Vieste nelle “Visioni italiche” di Giulio Ferrari

Nel 1904 Giulio Ferrari diede alle stampe, per la Ulrico Hoepli di Milano, il suo resoconto di viaggio “Visioni italiche”, ritroviamo in questo volume un capitolo dedicato al Gargano: “nel piano infocato, sul Gargano, in viaggio per Roma” (Cap IV); era il Ferrari tra i coraggiosi visitatori di Vieste nei primi del Novecento, guidato da motivazioni artistiche e alla ricerca di luoghi poco conosciuti dell’Italia, come egli stesso dichiara nella prefazione alle visioni italiche: “Rievocare alcuni luoghi meno noti d’Italia ove sono pure, grandi bellezze e grandi memorie, additare sentieri quasi ignorati, ricordare che ci sono ancora molti angoli del nostro paese che bisogna amare, curare di più, meglio intenderne i dolori e le speranze, che ci sono vecchie poesie da risvegliare o da tener svegliate e idealità nascenti da incoraggiare, operosità da guidar meglio o altre da magnificare distogliendo un po’ l’attenzione che i grandi centri o i luoghi più fortunati assorbono”. Decise sicuramente di avventurarsi per il Gargano negli anni che trascorse come insegnante di storia dell’arte a Foggia. Il Ferrari era un talentuoso pittore e corredò il suo diario di viaggio con schizzi e ritratti dei luoghi che maggiormente lo ispirarono; in verità a Vieste dedicò solo alcuni tratti fugaci, possiamo ipotizzare che probabilmente l’estenuante viaggio aveva messo a dura prova la sua resistenza fisica, non concedendogli sufficienti forze per ritrarre con calma quel paesaggio che invece scrisse essere: “fra le visioni italiche più care”. Il primo ritratto di impegno artistico infatti, giusto per rafforzare la nostra tesi, lo fece all’imboccatura della foresta Umbra, uscendo da Vieste, dopo ore di riposo.

umbra

Per arrivare a Vieste, assoldò da Monte Sant’Angelo un mulo con mulattiere e percorse i sentieri meno battuti, evitando di proposito la corriera postale, l’unico mezzo di trasporto per le persone esistente all’epoca. Da subito ci fornisce informazioni sullo stato del bosco, che egli riferisce chiamarsi semplicemente di Vieste, ma il riferimento della concessione ad una “certa società francese”, ci fa supporre che trattasi del bosco di sfilzi, concesso alla ditta dei fratelli Forquet.

“Entrammo nel bosco che chiamano di Vieste che per il taglio, l’aveva concesso a certa società francese colla quale, mi dissero, è da tempo in lite per inadempimento di obblighi del contratto, questo stato di cose ha lasciato il bosco non poco abbandonato. Qua e là larghe piazze, dopo zone fittissime di alte piante, altrove tronchi atterrati ed in preda ad enormi funghi che parassiti odiosi anche sul cadavere, distendono le loro grasse ombrelle sopra i disgraziati giganti.”

tav-xiii

Il percorso da Monte S.Angelo fino a Vieste durò ben 9 ore, a metà percorso era dovuto il riposo e rinfocolamento, e il Ferrari ne approfittò per ritrarre il mulo, compagno di viaggio e gli altissimi faggi e olmi.

mulo

“Alle due ripigliammo il sentiero che s’aggirava tortuosamente nel bosco abbandonato: i poveri tronchi ludibrio dei muschi e dei funghi, destinati alla morte più inonorata, giacevano numerosi e a volte sbarravano completamente il già magro sentiero. Verso le quattro lasciato il bosco, il sentiero ci condusse sulla strada pianeggiante che allacciava Vieste alla lontana Apricena.”

Entrava a Vieste dalla contrada Gioia, passando davanti al cimitero eretto solo due anni prima:

“biancheggiava un recente sontuoso cimitero dal superbo ingresso e dai monumenti funerari signorili, orgoglio di quegli abitanti come avrò occasione di notare anche in un altro paese garganico.”

Il Ferrari ci fornisce anche informazioni circa le ore necessarie per raggiungere Vieste e i tempi di percorso necessari da Vieste per altre località vicine:

“pensi il mio lettore che da Montesantangelo prendendo una scorciatoia impiegai a giungere a Vieste nove ore, che servizio di carrozza postale diretto da Vieste a Montesantangelo non c’è, e che per giungere da Vieste, per Peschici e Rodi, fino ad Apricena, col servizio postale, si parte alle undici di notte da Vieste e si arriva il domani alle tre pomeridiane!

E a questo punto la descrizione di Vieste assume connotazioni curiose, non tanto per la definizione di un paese derelitto, che ci fornisce il Ferrari, quanto per un plagio che abbiamo riscontrato in un ritratto delle bianche case, di ispirazione araba come ritiene l’autore, che ha più che ispirato un autore locale, Michele Vocino, il quale nel suo “Lo sperone d’Italia: note e disegni” del 1914, riporta con firma personale lo stesso identico disegno del Ferrari!

Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902
Ritratto di Vieste di Giulio Ferrari, 1902

Povera Vieste ! L’ ho fra le mie visioni italiche più care, perchè derelitta. Alta su bianco scoglio, colle sue bianchissime case non so dimenticarla. Una sera, il sole morente lievemente scaldava il candore delle casette che cercai ritrarre in questo disegno, il quale sembrerà un angolo di villaggio arabo.

Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914
Ritratto di Vieste di Michele Vocino, 1914

Il Ferrari ci fornisce poi di seguito, una interessante descrizione con relativo ritratto, della torre di Santa Croce sulla punta del corno (anche se erroneamente la chiama Torre di San Felice) della quale, oggi non vi è più alcuna traccia e rimane solo il toponimo del luogo, chiamato “sopra la torre”

faro

Lo scoglio enorme sul quale biancheggia Vieste si protende nel mare con due lunghe branche, quella di Torre S. Felice e l’altra di S. Francesco che, nel loro arco, formano il piccolo porto dinanzi al quale è un isolotto col faro di recente restaurato fig.56. La torre S. Felice è massiccia e cilindrica e orrendamente squarciata verso il monte. 

Identico errore di nome si presenta poi di seguito per la torre Gattarella, che il Ferrari scrive “Grottarella” .

s-fran

Dalla punta di S. Francesco, l’estrema scogliera di Vieste, la scena che si gode invano tento descrivere: quasi intera la vista della città dominata da un enorme castello a barbacani mostruosi, e le ricurve scogliere quasi mensole reggenti le case, e da lunge verso mezzogiorno la meravigliosa Spiaggia del Castello a tratti verde, a tratti rovinante a picco sul mare come verso l’estremo lembo di Torre Grottarella, fig. 57.

  Anche il Ferrari avverte a Vieste il suo protendersi verso il mare, verso la sponda opposta dell’adriatico, e lo pervadono, figlio del suo tempo, i sentimenti patriottici verso le terre perdute della Dalmazia, e con questi pensieri ideali si conclude la sua breve sosta a Vieste:

 Il plenilunio durava splendido la notte che lasciai Vieste, diretto a Rodi. La povera diligenza partì verso mezzanotte di buon passo che durò per lungo tratto di strada, poi si fece lenta a guadagnare l’alto monte di Peschici, ove dovevansi cambiare i cavalli.

 

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