Ricordi di un’era semplice e felice

pescheria 800
Nei primi del 900 erano ancora viventi gli ultimi fedelissimi e intransigenti borbonici dei moti reazionari Viestani del 27 Luglio 1861, aveva lo studio in piazza del Fosso, l’avvocato Don Gaetanino Fasani, era dirimpettaio dell’edicolante Antonio Patrone, ultimi rappresentanti di un’idea e di un’era scomparsa. I due vecchietti si salutavano con una specie di parola d’ordine, pronunciata con energia: “Uomo!”. Don Gaetanino portava sempre il colletto inamidato, la bombetta e il bastone dal manico d’argento, oratore forbito, restò memorabile il suo elogio funebre pronunciato in occasione della morte del Chirurgo Raffaele Dell’Erba, suo collega di fazione borbonica, il quale dovette scontare diversi anni di confino politico sull’isola di Pantelleria e per quanto non si trovarono mai le prove, tutti in paese sapevano che era stato il chirurgo ad avvelenare il cugino, infilando la dose letale in un bicchiere di rosolio che il poveretto gli aveva chiesto per un mal di pancia. Era parente il Dell’Erba di Don Laurunzino dell’antica speziaria, Farmacia che fu un covo di Carbonari ed affiliati alla Giovine Italia. Il grande mortaio di bronzo aveva suonato svariate volte, non solo per pestare i fasci di fiori di Malva, la Camomilla, le radici e la belladonna raccolti nei boschi e nelle campagne di Vieste, ma aveva suonato il mortaio anche come segnale per i cospiratori del Risorgimento, riuniti nel retrobottega; tacque nel 1936, dopo oltre un secolo di attività, finì donato alla Patria nella raccolta del Bronzo , finì per diventare segnale sul campanile di Addis Abeba. Così pure il “Caffè del 1848” al largo Marina , col decesso di Michelino Scala, chiuse i battenti; nell’ultimo periodo era il ritrovo dei pescatori e altrimenti non poteva essere vista la sua posizione felice di fianco alla pescheria. Michelino nelle notti di Natale, nelle sere di Carnevale e durante il lavoro notturno dei frantoi, solea girare con una caffettiera riscaldata da un piccolo braciere portatile, vendeva il caffè “ristoratore” delle notti fredde e sapeva fare anche delle ottime caramelle di zucchero e i tradizionali “taradduzz” di San Giorgio.

Da “gli ultimi bagliori dell’800” di Carlo Dell’Erba, Il faro 1950.

“Ecco Zè Nunzia, è alle prese con un monello che le sottrae della frutta. Ecco il Dazio, alla porta di sopra quando volevi entrare, se si portavano derrate alimentari si doveva pagare, nel passato è capitato qualche funzionario più mastino che uomo e i Viestani si vendicarono garbatamente. Qualche burlone, fingendo di portare vino sotto la giubba, si mostrava in lontananza tutto preoccupato al Daziere, questo adocchiatolo, dava inizio al pedinamento: la lepre avanti e il mastino dietro, si girava e si girava senza fine, chi sapeva rideva. Quando finalmente la lepre era agguantata, si vedeva il mastino addosso con un palmo di lingua di fuori e si sentiva di botto chiedere:  Cosa porti sotto quel giubbone? Il burlone tirava fuori la bottiglia e sorridendo rispondeva: Acqua Fresc!!!” La piazza ora C.so Umberto (qui in un immagine dei primi del ‘900) botteghe con firmacon la scomparsa degli ultimi vecchi sarti negli anni ’60 come Pavicchio, Pasqualnicchio, Luigi Greco ed altri, perdette tutta la sua caratteristica di chiassosa via, animata dalle botteghe artigiane. Queste sartorie erano dei veri e propri luoghi di ritrovo, dove avvenivano opere di “taglia e cuci” ovvero di pettegolezzi, rinomati nel paese e chiunque percorreva quella via lo faceva con passo spedito, consapevole che una parola sarebbe stata pronunciata sicuramente sul suo conto, persino la processione della Madonna il 9 Maggio accelerava il passo in quel tratto! La bottega di Pasqualnicchio in particolare era il luogo della discussione dei confratelli dell’arciconfraternita artigiana di S. Pietro di Alcantara contro quelli della confraternita del Purgatorio composta dai “Signori”. Una lite secolare circa la precedenza di posto alle processioni e agli accompagnamenti funebri: la prima vantava di essere arciconfraternita per decreto di Ferdinando di Borbone, l’altra non riconosceva tale privilegio rilasciato da un Autorità Civile e non Ecclesiastica e vantava di essere inoltre la più antica. Ove partecipava l’una non partecipava l’altra. La discussione veniva risolta dai giovani della confraternita di S. Pietro che invitando ad un banchetto i giovani dell’altra confraternita donarono la precedenza alla confraternita del purgatorio nel 1956. Alla bottega di Pavicchio detta la “Chianea amara” si criticò a lungo questo tradimento, era il luogo ove si discuteva a lungo di politica, finanza, arte e soprattutto di musica. La sera dopo le animate discussioni, era un vero problema per chi doveva rincasare prima, temendo di essere criticato da coloro che restavano, e nessuno osava andarsene finché Pavicchio non chiudeva la bottega! Il lunedì i sarti chiudevano prima perché gli artigiani erano soliti partecipare alla “passeggiata del Lunedì “ , si riunivano alla spiaggia del convento per mangiare arringhe, baccalà e frutti di mare, il tutto accompagnato dal buon vino locale, che li faceva tornare la sera cantando allegri per la via “du cummend” e la gente sentendoli sbraitare diceva che i sarti avevano fatto le solite “lamp’d au cumment”.

Da I corsi, le vie, i vicoli di Don Marco della Malva, Il Faro 1956.

pasqualino.jpgPasqualino Ciardello era un calzolaio e venditore di neve nell’estate e di uccelli cucinati nell’inverno. Esportava anche a Milano uccelli presi coi lacci nei boschi di Vieste. Geniale, allegro e spensierato andava a votare con la scheda legata al collo di una pecora che allevava, legata all’uscio di casa. Era però un grande spenditore e sovente rimaneva al verde, si avvicinavano così le feste di Santa Maria e Pasqualino aveva bisogno di denaro, si rivolse ad un suo amico, di nome Coppola alias “Il brigadiere” chiedendo se gli indicasse qualcuno che potesse prestare un biglietto da mille lire senza cambiale. Il Brigadiere rimase in silenzio pensava al pacchetto di sigarette che aveva prestato a Pasqualino e non aveva mai più rivisto, pensò …e ora ha il coraggio di chiedere mille lire! A quei tempi valevano un milione, però poteva essere l’occasione per Pasqualino di parare quel debito finito in fumo, allora lo indirizzò da Don Giuseppe Caizzi, vecchio cappellano della chiesa di San Pietro, uomo molto avaro; per la messa guadagnava appena una lira, viveva di stenti e tutti i giorni mangiava fave. L’indomani Pasqualino Ciardello armato di coraggio va ad attendere Don Giuseppe e gli chiede le mille lire con la promessa che subito dopo le feste gliele avrebbe restituite. Don Giuseppe promette le mille lire, assicurando che il giorno dopo sarebbe passato lui stesso per la bottega, ove Ciardello vendeva la neve, per consegnare il denaro. Ciardello ritorna a casa, contento e fischiettando, la notte non fa che progettare castelli in aria: veste alla moglie, scarpe, etc…Di buon mattino s’incontra in piazza con il brigadiere e gli da’ la buona notizia, allora il brigadiere chiede da fumare, nella rivendita, per non approfittare troppo, chiede solo cinque sigari e Pasqualino compra con la promessa del pagherò. Don Giuseppe arriva: ecco le mille lire, saluta e se ne va. Pasqualino intasca senza guardare, ma quando nel retrobottega apre il biglietto, vede che si tratta di una carta in bianco con la scritta “Lire 1000”! Intanto Don Giuseppe passa dal brigadiere per ritirare il sigaro promesso.

Da “I cinque sigari e le mille lire” di Natale Russo, il Faro 1950

Se la luna era tutta piena e si affacciava proprio nella strada circondata da tante stelle, si cercava di vedere “Fraccosime jind la lun” . Chi ci riusciva facendo combaciare in un certo modo le macchioline scure, diceva che sì, era vero, lui lo vedeva proprio bene Fraccosime. Gli altri ci restavano male.
Da ” il mio paese” di Mimmo Aliotanotturno giorgio

 

 

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