Il lavoro

Nella Vieste pre-turistica le fonti di guadagno e le possibilità lavorative erano legate alle risorse offerte dal territorio, di queste oggi sopravvive la produzione olearia, vinaria e ittica, destinata per la maggior parte al fabbisogno locale, mentre fino al secolo antecedente il maggior volume di produzione permetteva una discreta esportazione verso le località confinanti . Le produzioni e i mestieri di una volta vedranno la loro estinzione a causa dell’avanzare del progresso, altre volte a causa di avvenimenti politici e a livello locale soventemente a causa dello sfruttamento delle risorse.

1920, segheria a vapore del cav. Michele Scannapieco al Pantanello

Nella seconda metà dell’ottocento fu installata al Pantanello (Via Verdi) una segheria a vapore da una società francese, vi si lavorava il legname esboscato dalla foresta umbra e importato dalla costa dalmata-istriana, nel 1898 sarà acquistata dal Cav. Michele Scannapieco , che la trasferirà successivamente in località Mandrione, affiancandole una falegnameria; nel 1921 l’attività sarà rilevata dallo stato e impiegherà 70 operai.

Pantanello, Via Verdi “Il solfuro” impianto per l’estrazione dell’olio non commestibile dai residui della sansa, il capannone e le ciminiere sono stati demoliti nel 1990.

Al Pantanello la segheria dismessa sarà destinata alla lavorazione del pomodoro pelato e negli anni ’30 diventerà un impianto per l’estrazione dell’olio dalla sansa, localmente chiamato “il solfuro” l’impianto cesserà la produzione negli anni ’80 e sarà demolito nel 1990. La Cirio sull’altura della santa Croce prima e a Mandrione successivamente, impiegherà 200 operai dal 1935 al 1974. La carbonaia di Campi rappresenterà fino agli anni’50 la fortunata offerta di giornate lavorative per i mestieri legati alla stagionalità come la pesca e l’agricoltura, oltre i lavoratori impiegati nella carbonaia esisteva il mestiere del “Cravunire” che vendeva la carbonella a sacchi, utilizzata per riscaldare le case, attraverso il braciere (u vrascire), vendeva anche sacchi di “strummele”, pigne utilizzate per accendere la legna in cucina.

Questo slideshow richiede JavaScript.

Anni ’30 Camion alimentato a gassogeno, ovvero a combustione di legna, adibito al trasporto dei ronchi d’albero esboscati dalla foresta Umbra. Davanti all’opera al motore, Sante Raduano
1936 trattore in un campo di grano di Biagio Mafrolla il giorno della visita della commissione provinciale di propaganda agraria
1935, mietitrebbiatura del grano, Campo di coltivazione di Biagio Mafrolla

La carbonaia risulterà particolarmente attiva negli anni dell’autarchia del 1935, quando l’Italia subirà le misure punitive per la politica espansionistica nell’Africa orientale e l’Inghilterra, la Francia e la Russia chiuderanno alla nostra nazione le vie commerciali, il governo fascista sopperirà alla mancata importazione dei combustibili, incoraggiando la produzione di carbone, in tutta Italia i mezzi di trasporto verranno alimentati a gasogeno e anche Vieste avrà l’unico camion che brucia legna, utilizzato per il trasporto dei tronchi d’albero da e per la segheria, guidato e curato da Sante Raduano.

Azienda agricola “Macinino” di Biagio Mafrolla 1931

L’autarchia porterà sul versante alimentare ad incoraggiare la produzione del grano, favorendo la coltivazione anche sulle zone collinari, sarà Biagio Mafrolla il latifondista attivo e premiato per la produzione del grano. Il trasporto era quasi esclusivamente praticato via mare, dal 1800 fino agli anni’60, furono i trabaccoli, prima velieri e successivamente dotati di motore ausiliario, le imbarcazioni capaci di trasportare fino a 150 tonnellate, utilizzate per la pesca e l’importazione ed esportazione delle derrate alimentari , dei tronchi e cortecce di albero, della manna (pece, resina) e attivissimo era il commercio della frutta con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia, molto richiesti erano i nostri agrumi, i meloni e le carrube.

1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , usato come trasporto per raggiungere Campi, il sindaco si recava a visionare la progettazione della strada Vieste-Campi

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi il Cromo, il S.Domenico, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Salvatore, il S.Maria di Corsignana, et al. Molto diffuso era anche il trasporto da e per Barletta attraverso imbarcazioni quali il paranzello, le brazzere e i pielago, che commerciavano tra le coste i limoni, il pesce salato, la legna e il carbone da Vieste e le patate, le cipolle, i sacchi di iuta, l’orzo da Barletta. Tra i mestieri estinti, “U Vuttare” il bottaio, “u stagnare” che costruiva oggetti con lo stagno e lo zinco, come i bracieri e i secchi, gli ultimi sono stati Fabrizio Tanine e Talucce, in Via Chirurgo dell’Erba e Talino Ruggieri al Seggio;” u Molafurce” l’arrotino, “u sanapiatte” aggiustava recipienti rotti, “ u lampiunere” l ’addetto alla pubblica illuminazione a gas. Dagli anni ’50 iniziarono i cantieri sociali per la realizzazione delle opere pubbliche, impiegheranno a tempo determinato i disoccupati per la realizzazione del campo sportivo, della chiesa e delle opere sociali di San Giuseppe, delle strade per Campi e Mandrione e degli scavi archeologici di Merino.

Successe il 27

Dopo la costituzione del regno d’Italia nel 1860, fondato dai liberali (Garibaldini e Piemontesi)  il meridione iniziò ad opporsi al nuovo stato, sostenendo la resistenza del secolare regno delle due Sicilie e del suo sovrano borbonico Francesco II.  La plebe, il clero, gli ex soldati dell’esercito delle due Sicilie e i nobili filoborbonici,  diedero vita al fenomeno anti-unitario che venne poi definito: il brigantaggio. Vieste, non meno degli altri comuni Garganici, scrisse una pagina di storia, per quanto cruenta, importante del brigantaggio meridionale. Il racconto di quegli avvenimenti è giunto a noi tramite un manoscritto anonimo custodito da mons. Mario dell’Erba, vicario della diocesi di Vieste ed edito dal Centro di cultura N. Cimaglia nel 1982 (con una successiva edizione del 1983, a cura del Comune di Vieste, destinata alle scuole) con il titolo “successe il 27”, la data della rivolta di briganti a Vieste fu il 27 Luglio 1861.

foggia.JPG
Allegoria del contributo dei comuni della Daunia all’unità d’Italia,  Museo di Foggia

Il manoscritto anonimo riporta un pesante giudizio sui Viestani: “ Posta è Viesti sull’estremo sperone d’Italia dove propriamente sta la rotella. Città deliziosa e sabbiosa con porto naturale a mare: i suoi abitanti, quasi ad uniformarsi all’indoleimg011 del suolo e della sua postura, sono tutti Girella: in essi si nasconde sempre la frode e il tradimento. “ Il manoscritto custodito dal Mons. Mario Dell’Erba e integralmente pubblicato dal centro di cultura Cimaglia,  è anonimo non per volere dell’autore ma in quanto è stato decurtato delle sue prime e ultime pagine dove sicuramente era presente la firma dell’autore. I fatti raccontati nel manoscritto per quanto fedeli all’accaduto, trapelano un evidente punto di vista liberale e non riportano le vittime tra i briganti e nemmeno la feroce repressione che seguì alla rivolta, per cui è giustificabile che un autore di schieramento liberale abbia potuto definire la quasi totalità della popolazione filoborbonica come traditrice del nuovo regno.

Alle 3 del mattino del 27 Luglio del 1861 la banda del Pezzente , del generale Patetta e del Principe Luigi, famosi  briganti provenienti da Vico e da Monte S.Angelo , arrivarono dalla foresta Umbra, altri sbarcarono a Merino  e appoggiati dalla maggioranza del popolo viestano, ebbero la meglio sulle Guardie Nazionali, sfondarono la Porta grande (posta all’entrata della Piazza del Fosso) ed entrarono nel borgo, dando vita a 2 giorni di autentico terrore: saccheggiarono, incendiarono le case e trucidarono i borghesi  Viestani  sostenitori  dell’Unità d’Italia e detentori del potere politico ed economico. In verità l’elenco dei  “massacrabili” era stato stillato già tre giorni prima in un convegno tenutosi presso una casa in contrada Calma, ove lo decisero in numero di 60 tra briganti e manutengoli (proprietari, nobili ed esponenti del clero, i quali pur non partecipando direttamente alle azioni dei briganti, le sostenevano con denari, armi, viveri e informazioni). La difesa del paese si concentrò tutta nel Castello,  fortezza che non sarà espugnata dai Briganti, così come non lo fu mai nel corso della sua storia, mentre il paese sarà teatro dei più efferati omicidi; di quei luoghi del quartiere ottocentesco dove caddero i martiri del 27 luglio 1861, oggi ci rimangono le vie a loro intitolate.

max 1920.jpgPiù della Guardia Nazionale, il nuovo stato liberale è stato degnamente difeso dai Militi mobili, corpo che arruolò in tutta Italia gli ex-Garibaldini; a Vieste queste guardie mobili erano in numero di 20 comandate da Gaetano Petrone Farina, tra gli altri nomi Giuseppe Capita, Domenico Protano, Gaetano Bosco, Michele Ascoli Arcangelo De Simone. La notte del 27 Luglio del 1861 le sentinelle di Guardia al Castello videro una massa nera in avvicinamento e diedero miccia al cannoncino per avvisare tutti i liberali e le altre 8 guardie mobili all’entrata del paese che il momento era giunto: i briganti erano arrivati! All’avviso partito dal Castello, una voce femminile dalla Santa Croce urlò “Viva Francesco II” e a tale urlo, la massa in arrivo rispose con lo stesso incitamento e il borgo s’illuminò, al Petrone era chiaro ormai che tutto il paese era in rivolta contro i pochi sostenitori  dell’unità d’Italia, chiamò in raccolta il suo piccolo plotone e gli rivolse questo bellissimo discorso d’incitamento:  ” Voi badate ad ottemperarvi ai miei ordini; siete fedeli ed accingetevi a difendere l’onore vostro, delle famiglie, dei pochi liberali timidi e del Paese, fate quanto meno sangue potete, poiché trattasi più che di Briganti, di fratelli , amici, parenti illusi; cercate a non smarrirvi, o farvi venir voglia di tradimento, che io pel primo brucio le cervella a colui che gli venisse simile tentazione”. I militi, a questo breve e concitato discorso , risposero tuti: Viva Vittorio Emanuele!

spina
Raffaele Spina

Il liberale Raffaele Spina, la mattina del 27 luglio 1861, all’arrivo dei briganti, abbandonò la casa di proprietà di fronte al municipio, insieme a Pasquale Luigi Perrone, i quali pur inseguiti da numerosi colpi di fucile alle spalle, riuscirono a rifugiarsi al Castello, come era stato concordato con gli altri liberali. Non riuscirono nello stesso intento i suoi fratelli Giannicola e Michele e barricati in casa, furono difesi dal fuoco di copertura sferrato dal Castello contro il tentativo dei briganti di mettere a ferro e fuoco il palazzo e i suoi inquilini. La massa di briganti, non essendo in grado allora di entrare in casa, mandarono avanti Michele Giordani, il loro miglior oratore, il quale con mille promesse riuscì a convincere Giannicola Spina ad unirsi ai Borbonici. Quando videro dal Castello scendere il Giannicola fiducioso al fianco del Giordani, urla di dispiacere si diffusero e di comune accordo decisero di tenere nascosto l’accaduto al fratello Raffaele, che proprio poco prima era stato colpito da una violentissima febbre, quasi a  presagio di quella funesta fine che avrebbe fatto in seguito suo fratello Giannicola.

for la port.jpgDi fronte alla marina piccola abitava il secondo commesso comunale Trepiccioni Nicola, originario di Foggia con suo figlio Domenico di 20 anni, la folla inferocita bussa alla porta e ancora in camicia da notte, afferrano il padre e gli impongono di gridare Viva Francesco II, al rifiuto del malcapitato seguono colpi di baionetta e caduto esamine lo trascinano in mare. Il figlio non aveva avuto il tempo di vestirsi e assistendo alla terribile scena inizia a fuggire nudo e imbocca una scalinata vicino al pozzo Salso, ma lì lo raggiungono  e con un colpo di zappa lo sfiniscono, poi trascinato per i piedi, appiccano fuoco al suo corpo e gettano ciò che resta  in mare.  La folla inferocita si avvia poi verso le altre case di liberali, ma le trova vuote in quanto questi, avvisati, si erano messi in salvo, allora saccheggiano e danno fuoco alle loro abitazioni, nell’ordine: la casa di Carlantonio Nobile sindaco, di suo cognato Andrea Medina, di Perrone Alfonso, del caffettiere Nicola del Piano e di Gaetano Donadio negoziante.

I fratelli Nobile, Santi Farmacista e Michele sacerdote, si rifugiarono in una grotta alla punta di San Francesco, ma preso dal panico Michele si buttò a nuoto verso la barca di Padrone Salvemini di Trani, credendolo amico, ma questo lo butta a mare e avvisa urlando la massa in rivoluzione, allora Giuseppe Troja, proprio colui che più di una volta aveva chiesto soccorso e consiglio al Santi, ordina alla folla di condurli a terra e legarli, per poi portarli a spintoni al largo fuori la porta dirimpetto alla nuova costruzione dello stesso Santi e alla sua farmacia, per farlo assistere allo scempio delle sue proprietà. Dopo varie peripezie fu portato in carcere a San Francesco e lì fucilato, mentre fu lasciato libero il fratello Michelino poiché era sacerdote ma soprattutto per intercessione del primicerio Caizzi.

corso fazzini.jpgSulla destra il portone del palazzo dei fratelli Spina, dal quale uscì, ingannato dalla folla, Giannicola, il quale per salvarsi chiese di essere portato da Vincenzo Medina, il capo urbano, affinché questi mettesse una buona parola, ma il Medina, impaurito, rispose: Non lo conosco! La folla inferocita allora uccide il Spina e appicca il fuoco al suo corpo al Largo S.Marco,  un brigante di Mattinata di nome Di Jurno addirittura si mangiò un pezzo del corpo! La terribile folla di briganti, poi si porta a casa dei Cocle, nipoti del vescovo Celestino Cocle, dove prelevano i fratelli Ferdinando e Peppino e li portano in carcere; i genitori e gli altri due fratelli, uno monaco e l’altro canonico, offrono un riscatto di seimila ducati per salvarli, il capo Patetta dei briganti accetta lo scambio , ma i fratelli Cocle erano già stati fucilati! Poi toccò a Giuseppe de Vita e al figlio Francesco, fucilati al largo S. Francesco e a tarda ora fu preso anche l’orefice Marcello Cavallo, il quale fucilato ma ancora vivo fu buttato dalla scogliera del pozzo Salso.

celidonio.jpg
Celidonio Petrone

Celidonio Petrone,  Fratello di Gaetano Petrone, comandante dei Militi Mobili, il quale egregiamente difese il castello dai briganti. La notte seguente al 27 Luglio 1861, dopo 24 ore di resistenza, essendo senza cibo e avendo quasi finito le munizioni, decise di ordinare l’abbandono della difesa, approfittando del momentaneo ritiro dei briganti. Il Petrone organizza la fuga dei suoi militi a piedi, attraverso le campagne Viestane verso Manfredonia, per unirsi alle Guardie Nazionali e fare ritorno, rinforzati, nei giorni seguenti; il Petrone però si rifuggirà nei boschi viestani, poiché come il fratello Celidonio in foto, era un uomo robusto, non idoneo a tanto cammino verso Manfredonia. Il Petrone ritornerà in paese a fine Luglio, dopo l’arrivo del comandante Pinelli, la sua truppa rimetterà ordine a Vieste e dopo fucilazioni e processi sommari, saranno in 400 i briganti Garganici colpiti dalla repressione.

galantuomini.jpg
I galantuomini viestani

I Galantuomini: erano gli appartenenti alla borghesia meridionale, detenevano il potere politico ed economico, e dopo l’unità d’Italia divennero accessi liberali, fautori del nuovo regno. Spesso ricoprivano gli incarichi nominati dai Piemontesi e diventavano i capi delle Guardie Nazionali o dei Militi Mobili. Furono loro il bersaglio dei briganti, perché in fondo questo fu il brigantaggio: la rivolta disordinata della plebe contro i possidenti, i quali sfruttavano la forza lavoro del popolo senza giusta retribuzione e nemmeno permettevano l’affitto delle immense terre di loro proprietà. Il brigantaggio non fu certo una rivoluzione vincente, poiché dopo la repressione del fenomeno , la situazione della plebe meridionale peggiorò ulteriormente e allo stato di povertà si aggiunse anche il servizio di leva obbligatorio, sconosciuto sotto il regno delle due Sicilie. La questione meridionale è certamente un problema nato a causa dell’unità d’Italia, voluta da un governo Piemontese che non seppe adattare le sue leggi alle esigenze del Sud Italia.

Pinelli.JPG
Il comandante Pinelli

Alla fine di Luglio del 1861 arriva a Vieste un grosso battello a vapore, era il comandante Piemontese Bartolomeo Pinelli con la sua truppa, era venuto a mettere ordine alla rivolta. L’intero paese si mette in fuga, furono in 7000 a rifugiarsi nelle campagne, donne, uomini, bambini, anziani, tutti si misero al riparo per paura della rappresaglia , il paese si svuotò e le abitazioni furono lasciate tutte aperte e disabitate. Su 5212 briganti fucilati in meridione ben  1459 erano della Capitanata!

dell'erba
Il chirurgo Raffaele Dell’erba

 

Il chirurgo Raffaele dell’erba , nel 1861 avvelenò suo cugino Farmacista Giuseppe Dell’Erba per paura che rivelasse la sua fede Borbonica;  gli somministrò il veleno in un bicchiere di rosolio, facendogli credere che quel liquido fosse un antidoto per un dolore di pancia che accusava, il cugino morì violentemente dopo pochi minuti. Il chirurgo non fu mai direttamente accusato per l’omicidio, ma in quanto acceso borbonico fu mandato in confino politico sull’isola di Pantelleria.

 

brigantesse

Anche Vieste ebbe le sue brigantesse, mogli, madri e sorelle che appoggiavano la causa borbonica dei loro congiunti, certamente così doveva essere, poiché scapparono in settemila all’arrivo del comandante Pinelli, arrivato in paese per sedare la rivolta. L’unico nome che ci è dato conoscere, è quello di Leonida Azzarone, la quale fece salire i briganti sulla terrazza della sua casa, affinché potessero fronteggiare meglio lo scontro a fuoco contro i Militi che si difendevano dal Castello. L’unica rimasta vittima dello scontro a fuoco, fu proprio la stessa Leonida.

La singolare S. Maria del 1861 (da Perrone Alfonso, Giornale domestico, vol 2° 1859-1861)

processione.JPG

Giorni prima del 9 Maggio, accaddero a Vieste assalti alla postale e ai pastori nelle campagne per opera dei briganti, questi avvenimenti crearono un clima di terrore e si decise di portare in processione la Madonna senza gli ori e gli argenti. Di guardia alla processione c’era armato Gabriele Mariella, ma mentre si celebrava la s. messa, questo fu aggredito da una decina di Briganti che scesero dalle colline vicine e gli tolsero le pistole. Allora, come oggi, molti devoti tornavano in paese prima della processione e questi nel riferire l’accaduto esagerarono, raccontando di aver visto mille, duemila briganti che sicuramente, confusi con il popolo reduce da Merino, sarebbero entrati in paese. Tutta la Guardia Nazionale si radunò in armi sulla collina dei cappuccini (C.so Tripoli), e quando tornò finalmente la processione, scrutandola dall’alto, al capitano della Guardia Nazionale, il già nominato Santi Vincenzo Nobile Boux,  sembrò di vedere un brigante tra la folla e ne ordinò l’arresto. Il popolo visto fuggire un uomo si mise in movimento e si scatenò il panico: iniziarono tutti a fuggire, a urlare, le donne svennero, il caos regnava sovrano e la processione si dissolse. In verità il giovane identificato come brigante, era sì un ex-soldato borbonico, ma  viveva pacificamente in paese. Una santa Maria piena di spavento che dimostra quale era il clima di terrore che regnava a Vieste nei mesi precedenti al fatidico 27 Luglio del 1861, famoso giorno della rivoluzione dei briganti.

 

 

 

 

Perchè picchiammo il vescovo Gagliardi

Il 12 Maggio del 1919 il vescovo Pasquale Gagliardi, arcivescovo di Manfredonia e amministratore apostolico di Vieste annunciò al popolo Viestano che la statua della Madonna di Merino sarebbe stata “riparata” e ultimato il restauro sarebbe stata spostata in una cappella asciutta, quella del S.mo Sacramento, lo stesso giorno espresse il desiderio di voler incoronare solennemente la Madonna, ma di questo discorso i viestani si dimenticheranno completamente. Il 14 Maggio, come previsto, la Madonna venne spostata per dare inizio al restauro e l’oro votivo fu custodito in un’apposita cassa, il giorno dopo, il sacerdote Antonio Piracci, girava per le strade del paese, e alle frotte di ragazzi che incontrava diceva “Andate in chiesa, si portano la Madonna!” , questi correvano a casa per dire la nuova alle mamme e nel tardo pomeriggio tutto il paese fu informato. Gli incredibili avvenimenti che accaddero successivamente sono ben descritti da Don Marco della Malva in La città e la Madonna di Merino del 1970: “ Il vescovo, stava in cattedrale svolgendo un fioretto, quando improvvisamente incominciò ad arrivare gente come onde di mare alla riva. Essa guardò, bisbigliò, chiese. Arrivò pure Vecera Giovanna, detta Giovanella ed altre pari, come furie aggredirono il vescovo, sputandolo, picchiandolo e mancando di rispetto al suo corpo nelle parti più delicate. Era la rivolta! Il popolo si riversò in cattedrale e il vescovo si rifugiò in sagrestia, allora esisteva una porta segreta che da lì conduceva in strada e il vescovo tentò la fuga, ma la gente lo avvistò e raggiunto dalla folla, a stento entrò nel negozio di Cariglia Michele, guardia campestre del Comune”. In cattedrale fu organizzato un gruppetto che restò di guardia alla Madonna, piangendo si diceva: “ La Madonna ha fatto la faccia nera. Dietro la Torre è pronto il trabaccolo di Antonio Castriotta per portarla via!” il resto della folla raggiunse il negozio del Cariglia, molti di loro erano armati di coltelli e pietre, nel negozio era presente la figlia del Cariglia, Francesca, mentre il padre avvisato di quello che stava avvenendo si precipitò al negozio, ma nell’entrare, fu colpito alla testa da un enorme masso e cadde in una grossa pozza di sangue.  Di fronte al negozio in una stanza c’era la culla con dentro Graziella, l’ultima nata di Michele Cariglia, appena il tempo di spostare la neonata che una grossa pietra cadde nella culla. Nel negozio ormai era tutto rotto e il cordone di guardia non reggeva più la folla che chiedeva a gran voce il vescovo, allora questo con coraggio andò incontro alla folla, lo assalirono e lo atterrarono, si prospettava l’irreparabile, quando un gruppo di uomini accorse in suo aiuto, erano Marco la Torre, Tommaso Caizzi , Ignazio Ragno, Carmine e Vincenzo Ruggieri, Caizzi Taddeo,  Antonio Iannoli, lo scortarono fino all’episcopio, ma la calca non permetteva loro di entrare, per fortuna qualcuno gridò: “dov’è la corona della Madonna?” attirando l’attenzione della folla, il canonico Mastropasqua entrò con un balzo nella casa del sagrestano, ove era custodita in una cassa, la ruppe e la mostrò alla folla, s’avviò alla cattedrale seguito da un cordone di gente e la pose sul capo della statua della Madonna , il vescovo poté allora entrare nell’episcopio ed essere soccorso. La perizia medico-legale accertò un mese di convalescenza per il vescovo e lo stesso denunciò 37 persone per l’accaduto al tribunale di Lucera, che con sentenza  pronunciata il 3 agosto 1921 assolse tutti gli accusati. I giorni seguenti l’accaduto il popolo non parlava, l’argomento era un tabù,  tutti erano profondamente rammaricati e pentiti;  ma gli interrogativi rimangono numerosi, possibile che il popolo Viestano era privo di moralità e senso religioso, tanto da avviare un linciaggio contro un vescovo? Proprio quel popolo che però si mosse a causa della sua profonda devozione verso la Madonna sua protettrice? E come mai un sacerdote, il sopranominato Antonio Piracci, aizzò il popolo contro il vescovo? e come mai i Viestani furono disposti a credere alle sue parole, nonostante l’avviso del restauro diramato dal vescovo? E come mai un gruppo di donne si permise perfino di tentare di evirarlo? E perché nessuno si presentò al processo per testimoniare a favore del vescovo, favorendo il proscioglimento dall’accusa dei soggetti nominati dal presule? A oltre un secolo dal misfatto, possiamo oggi rivalutare l’accaduto, poiché le motivazioni che mossero la folla inferocita non avevano niente a che fare con un esasperato fanatismo religioso che caratterizzava il credo mariano del popolo Viestano, come qualcuno ebbe a commentare. 12921140_1790249631197277_1541292740_n

Sulla condotta del arcivescovo Pasquale Gagliardi furono avviate svariate indagini, soprattutto in seguito alla sua  opera denigratoria presso le autorità del Sant’Uffizio ai danni di Padre Pio, fu egli infatti il fautore e il catalizzatore della persecuzione attuata contro il frate di San Giovanni Rotondo. Il vescovo di Bovino Monsignor Cuccarollo, Emanuele Brunatto il più accanito difensore di Padre Pio, Luigi Peroni il suo maggior biografo e il procuratore del Re di Lucera, dott. Pagliarulo, avviarono una serrata indagine sul monsignore, apportando documenti e testimonianze che delineano un quadro di insieme agghiacciante sulla condotta dell’arcivescovo. Fu accusato di simonia: concedeva dietro lauti compensi in denaro, l’ordinazione sacerdotale ad individui immorali, spesso condannati dai tribunali civili per reati sessuali o di appropriazione indebita di beni ecclesiastici, egli stesso fu accusato di contabilità fittizia, di intascare le offerte per le messe e di uso personale dei fondi e dei beni della chiesa, il vescovo inoltre non disdegnava instaurare rapporti intimi con svariate suore! Riferisce Emanuel Brunatto: “don Antonio Castigliego, cancelliere di Curia, sorprese in camera da letto, svestiti, l’arcivescovo e suor Marchiando, Superiora dell’Ospizio della Stella in Manfredonia. Il cancelliere aveva evitato di fare scandalo, ma poco tempo dopo l’arcivescovo e la stessa suora erano stati scoperti a letto, perfino da una orfanella dell’ospizio. L’arciprete Nardella, in presenza di testimoni, rivelò un fatto ancora più grave: l’arcivescovo aveva violentato una suora in clausura! Nella deposizione del 22 maggio 1928 di Mons. Lorenzo Cuccia a Mons. Giuseppe Bruno, visitatore apostolico si legge:  nel marzo 1926, Suor Remigia e Suor Barbara mi raccontarono che Mons. Arciv. per parecchio tempo aveva scandalizzato le giovanette del laboratorio di Suor Celeste, recandosi quasi ogni giorno al convento di S. Chiara e trattenendosi per lungo tempo in una stanza con la signorina Filomena Cirilli, nipote dell’abbadessa delle Clarisse. La Superiora Suor Costanza Leopardi, mi ha riferito di aver visto Mons. Arciv. abbracciato con la signorina Cirilli e più volte mi ha parlato della leggerezza di Mons. Arciv. e della licenza che alcune volte si prendeva nell’accarezzare le nudità femminili. A seguito di diversi doni, l’arcivescovo decide di ordinare sacerdote un certo Giuseppe Giglio, che non aveva fatto un giorno di seminario e per di più era un sodomita; qualche tempo dopo fu arrestato per atti di sodomia e condannato a due anni di prigione. Terminata la sua condanna, Giglio ottiene la riabilitazione alla Messa ed un posto in un collegio religioso dal vescovo, dove rovinò una dozzina di ragazzi… e questo ultimo turpe delitto gli valse altri dodici anni di reclusione. L’arcivescovo aveva inoltre per segretario un notorio invertito: il canonico Nicola de Fiore, a seguito di parecchie denunce per immoralità (era arrivato anche a fare delle proposte oscene al canonico Caffarelli, cancelliere vescovile) egli dovette sbarazzarsene e lo nominò Rettore del Seminario di Manfredonia. Nuove proteste: il Rettore tentava i seminaristi in confessione (per esempio il seminarista Giosafatte Mondelli) ed il vescovo lo nomina allora curato a Vico Paganico, ove la serie degli scandali continuò impunemente.  A Vieste, l’arcivescovo nominò canonico penitenziere della Cattedrale tal Francesco Cipriani, un monaco che aveva dovuto lasciare il convento per immoralità. Dopo qualche tempo i canonici di Vieste ne reclamarono la rimozione, producendo valide e numerose testimonianze di relazioni sessuali con due penitenti, affermando che il canonico bestemmiava pubblicamente i nomi del Signore e della Vergine  e che si appropriava dei gioielli offerti alla statua della Madonna, rispondendo così alle persone che gliene rendevano conto: “… e che se ne fa dei gioielli in cassa? non ha figli, né nipoti…” . L’arcivescovo Gagliardi però, largamente remunerato, lo promosse arciprete a Carpino, quivi giunto, costui prese a servizio una giovane domestica, la sverginò e ne fece la sua amante per parecchi mesi, poi la mise alla porta, senza un soldo. Il fatto fece scandalo, e l’autorità civile impose all’arciprete di discolparsi , il tribunale, data la qualità di pubblico ufficiale dell’arciprete, accordò la prova alla ragazza che fu assolta in prima istanza e in appello. Le autorità civili, condotte dal commendator Turchi, sindaco di Carpino, reclamarono la rimozione dell’arciprete immorale, e su intervento del generale Franco (prefetto di Capitanata) l’arcivescovo dovette allontanare l’arciprete e lo rimandò a Vieste. Mons. Pasquale GagliardiL’assalto del popolo di Vieste contro il vescovo Gagliardi del 1919, fu nelle testimonianze contro il monsignore, spesso chiamato in causa quale prova del fatto che le popolazioni dell’arcidiocesi lo avevano in odio, certo Vieste fu mossa dalla sua smisurata devozione verso la Madonna, ma sicuramente la condotta dell’arcivescovo era nota alla popolazione e l’aggravante fu anche il continuo richiamo che il vescovo rivolgeva al popolo, accusandolo di un culto non conveniente, più vicino all’idolatria pagana che al credo cristiano alla Santa Vergine. Nella lettera pastorale ai capitoli, al Clero e al popolo della diocesi di Vieste, intitolata “Del vero culto a Maria SS” del 1911, l’arcivescovo rimprovera i credenti Viestani: “la ridussero molti nei suoni, negli spari e in simili esteriorità, disgiunte da ogni disposizione e sentimento interno. Ed altri a promuovere o a rendere solo più strepitose le feste, si diedero a queste interminabili questue, che fanno bestemmiare i cattivi e pensar male i buoni, presumendo costoro di onorarla più che mai e pretendendo forse di essere i soli e più fervosi divoti, Ah! No fratelli, non va bene così. il vero culto che noi dobbiamo prestare a Maria SS.ma deve consistere in questo: che ci meni e ci unisca insieme a Lei a Gesù Cristo.”

A Roma, la situazione dell’arcidiocesi di Manfredonia, del suo arcivescovo e del frate delle stimmate fu al centro di un incontro al quale presero parte alcuni del collegio cardinalizio. I pareri furono vari, ma «pur prescindendo dalla maggiore o minore colpevolezza di Mons. Gagliardi, i Padri Cardinali sono concordi nel dire che il miglior partito sia d’invitare Mons. Gagliardi a dare le dimissioni». Il vescovo Gagliardi rispose il 4 luglio 1929.

Il Carnevale

Il Carnevale Viestano non ha una tradizione propria, l’unica usanza che era consueta negli anni passati era costruire il fantoccio del Carnevale, grosso e panciuto lo si sedeva su una sedia che poi veniva issata in alto all’angolo di una via, solitamente ogni rione ne faceva uno, a mezzanotte dell’ultimo Martedì di Carnevale, il quartiere si riuniva davanti ad un grande falò e si buttava al rogo il fantoccio, tra il chiasso allegro dei partecipanti e l’urlo tradizionale del: “Frete, frete!”  Le maschere non sfilavano su carri appositamente organizzati per le allegorie,

carnevale
Vincitori del Concorso “le più belle maschere”organizzato dalla rivista “Il Faro di Vieste” nel 1950 

ognuno si vestiva come poteva e desiderava e  in questo c’era una netta differenza tra i benestanti e la povera gente. I più modesti si arrangiavano con quello che trovavano in casa, molto ambiti erano le casse dei nonni e genitori, si andava alla ricerca di un vecchio abito da sposa o una divisa militare e spesso capitava che coloro che erano riusciti nel fortunato furto poi se sorpresi dal nonno o dal genitore proprietario del cimelio, venivano portati per cappelli a casa a restituire la divisa tenuta custodita con onore o l’abito da sposa gelosamente conservato; chi non riusciva nell’ambito furto si accontentava di quello che trovava a casa e bastava una camicia da notte o una giacca indossata a rovescio, nel 1969 ci fu anche un caso di denuncia di vilipendio alla bandiera, per un giovane che aveva pensato di sorprendere per l’originalità gli amici, indossando una bandiera tricolore!  Giravano così le maschere solitarie per il paese in gruppi o in coppie, le facce erano sempre tinte e il colore più reperibile era il tuffo nella farina del viso inumidito. Per le giovinette in età di marito il Carnevale offriva l’occasione dell’incontro con l’amato, attendeva a casa la ragazza che arrivasse a bussare il giovane con l’amico, rigorosamente mascherati, sorprendevano la famiglia unita e raccolta al braciere e subito si dava inizio agli interrogatori da parte dei visitatori per scoprire a chi “erano figli”, la farsa della sorpresa veniva smascherata dalla guantiera di dolci già pronta che la famiglia offriva a fine interrogatorio ai giovani.

sfilata 47
Sfilata sul C.so Umberto dei ragazzi del Ginnasio, 1947

I figli dei benestanti , frequentatori dei Liceo e Ginnasio, organizzavano le sfilate sul corso con abiti confezionati dai sarti, per i quali il carnevale rappresentava l’occasione per mostrare le proprie doti sartoriali. Quando la campana della Cattedrale annunciava l’ora della notte i giovani si riunivano per la festa di Carnevale o nelle case private alla buona o nei Club, sottani affittati (spesso morosi) dai giovani per riunirsi, dove si ballava fra le dolci melodie delle canzonette e fra il denso fumo delle sigarette dei giovanotti.

Nel 1965 per la prima volta un carro allegorico Viestano prese parte al “Carnevale Dauno” di Manfredonia, fu realizzato dai ragazzi del liceo scientifico e rappresentava la leggenda del Pizzomunno, al centro del carro una gigantesca conchiglia portava Vesta e Pizzomunno e tutto intorno uno scenario marino con una varietà di pesci e alghe, sfiguravano solo le sirene che dovettero indossare un costume arrangiato con la carta, poiché quelli confezionati su misura erano stati rubati poco prima della partenza. Su 13 carri che parteciparono al carnevale di Manfredonia solo due provenivano da altri comuni, il nostro e un altro di Bovino. Gli studenti del liceo scientifico che realizzarono con maestria il carro furono: Di Mauro Nicola, Ragno Italo e Simeone, Iavicoli Giuseppe, Piracci Michele, Rosiello Paolo, Dirodi Nicola, Chionchio Stefano,e Piscopo Antonio, Vesta fu impersonata da Ersilia Nobile e diressero i lavori Maddalena Iavicoli e Biagio D’Ambrosio.65

L’omicidio del Notaio

Il 4 Febbraio del 1936, dopo una paurosa notte burrascosa che fece affondare la motonave “Mariska” ancorata alla banchina e adibita al trasporto di legna , la mattina Peppino Piracci si recò alla casa del medico Giovanantonio Vigilante per le solite incombenze che gli affidava, ma fece una macabra scoperta, trovò il medico deceduto, imbavagliato e legato ad una sedia. Presto la notizia si diffuse in tutto il paese e arrivarono i Carabinieri da Foggia con un gruppo di uomini benvestiti, che per la gente del paese aveva un nome mai sentito, ma sicuramente per questo molto importante: la scientifica. Il medico-chirurgo Giovanntonio Vigilante era nato a Vieste il 18 Ottobre del 1886, aveva 50 anni al momento del suo assassinio, era un uomo distinto e di bel aspetto, portava sempre una lente nell’occhio destro e la mano nella giacca quando passeggiava, aveva fatto il medico ospedaliero a Bologna, ma quando si ritirò a Vieste si rintanò nella sua abitazione e non lo si vedeva mai in giro se non a tarda serata per fare una passeggiata intorno al palazzo, era sposato con Teresa Spina, ma al momento dell’omicidio viveva da solo, la gente diceva che aveva contratto la sifilide andando con donne di malcostume e per questo si nascondeva e aveva un andamento zoppicante. Era benestante e possedeva vasti fondi in contrada Macaredde e Cerase e vigne lungo la spiaggia di San Lorenzo, i suoi possedimenti erano abbandonati e il popolo ne faceva razzia, ma lui anche quando le guardie acciuffavano qualche ladro nei suoi terreni, diceva che aveva dato il consenso e per questo il popolo lo rispettava e fu molto colpito dall’assassinio. Lo chiamavano il Notaio poiché ereditò il soprannome del padre Giuseppe, che aveva costruito sul terreno della moglie Petrone Rosalia il palazzo in piazza Garibaldi che per questo la gente chiamava il palazzo del notaio.

12470840_1754859848069589_931535075_o
Il palazzo del Notaio in Piazza Garibaldi

La svolta delle indagini si ebbe un giorno che la scientifica andò a pranzare al Ristorante del mare sul C.so Fazzini di fronte alla S.Croce, furono serviti da un cameriere detto Pauline Charlotte, il quale mostrava di sapere molte cose sull’accaduto, lo invitarono a bere al loro tavolo e quello parlò a ruota libera, successivamente lo sottoposero ad un estenuante interrogatorio in caserma e Pauline confessò l’omicidio, raccontando come era andato. Pauline all’anagrafe era Paulo Quirino,  era un perdigiorno che non riusciva a mantenere nessun mestiere, fece il banditore, l’animatore ai matrimoni, il cameriere, etc. con la paglietta in testa imitava Charlotte, per questo si era guadagnato il soprannome, aveva trascorso con la famiglia l’infanzia in America, ma se ne tornò adolescente a Vieste a vivere con i nonni , al momento del misfatto aveva  28 anni ed era sposato con Caterina la figlia di Zazzò, il sacrestano della S. Croce, avevano 3 figli. Confessò che la notte erano andati in casa del Notaio per rapinarlo, lo legarono e imbavagliarono maldestramente e il poveretto soffocò, i suoi complici erano altri tre Viestani. Il pescatore Capita Matteo di 32 anni, detto Trasore, minatore alla cava di Troiano Matteo U Maggiore, coniugato con 5 figli; Dell’Erba Carlo di 37 anni padre di 6 figli e vedovo, la moglie morì di parto e Frascolla Giambattista di 54 anni, era l’amministratore e uomo di fiducia del Dott. Vigilante, che Pauline Charlotte accusò di essere il mandante del furto , in verità Frascolla se la passava bene, sposato con Caterina la levatrice del paese, avevano 6 figli e la gente gli dava del Don perché parlava in italiano ed era sempre benvestito. Furono processati dalla Corte di Assise di Lucera, Capita a 20 anni di reclusione, Dell’Erba a 25 anni che scontarono nel carcere di Castelfranco Emilia a Modena, non si seppe mai quanto fu l’importo del furto. Frascolla Giambattista fu scagionato dalla testimonianza di una donna che dichiarò che quella notte la aveva passata a casa sua, era un valido alibi dal momento che a quei tempi era improbabile che una donna potesse macchiarsi di adulterio per una falsa testimonianza. Incredibile fu l’epilogo di Quirini Paulo, fu condannato a 30 anni, ma dopo un bombardamento al carcere negli anni della guerra evase e conoscendo l’inglese, con uno stratagemma si finse prigioniero di guerra Americano e tornò in America con grado di Sergente, sposò un operaia , nonostante fosse già coniugato a Vieste, ma fece l’errore di chiedere la pensione di guerra, come di procedura,  si avviarono le indagini sul suo passato e scoprirono la verità. Fu estradato e sulla nave che da New York doveva portarlo a Napoli cercò di scappare buttandosi a mare, le mani legate alle manette non gli permisero di nuotare e affogò.

Il pauroso fortunale del 1952

Nella notte tra il 2 e il 3 Febbraio del 1952, un pauroso uragano investiva il litorale Garganico, abbattendosi con particolare violenza su Vieste, ove il vento raggiunse i 110 km/h ed il mare superò la forza 9. Lunghi tratti del muro di protezione del Lungomare Cristoforo Colombo vennero frantumati dalle onde, che raggiunsero in alcuni punti l’altezza di 15 metri, la violenza del mare sradicò pali di ferro della corrente elettrica e il trabucco,  ivi ubicato, subì l’asportazione di tutte le antenne e dei congegni, anche il lungomare San Lorenzo subì danni e nell’agro di Vieste risultavano alberi spezzati, colture rovinate, muri abbattuti e case coloniche scoperchiate. anni 50 agitatoLa città rimase completamente priva di energia elettrica per 24 ore consecutive e ad intermittenza per diversi  giorni seguenti, ma fu il porto ad essere teatro di scene infernali: blocchi di cemento armato di diverse tonnellate venivano ingoiati dal mare o spinti per molti metri sul suolo, l’inaudita forza del mare creava delle pericolose falle sul suolo del molo  e dello spiazzale attiguo, falle dalle quali si sollevavano colonne d’acqua che facevano temere lo sprofondamento della terra ferma, tutta la zona del porto con il relativo rione basso era allagata, e i trabaccoli e motovelieri ormeggiati venivano spinti con viva forza contro il molo, sollevati per diversi metri dalle onde o sradicati e ingoiati dal mare. Sotto l’uragano imperversante la flotta dei marittimi viestani accorse e lottò strenuamente con la morte per la salvezza dei loro natanti, unica e sudata fonte di lavoro; dimostrarono un coraggio, un attaccamento e accanimento che li dotò di forza sovrumana. Accorsero in aiuto a questi uomini valorosi, svariati automezzi che con i fari illuminarono il molo, i proprietari di autorimesse arrivarono con carichi di pneumatici da collocare lungo i fianchi dello scalo d’alloggio e di ormeggio, con la vana speranza di proteggere i fianchi delle imbarcazioni dagli urti contro il molo.55 Alla fine di questa lotta dell’uomo di mare contro la forza titanica delle acque, i danni ai motovelieri erano catastrofici: il S. Anna di proprietà di Michele di Biase fu affondato e distrutto, il S. Giorgio di 50 tonnellate di Stefano Ragno e Matteo Uva veniva sbattuto sulla spiaggia di San Lorenzo, arenati e gravemente danneggiati furono anche il S. Domenico di Leonardo Pecorelli e il Maria Carmela di 55 tonnellate di Leonardo Lapomarda. Gravissimi danni subirono anche il Luigina di 55 tonnelate di Giannicola Ruggieri, Sante Ragno e Nicola Mastromatteo, L’Egeo di 33 tonnellate di Matteo Colella e il Maria Assunta di 70 tonnellate di Francesco Biase e Nicola Tannoli. Il sindaco Bosco nella notte stessa del fortunale, si diresse al semaforo del Castello per inviare telegramma urgente a Roma ai ministri Aldisio e Cappa e all’onorevole Petrilli, ove intimava di disporre l’immediata visita di funzionari competenti per accertare i danni e intraprendere gli opportuni provvedimenti; i danni saranno successivamente quantificati pari a 11 milioni di Lire! futuro molo san lorenzo quando era lungo 40 mtIl fortunale faceva ritornare alla ribalta con carattere imperativo, l’urgenza della sistemazione del porto, il molo iniziato nel 1932 di 40 metri, non era stato ancora completato e mancava il prolungamento con successiva deviazione a NO che poteva fornire protezione al naviglio all’ormeggio e all’alaggio, dal pericoloso vento di ponente-maestro.

interrogazione

La fossa comune delle vittime della carestia del 1817

Nel inverno del 1815 una grave siccità mise in pericolo il raccolto di grano, cereali e prodotti orto-frutticoli in varie zone della provincia di Foggia; verso Maggio iniziarono finalmente le piogge, ma con il passare delle settimane queste non cessarono e verso Giugno si segnalarono tempeste di vento, continui temporali e forti grandinate che distrussero il raccolto già scarso. Ma le disgrazie non erano finite: alle piogge abbondanti di Giugno seguì un’estate di grande siccità. L’alimentazione principale della maggior parte della popolazione della Capitanata era rappresentata dal pane, dai legumi (in particolare le fave) e da verdure, sia di orto che selvatiche. I contadini che vivevano nelle masserie facevano uso della cosiddetta acqua e sale e del pane cotto, con olio e spesso, con aggiunta di erbe selvatiche. Al pane usavano accompagnare un companatico poco costoso: la cipolla, l’aglio, frutti secchi, verdura cotta, ecc. Ma erano numerosi quelli che mangiavano solo pane. In periodi di difficoltà come quello dell’inverno del 1816, quando il grano scarseggiava, si panificava con un miscuglio di farine di grano, orzo, fave, ceci, ecc. Quello che si otteneva era un prodotto che procurava infiammazioni al palato e indigestioni, ad esso si accompagnava qualsiasi tipo di verdura, compresa la cicuta. Se mancava il pane, ci si cibava di sole erbe. La maggior parte della popolazione poteva permettersi la carne solo nei giorni di festa, la classe indigente nella maggior parte dei paesi della provincia, faceva uso di carne ‘mortacina’, cioè di animali malati o morti naturalmente, ciò accadeva con maggiore frequenza d’inverno, quando le pecore e le capre morivano per il freddo o per le malattie. La grave carestia del 1816 interessò l’intera penisola della Puglia; essa provocò fame e morte e tra la popolazione della Capitanata nel 1817 scatenò una grave epidemia di tifo che decimò le popolazioni, il ceppo di tifo più diffuso era quello esantematico o petecchiale, che si trasmetteva attraverso i pidocchi. Le epidemie di tifo si sviluppano, generalmente, nei mesi invernali quando le condizioni atmosferiche costringono gli uomini a vivere più tempo chiusi in ambienti malsani e affollati e l’inverno rigido porta a coprirsi di più, a cambiarsi e a lavarsi meno, scatenando le condizioni più favorevoli per la diffusione dei pidocchi, a queste scarse condizioni igieniche, si aggiungeva la cattiva e insufficiente alimentazione delle classi di contadini e indigenti causata dalla carestia, un binomio pericoloso che colpì le classi più povere. Nella riunione del 3 aprile 1817, il Comitato sanitario provinciale, in possesso di diciotto rapporti medici di altrettanti comuni, rilevò che ben 26 casi di “febbre reumatica nervina” si erano rilevati a Vieste, ma la situazione era solo agli inizi e il gli ammalati deceduti salirono al numero di 50 , si parlava di sinoco-tifo e tifo maligno, in poche settimane si arrivò a 1011 vittime , la popolazione fu presa dal panico e molti viestani si trasferirono in campagne isolate in attesa che l’epidemia finisse. I canonici della Cattedrale non sapendo cosa fare portarono in processione penitenziale la madonna di Merino per la città facendo un triduo di preghiere, ovvero si portò la Madonna in processione al Convento dei Cappuccini, dove sostò per tre giorni per intense preghiere e ritorno alla cattedrale, dopo i tre giorni, sempre in processione. Al rientro da questo triduo di preghiera e penitenza molti malati iniziarono a guarire e attribuirono così alla Vergine la salvezza di questi Viestani. In quei giorni la grave emergenza sanitaria che si presentò, impose le autorità a seppellire i morti in una grande fossa comune, lontano dal paese in contrada Gioia e si coprirono i corpi di calce viva prima di essere sotterrati. Era molto importante in quei giorni essere tempestivi per eliminare i corpi ed arginare il contagio quindi le sepolture avvenivano ogni giorno sempre nel medesimo luogo. Nel 1901, quando il cimitero di Vieste fu trasferito dal Carmine, su suggerimento del clero di Vieste si scelse il luogo della fossa comune delle vittime del tifo del 1817 e l’amministrazione comunale diretta dal Sindaco Domenicantonio Spina, progettò e realizzò l’attuale cimitero con annessa Chiesa in contrada Gioia ove era la fossa comune, la quale fu liberata per ricavare spazio e le ossa furono raccolte in un ossario che prese posto nella cripta sotto la Chiesa. Con il passare degli anni il comune ha liberato l’ossario della chiesa facendolo diventare non più un luogo dove tenere sepolte i resti delle vittime del tifo del 1817, ma un ossario cittadino. La costruzione risulta essere molto interessante in quanto fu scelto lo stile neoclassico, tanto in voga nei cimiteri, mettendo in risalto gli elementi architettonici tipici di molti monumenti famosi. La Chiesa, dedicata alla Madonna Addolorata, resta ancora oggi l’unico esempio di architettura neoclassica a Vieste. La bellezza di questa costruzione stupì molto i Viestani che la presero a modello per la realizzazione di monumenti e cappelle funerarie.

1902, inaugurazione del nuovo cimitero
1902, inaugurazione del nuovo cimitero