impossibile determinare se facenti parte di un’unica sepoltura o di plurime ascrivibili ad un arco cronologico ristretto. Presso la parete rocciosa di NE è stato rinvenuto un focolare con frammenti ceramici e due frammenti di piastre di fornelli. Nello strato sabbioso a contatto con la roccia è stato ritrovato un frammento di ceramica micenea, attribuibile al Miceneo II B, che permette di datare l’inizio della frequentazione del sito con esattezza al bronzo medio. Tra gli altri fittili rinvenuti in capanna una ciotola con orlo estroflesso, tazze con carena a spigolo, di seguito l’elenco con riferimento numerico dei ritrovamenti:

  1. Vaso ovoide monoansato
  2. Ansa a nastro verticale
  3. Tazza carenata frammentaria
  4. Frammento di orlo estroflesso
  5. Frammento di cordone a tacche
  6. Spada di bronzo
  7. Frammento di ascia-martello in pietra levigata
  8. Frammento di lama in selce
  9. Macinello in pietra lavica
  10. Lisciatoio in osso

 

1. Vaso ovoide monoansato 2. Frammento di ascia martello 3. Frammento di lama in selce 4. Macinello in pietra lavica

Il Vaso di forma ovoide d’impasto bruno di ceramica con unica ansa sulla spalla, all’attacco del collo, contiene una sepoltura a cremazione e una spada di bronzo ravvolta su se stessa, lacunosa dell’impugnatura, ha una lama piuttosto lunga e spessa e a margini pressoché paralleli, e dunque del tipo ‘da fendente’, che trovai migliori riscontri negli esemplari del Bronzo recente.

1. Ansa a nastro verticale 2. Lisciatoio in osso 3. Spada in bronzo

Tutti i reperti sono ascrivibili all’età del Bronzo recente, III millennio a.C.
La Puglia settentrionale è indubbiamente una delle più precoci aree di elaborazione del rito della cremazione in urna nell’ambito dell’età del bronzo, lo stesso frammento di ceramica micenea ritrovato a Molinella attesta l’origine egea del diffondersi in Daunia del rito di incinerazione durane il bronzo recente, il piccolo frammento era molto probabilmente appartenente ad un alàbastron, ma il ritrovamento attesta anche il ruolo significativo che Vieste, insieme a Peschici (Manaccora) ricoprivano nel corso del II millennio a.C. quali luoghi di facile approdo per l’attività di scambio con il mediterraneo orientale.

il muro di difesa, lato terra. Scavo M.L.Nava 1984

Il lavoro

Nella Vieste pre-turistica le fonti di guadagno e le possibilità lavorative erano legate alle risorse offerte dal territorio, di queste oggi sopravvive la produzione olearia, vinaria e ittica, destinata per la maggior parte al fabbisogno locale, mentre fino al secolo antecedente il maggior volume di produzione permetteva una discreta esportazione verso le località confinanti . Le produzioni e i mestieri di una volta vedranno la loro estinzione a causa dell’avanzare del progresso, altre volte a causa di avvenimenti politici e a livello locale soventemente a causa dello sfruttamento delle risorse.

1920, segheria a vapore del cav. Michele Scannapieco al Pantanello

Nella seconda metà dell’ottocento fu installata al Pantanello (Via Verdi) una segheria a vapore da una società francese, vi si lavorava il legname esboscato dalla foresta umbra e importato dalla costa dalmata-istriana, nel 1898 sarà acquistata dal Cav. Michele Scannapieco , che la trasferirà successivamente in località Mandrione, affiancandole una falegnameria; nel 1921 l’attività sarà rilevata dallo stato e impiegherà 70 operai.

Pantanello, Via Verdi “Il solfuro” impianto per l’estrazione dell’olio non commestibile dai residui della sansa, il capannone e le ciminiere sono stati demoliti nel 1990.

Al Pantanello la segheria dismessa sarà destinata alla lavorazione del pomodoro pelato e negli anni ’30 diventerà un impianto per l’estrazione dell’olio dalla sansa, localmente chiamato “il solfuro” l’impianto cesserà la produzione negli anni ’80 e sarà demolito nel 1990. La Cirio sull’altura della santa Croce prima e a Mandrione successivamente, impiegherà 200 operai dal 1935 al 1974. La carbonaia di Campi rappresenterà fino agli anni’50 la fortunata offerta di giornate lavorative per i mestieri legati alla stagionalità come la pesca e l’agricoltura, oltre i lavoratori impiegati nella carbonaia esisteva il mestiere del “Cravunire” che vendeva la carbonella a sacchi, utilizzata per riscaldare le case, attraverso il braciere (u vrascire), vendeva anche sacchi di “strummele”, pigne utilizzate per accendere la legna in cucina.

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Anni ’30 Camion alimentato a gassogeno, ovvero a combustione di legna, adibito al trasporto dei ronchi d’albero esboscati dalla foresta Umbra. Davanti all’opera al motore, Sante Raduano
1936 trattore in un campo di grano di Biagio Mafrolla il giorno della visita della commissione provinciale di propaganda agraria
1935, mietitrebbiatura del grano, Campo di coltivazione di Biagio Mafrolla

La carbonaia risulterà particolarmente attiva negli anni dell’autarchia del 1935, quando l’Italia subirà le misure punitive per la politica espansionistica nell’Africa orientale e l’Inghilterra, la Francia e la Russia chiuderanno alla nostra nazione le vie commerciali, il governo fascista sopperirà alla mancata importazione dei combustibili, incoraggiando la produzione di carbone, in tutta Italia i mezzi di trasporto verranno alimentati a gasogeno e anche Vieste avrà l’unico camion che brucia legna, utilizzato per il trasporto dei tronchi d’albero da e per la segheria, guidato e curato da Sante Raduano.

Azienda agricola “Macinino” di Biagio Mafrolla 1931

L’autarchia porterà sul versante alimentare ad incoraggiare la produzione del grano, favorendo la coltivazione anche sulle zone collinari, sarà Biagio Mafrolla il latifondista attivo e premiato per la produzione del grano. Il trasporto era quasi esclusivamente praticato via mare, dal 1800 fino agli anni’60, furono i trabaccoli, prima velieri e successivamente dotati di motore ausiliario, le imbarcazioni capaci di trasportare fino a 150 tonnellate, utilizzate per la pesca e l’importazione ed esportazione delle derrate alimentari , dei tronchi e cortecce di albero, della manna (pece, resina) e attivissimo era il commercio della frutta con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia, molto richiesti erano i nostri agrumi, i meloni e le carrube.

1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , usato come trasporto per raggiungere Campi, il sindaco si recava a visionare la progettazione della strada Vieste-Campi

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi il Cromo, il S.Domenico, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Salvatore, il S.Maria di Corsignana, et al. Molto diffuso era anche il trasporto da e per Barletta attraverso imbarcazioni quali il paranzello, le brazzere e i pielago, che commerciavano tra le coste i limoni, il pesce salato, la legna e il carbone da Vieste e le patate, le cipolle, i sacchi di iuta, l’orzo da Barletta. Tra i mestieri estinti, “U Vuttare” il bottaio, “u stagnare” che costruiva oggetti con lo stagno e lo zinco, come i bracieri e i secchi, gli ultimi sono stati Fabrizio Tanine e Talucce, in Via Chirurgo dell’Erba e Talino Ruggieri al Seggio;” u Molafurce” l’arrotino, “u sanapiatte” aggiustava recipienti rotti, “ u lampiunere” l ’addetto alla pubblica illuminazione a gas. Dagli anni ’50 iniziarono i cantieri sociali per la realizzazione delle opere pubbliche, impiegheranno a tempo determinato i disoccupati per la realizzazione del campo sportivo, della chiesa e delle opere sociali di San Giuseppe, delle strade per Campi e Mandrione e degli scavi archeologici di Merino.

Vieste nelle “Visioni italiche” di Giulio Ferrari

Nel 1904 Giulio Ferrari diede alle stampe, per la Ulrico Hoepli di Milano, il suo resoconto di viaggio “Visioni italiche”, ritroviamo in questo volume un capitolo dedicato al Gargano: “nel piano infocato, sul Gargano, in viaggio per Roma” (Cap IV); era il Ferrari tra i coraggiosi visitatori di Vieste nei primi del Novecento, guidato da motivazioni artistiche e alla ricerca di luoghi poco conosciuti dell’Italia, come egli stesso dichiara nella prefazione alle visioni italiche: “Rievocare alcuni luoghi meno noti d’Italia ove sono pure, grandi bellezze e grandi memorie, additare sentieri quasi ignorati, ricordare che ci sono ancora molti angoli del nostro paese che bisogna amare, curare di più, meglio intenderne i dolori e le speranze, che ci sono vecchie poesie da risvegliare o da tener svegliate e idealità nascenti da incoraggiare, operosità da guidar meglio o altre da magnificare distogliendo un po’ l’attenzione che i grandi centri o i luoghi più fortunati assorbono”. Decise sicuramente di avventurarsi per il Gargano negli anni che trascorse come insegnante di storia dell’arte a Foggia. Il Ferrari era un talentuoso pittore e corredò il suo diario di viaggio con schizzi e ritratti dei luoghi che maggiormente lo ispirarono; in verità a Vieste dedicò solo alcuni tratti fugaci, possiamo ipotizzare che probabilmente l’estenuante viaggio aveva messo a dura prova la sua resistenza fisica, non concedendogli sufficienti forze per ritrarre con calma quel paesaggio che invece scrisse essere: “fra le visioni italiche più care”. Il primo ritratto di impegno artistico infatti, giusto per rafforzare la nostra tesi, lo fece all’imboccatura della foresta Umbra, uscendo da Vieste, dopo ore di riposo.

umbra

Per arrivare a Vieste, assoldò da Monte Sant’Angelo un mulo con mulattiere e percorse i sentieri meno battuti, evitando di proposito la corriera postale, l’unico mezzo di trasporto per le persone esistente all’epoca. Da subito ci fornisce informazioni sullo stato del bosco, che egli riferisce chiamarsi semplicemente di Vieste, ma il riferimento della concessione ad una “certa società francese”, ci fa supporre che trattasi del bosco di sfilzi, concesso alla ditta dei fratelli Forquet.

“Entrammo nel bosco che chiamano di Vieste che per il taglio, l’aveva concesso a certa società francese colla quale, mi dissero, è da tempo in lite per inadempimento di obblighi del contratto, questo stato di cose ha lasciato il bosco non poco abbandonato. Qua e là larghe piazze, dopo zone fittissime di alte piante, altrove tronchi atterrati ed in preda ad enormi funghi che parassiti odiosi anche sul cadavere, distendono le loro grasse ombrelle sopra i disgraziati giganti.”

tav-xiii

Il percorso da Monte S.Angelo fino a Vieste durò ben 9 ore, a metà percorso era dovuto il riposo e rinfocolamento, e il Ferrari ne approfittò per ritrarre il mulo, compagno di viaggio e gli altissimi faggi e olmi.

mulo

“Alle due ripigliammo il sentiero che s’aggirava tortuosamente nel bosco abbandonato: i poveri tronchi ludibrio dei muschi e dei funghi, destinati alla morte più inonorata, giacevano numerosi e a volte sbarravano completamente il già magro sentiero. Verso le quattro lasciato il bosco, il sentiero ci condusse sulla strada pianeggiante che allacciava Vieste alla lontana Apricena.”

Entrava a Vieste dalla contrada Gioia, passando davanti al cimitero eretto solo due anni prima:

“biancheggiava un recente sontuoso cimitero dal superbo ingresso e dai monumenti funerari signorili, orgoglio di quegli abitanti come avrò occasione di notare anche in un altro paese garganico.”

Il Ferrari ci fornisce anche informazioni circa le ore necessarie per raggiungere Vieste e i tempi di percorso necessari da Vieste per altre località vicine:

“pensi il mio lettore che da Montesantangelo prendendo una scorciatoia impiegai a giungere a Vieste nove ore, che servizio di carrozza postale diretto da Vieste a Montesantangelo non c’è, e che per giungere da Vieste, per Peschici e Rodi, fino ad Apricena, col servizio postale, si parte alle undici di notte da Vieste e si arriva il domani alle tre pomeridiane!

E a questo punto la descrizione di Vieste assume connotazioni curiose, non tanto per la definizione di un paese derelitto, che ci fornisce il Ferrari, quanto per un plagio che abbiamo riscontrato in un ritratto delle bianche case, di ispirazione araba come ritiene l’autore, che ha più che ispirato un autore locale, Michele Vocino, il quale nel suo “Lo sperone d’Italia: note e disegni” del 1914, riporta con firma personale lo stesso identico disegno del Ferrari!

Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902
Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902

Povera Vieste ! L’ ho fra le mie visioni italiche più care, perchè derelitta. Alta su bianco scoglio, colle sue bianchissime case non so dimenticarla. Una sera, il sole morente lievemente scaldava il candore delle casette che cercai ritrarre in questo disegno, il quale sembrerà un angolo di villaggio arabo.

Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914
Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914

Il Ferrari ci fornisce poi di seguito, una interessante descrizione con relativo ritratto, della torre di Santa Croce sulla punta del corno (anche se erroneamente la chiama Torre di San Felice) della quale, oggi non vi è più alcuna traccia e rimane solo il toponimo del luogo, chiamato “sopra la torre”

faro

Lo scoglio enorme sul quale biancheggia Vieste si protende nel mare con due lunghe branche, quella di Torre S. Felice e l’altra di S. Francesco che, nel loro arco, formano il piccolo porto dinanzi al quale è un isolotto col faro di recente restaurato fig.56. La torre S. Felice è massiccia e cilindrica e orrendamente squarciata verso il monte. 

Identico errore di nome si presenta poi di seguito per la torre Gattarella, che il Ferrari scrive “Grottarella” .

s-fran

Dalla punta di S. Francesco, l’estrema scogliera di Vieste, la scena che si gode invano tento descrivere: quasi intera la vista della città dominata da un enorme castello a barbacani mostruosi, e le ricurve scogliere quasi mensole reggenti le case, e da lunge verso mezzogiorno la meravigliosa Spiaggia del Castello a tratti verde, a tratti rovinante a picco sul mare come verso l’estremo lembo di Torre Grottarella, fig. 57.

  Anche il Ferrari avverte a Vieste il suo protendersi verso il mare, verso la sponda opposta dell’adriatico, e lo pervadono, figlio del suo tempo, i sentimenti patriottici verso le terre perdute della Dalmazia, e con questi pensieri ideali si conclude la sua breve sosta a Vieste:

 Il plenilunio durava splendido la notte che lasciai Vieste, diretto a Rodi. La povera diligenza partì verso mezzanotte di buon passo che durò per lungo tratto di strada, poi si fece lenta a guadagnare l’alto monte di Peschici, ove dovevansi cambiare i cavalli.