Il lavoro

Nella Vieste pre-turistica le fonti di guadagno e le possibilità lavorative erano legate alle risorse offerte dal territorio, di queste oggi sopravvive la produzione olearia, vinaria e ittica, destinata per la maggior parte al fabbisogno locale, mentre fino al secolo antecedente il maggior volume di produzione permetteva una discreta esportazione verso le località confinanti . Le produzioni e i mestieri di una volta vedranno la loro estinzione a causa dell’avanzare del progresso, altre volte a causa di avvenimenti politici e a livello locale soventemente a causa dello sfruttamento delle risorse.

1920, segheria a vapore del cav. Michele Scannapieco al Pantanello

Nella seconda metà dell’ottocento fu installata al Pantanello (Via Verdi) una segheria a vapore da una società francese, vi si lavorava il legname esboscato dalla foresta umbra e importato dalla costa dalmata-istriana, nel 1898 sarà acquistata dal Cav. Michele Scannapieco , che la trasferirà successivamente in località Mandrione, affiancandole una falegnameria; nel 1921 l’attività sarà rilevata dallo stato e impiegherà 70 operai.

Pantanello, Via Verdi “Il solfuro” impianto per l’estrazione dell’olio non commestibile dai residui della sansa, il capannone e le ciminiere sono stati demoliti nel 1990.

Al Pantanello la segheria dismessa sarà destinata alla lavorazione del pomodoro pelato e negli anni ’30 diventerà un impianto per l’estrazione dell’olio dalla sansa, localmente chiamato “il solfuro” l’impianto cesserà la produzione negli anni ’80 e sarà demolito nel 1990. La Cirio sull’altura della santa Croce prima e a Mandrione successivamente, impiegherà 200 operai dal 1935 al 1974. La carbonaia di Campi rappresenterà fino agli anni’50 la fortunata offerta di giornate lavorative per i mestieri legati alla stagionalità come la pesca e l’agricoltura, oltre i lavoratori impiegati nella carbonaia esisteva il mestiere del “Cravunire” che vendeva la carbonella a sacchi, utilizzata per riscaldare le case, attraverso il braciere (u vrascire), vendeva anche sacchi di “strummele”, pigne utilizzate per accendere la legna in cucina.

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Anni ’30 Camion alimentato a gassogeno, ovvero a combustione di legna, adibito al trasporto dei ronchi d’albero esboscati dalla foresta Umbra. Davanti all’opera al motore, Sante Raduano
1936 trattore in un campo di grano di Biagio Mafrolla il giorno della visita della commissione provinciale di propaganda agraria
1935, mietitrebbiatura del grano, Campo di coltivazione di Biagio Mafrolla

La carbonaia risulterà particolarmente attiva negli anni dell’autarchia del 1935, quando l’Italia subirà le misure punitive per la politica espansionistica nell’Africa orientale e l’Inghilterra, la Francia e la Russia chiuderanno alla nostra nazione le vie commerciali, il governo fascista sopperirà alla mancata importazione dei combustibili, incoraggiando la produzione di carbone, in tutta Italia i mezzi di trasporto verranno alimentati a gasogeno e anche Vieste avrà l’unico camion che brucia legna, utilizzato per il trasporto dei tronchi d’albero da e per la segheria, guidato e curato da Sante Raduano.

Azienda agricola “Macinino” di Biagio Mafrolla 1931

L’autarchia porterà sul versante alimentare ad incoraggiare la produzione del grano, favorendo la coltivazione anche sulle zone collinari, sarà Biagio Mafrolla il latifondista attivo e premiato per la produzione del grano. Il trasporto era quasi esclusivamente praticato via mare, dal 1800 fino agli anni’60, furono i trabaccoli, prima velieri e successivamente dotati di motore ausiliario, le imbarcazioni capaci di trasportare fino a 150 tonnellate, utilizzate per la pesca e l’importazione ed esportazione delle derrate alimentari , dei tronchi e cortecce di albero, della manna (pece, resina) e attivissimo era il commercio della frutta con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia, molto richiesti erano i nostri agrumi, i meloni e le carrube.

1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , usato come trasporto per raggiungere Campi, il sindaco si recava a visionare la progettazione della strada Vieste-Campi

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi il Cromo, il S.Domenico, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Salvatore, il S.Maria di Corsignana, et al. Molto diffuso era anche il trasporto da e per Barletta attraverso imbarcazioni quali il paranzello, le brazzere e i pielago, che commerciavano tra le coste i limoni, il pesce salato, la legna e il carbone da Vieste e le patate, le cipolle, i sacchi di iuta, l’orzo da Barletta. Tra i mestieri estinti, “U Vuttare” il bottaio, “u stagnare” che costruiva oggetti con lo stagno e lo zinco, come i bracieri e i secchi, gli ultimi sono stati Fabrizio Tanine e Talucce, in Via Chirurgo dell’Erba e Talino Ruggieri al Seggio;” u Molafurce” l’arrotino, “u sanapiatte” aggiustava recipienti rotti, “ u lampiunere” l ’addetto alla pubblica illuminazione a gas. Dagli anni ’50 iniziarono i cantieri sociali per la realizzazione delle opere pubbliche, impiegheranno a tempo determinato i disoccupati per la realizzazione del campo sportivo, della chiesa e delle opere sociali di San Giuseppe, delle strade per Campi e Mandrione e degli scavi archeologici di Merino.

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Ricordi di un’era semplice e felice

pescheria 800
Nei primi del 900 erano ancora viventi gli ultimi fedelissimi e intransigenti borbonici dei moti reazionari Viestani del 27 Luglio 1861, aveva lo studio in piazza del Fosso, l’avvocato Don Gaetanino Fasani, era dirimpettaio dell’edicolante Antonio Patrone, ultimi rappresentanti di un’idea e di un’era scomparsa. I due vecchietti si salutavano con una specie di parola d’ordine, pronunciata con energia: “Uomo!”. Don Gaetanino portava sempre il colletto inamidato, la bombetta e il bastone dal manico d’argento, oratore forbito, restò memorabile il suo elogio funebre pronunciato in occasione della morte del Chirurgo Raffaele Dell’Erba, suo collega di fazione borbonica, il quale dovette scontare diversi anni di confino politico sull’isola di Pantelleria e per quanto non si trovarono mai le prove, tutti in paese sapevano che era stato il chirurgo ad avvelenare il cugino, infilando la dose letale in un bicchiere di rosolio che il poveretto gli aveva chiesto per un mal di pancia. Era parente il Dell’Erba di Don Laurunzino dell’antica speziaria, Farmacia che fu un covo di Carbonari ed affiliati alla Giovine Italia. Il grande mortaio di bronzo aveva suonato svariate volte, non solo per pestare i fasci di fiori di Malva, la Camomilla, le radici e la belladonna raccolti nei boschi e nelle campagne di Vieste, ma aveva suonato il mortaio anche come segnale per i cospiratori del Risorgimento, riuniti nel retrobottega; tacque nel 1936, dopo oltre un secolo di attività, finì donato alla Patria nella raccolta del Bronzo , finì per diventare segnale sul campanile di Addis Abeba. Così pure il “Caffè del 1848” al largo Marina , col decesso di Michelino Scala, chiuse i battenti; nell’ultimo periodo era il ritrovo dei pescatori e altrimenti non poteva essere vista la sua posizione felice di fianco alla pescheria. Michelino nelle notti di Natale, nelle sere di Carnevale e durante il lavoro notturno dei frantoi, solea girare con una caffettiera riscaldata da un piccolo braciere portatile, vendeva il caffè “ristoratore” delle notti fredde e sapeva fare anche delle ottime caramelle di zucchero e i tradizionali “taradduzz” di San Giorgio.

Da “gli ultimi bagliori dell’800” di Carlo Dell’Erba, Il faro 1950.

“Ecco Zè Nunzia, è alle prese con un monello che le sottrae della frutta. Ecco il Dazio, alla porta di sopra quando volevi entrare, se si portavano derrate alimentari si doveva pagare, nel passato è capitato qualche funzionario più mastino che uomo e i Viestani si vendicarono garbatamente. Qualche burlone, fingendo di portare vino sotto la giubba, si mostrava in lontananza tutto preoccupato al Daziere, questo adocchiatolo, dava inizio al pedinamento: la lepre avanti e il mastino dietro, si girava e si girava senza fine, chi sapeva rideva. Quando finalmente la lepre era agguantata, si vedeva il mastino addosso con un palmo di lingua di fuori e si sentiva di botto chiedere:  Cosa porti sotto quel giubbone? Il burlone tirava fuori la bottiglia e sorridendo rispondeva: Acqua Fresc!!!” La piazza ora C.so Umberto (qui in un immagine dei primi del ‘900) botteghe con firmacon la scomparsa degli ultimi vecchi sarti negli anni ’60 come Pavicchio, Pasqualnicchio, Luigi Greco ed altri, perdette tutta la sua caratteristica di chiassosa via, animata dalle botteghe artigiane. Queste sartorie erano dei veri e propri luoghi di ritrovo, dove avvenivano opere di “taglia e cuci” ovvero di pettegolezzi, rinomati nel paese e chiunque percorreva quella via lo faceva con passo spedito, consapevole che una parola sarebbe stata pronunciata sicuramente sul suo conto, persino la processione della Madonna il 9 Maggio accelerava il passo in quel tratto! La bottega di Pasqualnicchio in particolare era il luogo della discussione dei confratelli dell’arciconfraternita artigiana di S. Pietro di Alcantara contro quelli della confraternita del Purgatorio composta dai “Signori”. Una lite secolare circa la precedenza di posto alle processioni e agli accompagnamenti funebri: la prima vantava di essere arciconfraternita per decreto di Ferdinando di Borbone, l’altra non riconosceva tale privilegio rilasciato da un Autorità Civile e non Ecclesiastica e vantava di essere inoltre la più antica. Ove partecipava l’una non partecipava l’altra. La discussione veniva risolta dai giovani della confraternita di S. Pietro che invitando ad un banchetto i giovani dell’altra confraternita donarono la precedenza alla confraternita del purgatorio nel 1956. Alla bottega di Pavicchio detta la “Chianea amara” si criticò a lungo questo tradimento, era il luogo ove si discuteva a lungo di politica, finanza, arte e soprattutto di musica. La sera dopo le animate discussioni, era un vero problema per chi doveva rincasare prima, temendo di essere criticato da coloro che restavano, e nessuno osava andarsene finché Pavicchio non chiudeva la bottega! Il lunedì i sarti chiudevano prima perché gli artigiani erano soliti partecipare alla “passeggiata del Lunedì “ , si riunivano alla spiaggia del convento per mangiare arringhe, baccalà e frutti di mare, il tutto accompagnato dal buon vino locale, che li faceva tornare la sera cantando allegri per la via “du cummend” e la gente sentendoli sbraitare diceva che i sarti avevano fatto le solite “lamp’d au cumment”.

Da I corsi, le vie, i vicoli di Don Marco della Malva, Il Faro 1956.

pasqualino.jpgPasqualino Ciardello era un calzolaio e venditore di neve nell’estate e di uccelli cucinati nell’inverno. Esportava anche a Milano uccelli presi coi lacci nei boschi di Vieste. Geniale, allegro e spensierato andava a votare con la scheda legata al collo di una pecora che allevava, legata all’uscio di casa. Era però un grande spenditore e sovente rimaneva al verde, si avvicinavano così le feste di Santa Maria e Pasqualino aveva bisogno di denaro, si rivolse ad un suo amico, di nome Coppola alias “Il brigadiere” chiedendo se gli indicasse qualcuno che potesse prestare un biglietto da mille lire senza cambiale. Il Brigadiere rimase in silenzio pensava al pacchetto di sigarette che aveva prestato a Pasqualino e non aveva mai più rivisto, pensò …e ora ha il coraggio di chiedere mille lire! A quei tempi valevano un milione, però poteva essere l’occasione per Pasqualino di parare quel debito finito in fumo, allora lo indirizzò da Don Giuseppe Caizzi, vecchio cappellano della chiesa di San Pietro, uomo molto avaro; per la messa guadagnava appena una lira, viveva di stenti e tutti i giorni mangiava fave. L’indomani Pasqualino Ciardello armato di coraggio va ad attendere Don Giuseppe e gli chiede le mille lire con la promessa che subito dopo le feste gliele avrebbe restituite. Don Giuseppe promette le mille lire, assicurando che il giorno dopo sarebbe passato lui stesso per la bottega, ove Ciardello vendeva la neve, per consegnare il denaro. Ciardello ritorna a casa, contento e fischiettando, la notte non fa che progettare castelli in aria: veste alla moglie, scarpe, etc…Di buon mattino s’incontra in piazza con il brigadiere e gli da’ la buona notizia, allora il brigadiere chiede da fumare, nella rivendita, per non approfittare troppo, chiede solo cinque sigari e Pasqualino compra con la promessa del pagherò. Don Giuseppe arriva: ecco le mille lire, saluta e se ne va. Pasqualino intasca senza guardare, ma quando nel retrobottega apre il biglietto, vede che si tratta di una carta in bianco con la scritta “Lire 1000”! Intanto Don Giuseppe passa dal brigadiere per ritirare il sigaro promesso.

Da “I cinque sigari e le mille lire” di Natale Russo, il Faro 1950

Se la luna era tutta piena e si affacciava proprio nella strada circondata da tante stelle, si cercava di vedere “Fraccosime jind la lun” . Chi ci riusciva facendo combaciare in un certo modo le macchioline scure, diceva che sì, era vero, lui lo vedeva proprio bene Fraccosime. Gli altri ci restavano male.
Da ” il mio paese” di Mimmo Aliotanotturno giorgio

 

 

C’era una volta il matrimonio

Fino agli anni’60 il solo matrimonio possibile era quello celebrato in chiesa, il matrimonio civile non veniva nemmeno preso in considerazione e la convivenza tra un uomo ed una donna al di fuori del matrimonio o i figli cosiddetti “ illegittimi” erano avvenimenti  oggetto di scandalo e di emarginazione sociale. Il matrimonio meno dispendioso e celere era quello riparatore delle coppie che “scappavano”: fuggiva per un giorno o due, presso parenti e dopo il perdono dei genitori, si sposavano all’alba in chiesa, senza festeggiamenti e abito da sposa. Il matrimonio che faceva più discutere era quello riparatore delle donna gravida, era uno scandalo che faceva urlare i genitori della sposa in strada, era considerata una vera e propria tragedia e il paese parlava per mesi della “svergognata” , per questo motivo accadeva molto di rado. Il matrimonio che riceveva il consenso e la benedizione dei genitori, era legato ad un rito vero e proprio e spesso non partiva dalla decisione della coppia, ma da accordi di famiglia; iniziava con “L’ambasciata” ovvero con la visita dei genitori di lui presso quelli della futura sposa, durante la quale si accordavano tra loro per tutte le incombenze del matrimonio e le spese da sostenere, ovvero si facevano gli “spieghi”;  seguiva la “trasetòre” un piccolo corteo formato dai genitori, amici e parenti, partiva dalla casa di lui, guidava il corteo lo sposo con un mazzo di fiori si andava alla casa della sposa, dove si scambiavano gli anelli di fidanzamento e si celebrava una piccola festa. Dopo 8 giorni dalla “trasetòre” il padre dello sposo andava a prendere la futura sposa del figlio e la accompagnava alla messa delle 11 in cattedrale, al ritorno la portava a pranzo presso l’abitazione dello sposo, dove erano rimasti in attesa i genitori di lei e dopo un lauto banchetto le famiglie si accordavano sulla data del matrimonio, un rituale che in dialetto si definiva  “ pigghjars u timb”. Seguiva il “cacciare le carte” in Comune e in Chiesa, con la presenza dei testimoni , uno per parte, l’avvenimento era definito “i spunzalétte”.

appuntamento
Anni ’50 – appuntamento in casa di Vincenzo Iannoli

Otto giorni prima del matrimonio si esponeva il corredo agli invitati, prima a casa di lui e dopo due giorni a casa di lei, era detto “l’appundamend” perché tutto il corredo veniva appuntato, scritto su un foglio di carta bollata e sottoscritto dai futuri sposi, il corredo veniva esposto per tutta la casa per essere ammirato dai visitatori,  era questo sempre fornito dai genitori di lei; dopo l’esposizione avveniva “u carescià” si trasportava la biancheria a casa dei futuri sposi, in bella vista con lo scudo di seta (coperta) avanti, in modo che il quartiere potesse ammirarlo.

1925
1925 – Matrimonio tra il viestano Francesco Aliota e la peschiciana Rosalba Vinelli

Toccava alla sposa anche l’abito del matrimonio, a meno che la famiglia di lei non esponesse anche del contante all’appundamnend, in questo caso era la futura suocera della donna a procurare l’abito. immagine150

1955 – “la scennut de la zit” Erminia Cariglia con il testimone Giuseppe Cariglia, dietro lo sposo Pasquale Lopriore con la cognata

Il giorno del matrimonio “la scennut della zit” prevedeva posizioni precise per il corteo che l’accompagnava: avanti la sposa con il compare di anello (il testimone) e un fratello, dietro lo sposo con una cognata, seguivano gli invitati a coppie e infine i genitori. Il festino dopo il rito religioso, veniva celebrato a casa di lui, e si offrivano “i complimenti” agli invitati, erano soprattutto una varietà di dolci, accompagnati da rosolio, spesso le donne mettevano “i complimenti” in un fazzoletto per portarli a casa e accompagnava tutto la musica guidata da “u mastr giorg”, un uomo che dirigeva i balli. Dopo il matrimonio gli sposi rimanevano chiusi nelle loro casa per otto giorni, dopo la clausura “assev la zit” , accompagnata dallo sposo per andare alla messa in cattedrale, fino agli anni trenta in quest’occasione la donna indossava di nuovo l’abito da sposa, senza velo e l’abito veniva anche indossato dalle spose dell’anno il 9 Maggio, alla festa patronale di Santa Maria di Merino.

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1947 – Corteo con le uniche macchine esistenti per il matrimonio di D’Errico e Scainnamè

Il complesso turistico – alberghiero dell’Adriatico

Era il 1945 quando l’impresa del Prof. Francesco Papotto inoltrò al Comune di Vieste una domanda di concessione del suolo di proprietà del Demanio Marittimo per la costruzione di un albergo con annesso Cinematografo e appartamenti in via Sante Naccarati n.1 , il parere della giunta fu favorevole ma adduceva due condizioni: che la costruzione dell’albergo fosse di assoluta priorità e condotta a termine entro e non oltre l’anno 1947 e che fossero riservati al Comune n°15 recite all’anno a scopo di beneficenza, entrambe le condizioni saranno largamente disattese, la prima costruzione realizzata fu il Cinematografo, per la realizzazione del quale il Sig. Papotto occupò una parte del demanio comunale, un muretto del marciapiede in Via Naccarati, il Comune in seguito con delibera n.68 del 1949 propose la concessione dietro pagamento di L.35.000, ma la giunta provinciale amministrativa l’anno successivo rigetterà la concessione. Grandi polemiche si diffusero in tutto il paese, era il 1950 ed era sorto in uno dei posti considerati più belli della città, un baraccone ad uso cinematografo, disadorno e senza illuminazione esterna e del tanto atteso complesso alberghiero non si intravedeva nemmeno un accenno alla costruzione. il Cinema nel settembre dello stesso anno fu completato di palcoscenico e le 15 recite riservate al Comune furono affidate all’ Associazione filodrammatica  “A. Mastropasqua”, ma il Signor Papotto rivendicava il 45% del ricavo del biglietto, appellandosi all’appalto dato dal Comune all’Associazione,

dodici rose scarlatte
1950 – Sul palco del Cine-teatro Adriatico, da sin.: Giorgio Monteleone, Raffaella Montecalvo e Mimmo Aliota, L’opera “Due dozzine di rose scarlatte” 

nacque così  il caso “Papotto”. Bisogna specificare che Vieste lamentava da tempo l’incapacità ricettiva turistica, esistevano locande come la “Firenze” in piazza V. Emanuele II al n.3, di Fabrizio Pasquale e l’alloggio Masanotti in via L. Fazzini  al n.39, ma i Viestani erano consapevoli che non erano all’altezza di una ricettività moderna, non avevano nemmeno i servizi nelle camere, quindi tutte le speranze erano concentrate sul magnifico complesso alberghiero centrale di Papotto, a testimonianza delle aspettative dei Viestani verso la realizzazione di questo moderno nuovo albergo è un appello sul periodico “Il Faro di Vieste” rivolto al Prof. Papotto: “Non dimentichi che la costruzione del grande albergo da Lei promesso è una vitale necessità per l’economia, per l’industria del forestiero, per la civiltà, insomma per la valorizzazione di Vieste”, appello di una Vieste ignara del boom turistico che l’avrebbe travolta nel decennio successivo!

particolare adriatico del 56
1956 – Il complesso Adriatico in completamento

Il completamento del complesso alberghiero avvenne nel Dicembre del 1955, l’albergo era composto da 7 camere dotate di servizi ed accessori, nel 1956 furono realizzati il Ristorante e il Bar, con annesso salone da ballo e ed un’ampia autorimessa, la struttura entrò in funzione nell’estate del 1956 e fu classificato albergo di quarta categoria e dato in gestione al Sig. Luigi Scocco, il quale attiverà anche un lido balneare attrezzato la stagione estiva seguente. cinema adriaticoNegli anni ’60 il complesso è stato utilizzato come base logistica dall’Aeronautica Militare e ospitò poi L’Istituto professionale Alberghiero prima del trasferimento dello stesso in Loc. Macchia di Mauro, la seguente inattività del fabbricato per oltre un decennio rese la struttura fatiscente e il Comune esortò gli eredi a provvedere all’eliminazione del pericolo a tutela dell’incolumità pubblica, ma l’inottemperanza dei proprietari spinse il Comune ad acquistare il complesso nel 1999 per il prezzo complessivo di  Lire 2.600.000.000 circa. La vecchia struttura fu demolita e il nuovo progetto, affidato  agli architetti Vincenzo Del Giudice e Francesco Forte prevedeva la realizzazione di un centro congressi, cinema teatro, biblioteca civica, sala polivalente e struttura ricettiva alberghiera, successivamente a causa di obiezioni , fu eliminato dal progetto la parte alberghiera. Oggi la struttura ospita il cinema-teatro “Adriatico” e l’ufficio della polizia urbana.marina piccol 74

Il cine-teatro Merino

Nell’area al lato della Chiesa di S. Croce, ove oggi è il palazzo di Spina-Diana sorgeva il cinema teatro Politeama, denominato in seguito “Merino” e appellato dalla popolazione “il pidocchietto” .

Il cineteatro Merino, entrata visibile di fianco alla chiesa S.Croce
Il cineteatro Merino, entrata visibile di fianco alla chiesa S.Croce

Il teatro, non ancora cinema, fu realizzato per volontà del  sindaco Sante Medina nel 1882, per una spesa totale di L. 8000, il progetto fu affidato all’ingegnere comunale Luigi Schisani di Napoli, il quale ha realizzato la costruzione in un tempo record di poco più di un anno. Il sindaco Medina intendeva offrire al paese che allora contava poco più di 7000 anime, un luogo di svago ma soprattutto voleva offrire la possibilità ai cittadini di conoscere la cultura italiana attraverso le opere teatrali. Il teatro in effetti riscosse un grandioso successo, con cospicua affluenza di Viestani e presto anche di spettatori dagli altri comuni vicini. Il Teatro era dotato di una grande palcoscenico, completo di sottopalco, grandi sipari di velluto rosso e bellissime scene variopinte, inoltre aveva sei camerini per gli artisti. La platea poteva ospitare più di cento persone, aveva quattro uscite di sicurezza e una sala di attesa, arredata con grandi specchi e dotata di un piccolo Bar.  L’inizio della prima guerra mondiale frenò l’attività del teatro che riprese nel 1918 ad opera dei signori Gasparri, Settimio e Caruso (quest’ultimi fotografi, titolari di una tipografia a Vieste) che adattarono il teatro a sala proiezioni,  il nuovo teatro, anche cinematografo, fu inaugurato con una serata di beneficienza il 18 Gennaio del 1918, durante la quale il maestro-poeta viestano Michele Coppola presentò la sua opera poetica  Ai profughi di Guerra del 1918, lodata dai reali d’Italia. Le rappresentazioni teatrali che furono eseguite negli anni, sia da compagnie locali, ma numerose erano anche quelle regionali, provinciali e alcune nazionali, aiutarono il paese ad uscire dal suo isolamento geografico e ben presto il cine-teatro Merino fu considerato il migliore della provincia. Nel 1925 il pittore Viestano Gabriele Diasio decorò il soffitto con i ritratti di Verdi, Puccini, Rossini e Boito e nel 1928 il teatro ospitò la compagnia Nazionale di Musica Operettistica che rappresentò “la vedova allegra” un avvenimento artistico che riscosse grande successo con cospicua affluenza dei viestani e di persone dai comuni vicini, nonostante il prezzo del biglietto era poco accessibile alle possibilità di quegli anni. Nel 1950 il teatro fu demolito in quanto era interamente in legno e non rispondeva alle norme di sicurezza previste per  le sale proiezioni.

La prima compagnia teatrale viestana fu fondata da Tommaso De Maria, nei primi del 900 ed era composta da soli uomini, dopo la prima guerra mondiale il gruppo dei filodrammatici Viestani sarà guidato dai fratelli Umberto e Giambattista Carpano. Nel 1933 si costituirono due gruppi di attori che si inserirono nell’Opera del dopolavoro fascista, sotto la direzione artistica di Don Angelo Mastropasqua,

Don Angelo Mastropasqua
Don Angelo Mastropasqua

le rappresentazioni erano accompagnate dalla filarmonica del dopolavoro e il loro enorme successo portarono le autorità cittadine a svolgere opera di persuasione presso le famiglie affinché lasciassero partecipare a queste benemerite attività le loro figlie, e fu così che Vieste ebbe il suo primo gruppo di attori misto, una compagnia di filodrammatici che diventerà sempre più numerosa negli anni fino a raggiungere il numero incredibile di 70 attori negli anni quaranta. Nel 1945 i filodrammatici fondarono una associazione, che fu intitolata al fondatore della filodrammatica:  la “Mastropasqua”, la quale continuò le rappresentazioni teatrali al Cinema Adriatico, ma si occupò di svariate iniziative di carattere culturale, artistiche e ricreative, organizzò la prima squadra di calcio viestana, e fondò il periodico “Il faro di Vieste” e la Pro Loco.  L’animoso gruppo di volenterosi cittadini era composto da nomi noti alla comunità viestana quali Mimmo Aliota, Francesco Cappiello il fotografo, Carlo Dell’Erba, Camillo Marchetti, Giovannangelo D’errico, Ruggiero e Mariano delli Santi, Michele Mendolicchio, Ottavio e Gino Fasani, etc..

1945 Gruppo di filodrammatici
1945 Gruppo di filodrammatici

Lo stabilimento ittico-conserviero della Cirio

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i capannoni della Cirio nel 1936

La Cirio fu fondata nel 1856 da Francesco Cirio, operoso negoziante di Torino,  il quale creò a soli 20 anni di età una società di conserve alimentari colossale capace di esportare già nel 1876, 2372 vagoni di conserve all’estero e 1132 in Italia. Verso la fine del secolo la sua attenzione si spostò al sud Italia, ricca di prodotti alimentari a basso costo, nel 1893 visitò la colonia cooperativa agricola di Margherita di Savoia e girò la Puglia alla ricerca dei posti ideali per i suoi stabilimenti, in quell’occasione decise di creare lo stabilimento ittico conserviero di Vieste. Il commentatore Francesco Cirio segnò su una cartina i posti prescelti e deceduto nel 1900, lasciò il suo patrimonio ai fratelli, proprio uno di questi acquistò dal Comune di Vieste nel 1935 l’intera penisola della Santa Croce e mise in opera uno stabilimento per la lavorazione e la conservazione del pesce, con il benemerito dell’unione industriale di Capitanata, che entrerà in funzione il 24 Settembre del 1936. La Cirio di Vieste cominciò la lavorazione sulla base di 6.000 quintali annui di pesce per aumentarla a 10.000 quintali, assorbendo la produzione di Peschici e delle Isole Tremiti, occupava 200 operai, soprattutto donne e dal 1952 si dotò di motobarche proprie per la pesca e impiegò anche 30 pescatori. Il percorso di produzione dello stabilimento era completamente locale: alici e sardine venivano pescate, pulite e  inscatolate sott’olio a Vieste.

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1957, operai della Cirio (pescatori) di rientro al porto.

Lo stabilimento era una risorsa economica e di mano d’opera per Vieste, il dirigente dello stabilimento  Stolfa Guido e il successivo Giovanni  Scialò di S. Giovanni a Teduccio (NA), prestavano sovente il loro organico per iniziative del paese, dal 1936 al 1945 il carro adornato di grappoli di uva e illuminato alla Veneziana che girava per le strade in occasione della sagra dell’Uva viestana, era costruito dagli operai della Cirio; nel 1950 i mezzi galleggianti e gli operai della Cirio affiancarono la ditta Saverio Arena per il recupero degli aerei abissati nelle acque di Vieste e di Rodi; la C.R.A.L. Cirio, nota società calcistica dal 1955 donava all’U.S. Vieste, le maglie per i giocatori, di lana bianca con bordo azzurro.

cirio con firma
La Cirio vista dal porto nel 1947

 

Ma presto affiorarono i primi problemi legati all’ubicazione dello stabilimento nella zona centrale del paese, la condotta di scarico dello stabilimento gettava a mare in prossimità della banchina vicino la “mezza presa”  tutti i residui e lo scarto della lavorazione che inquinavano il mare e infestavano il paese per il cattivo odore, creando un serio problema d’igiene. Importante divenne anche il problema della deficienza di elettricità, la tensione elettrica fornita al paese dall’Enel era troppo bassa e insufficiente al fabbisogno domestico, lo stabilimento da solo assorbiva il consumo dell’intero paese,  erano queste le motivazioni che hanno giustificato il trasferimento dello stabilimento in località Mandrione nel 1974.

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Operai della Cirio al lavoro, il primo a sinistra Michele Santoro. Foto di Fiorella Santoro

Ma il problema principale e difficilmente risolvibile era la penuria di materia prima per lo stabilimento, un problema ampiamente documentato negli anni  fino alla commissione parlamentare per la riconversione industriale del  1983, ma ignorato dal paese che spesso anche sulle colonne delle riviste locali lamentava  il basso volume di produzione dello stabilimento a paragone dell’abbondanza del pesce, in verità la materia prima non aveva la dovuta resa e il pescato del Tirreno al confronto risultava di una qualità di gran lunga maggiore.

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Dal mensile “Il Faro di Vieste” Maggio 1950

Si registrano negli anni interruzioni alla produzione per mancanza di pescato sufficiente  per poter giustificare i costi di produzione dello stabilimento , carenza sorta già dal 1948 e che giustificò la chiusura temporanea della Cirio di Vieste fino al 1954. A questi problemi prettamente locali si unirono negli anni ‘80 le note complicazioni finanziarie della società Cirio, lo stabilimento registrava nel 1983 una perdita di 750 milioni di Lire riferiti al fatturato degli inscatolati provenienti da Vieste e il 1973 risulta essere l’ultimo anno in cui registrò  un effettivo utile. Lo stabilimento fu definitivamente chiuso nel 1984, ma il suo contributo all’economia del paese resta sempre vivo nei ricordi dei Viestani

1957 con firma
La Cirio e i suoi pescatori all’opera 1957

la Torre di Santa Croce

Di fronte al Faro, alla banchina, si ergeva sulla punta del Corno una torre circolare di fortificazione , con annesso presidio quadrilatero ed il luogo viene ancora denominato “sopra la torre”. Fu costruita nel 1559 per volontà del viceré del Regno Parafan de Ribera, duca di Alcalà sotto il regno di Filippo II, il quale per l’occasione inviò a Vieste 200 soldati sotto il presidio di Tiberio Brancaccio e fornì la torre di cannoni e guarnigioni. Il nome della torre si deve alla denominazione dello scoglio, detto di Santa Croce in seguito al 1554, poiché nel luogo ove Dragut Rais erse un monte di pietre e terra per adagiarci il cannone in direzione del Castello, i Viestani, dopo la sua partenza, vi inalberarono una croce.

Disegno della torre di Santa Croce di A.Cirilo
Disegno della torre di Santa Croce di A.Cirilo

Sicuramente subì i danni del terremoto del la notte del 31 Maggio del 1646 e ne troviamo conferma nella relazione del 1696 dell’ingegner  Filippo Shor, il quale informa il viceré che il cordone di sopra della torre risulta lesionato dal terremoto e che la muraglia crollata si trova intorno alla torre,  ancora utile per ripararla e altrettanto danneggiate risultano le scale di accesso;  la torre doveva essere sicuramente di ottima fattura, poiché a quanto possiamo apprendere dalla suddetta relazione, non fu lesa dalle fondamenta a differenza del caseggiato del Castello che crollò interamente provocando la morte di 84 persone. Il Pisani nella sua “Cronica e memorie di Vieste” ci fa sapere che fino al 1680 la torre serviva ancora da avvistamento, tanto è vero che fu fornita dal marchese Fernando Fajardo di 8 truppe ausiliari, e proprio da questa torre furono avvistate le fuste dei turchi approdate a Porto Nuovo e dato l’allarme per salvare i cittadini, mandandoli nelle campagne. Quindi la torre era operativa nonostante il terremoto del 1646. In una successiva relazione del 1756 ad opera dell’ingegnere militare Don Amat Poumet, apprendiamo che la torre non fu riparata e che “si va precipitando tutte le sue lamie per mancanza di qualche piccolo accomodo ” ne deduciamo che non risultava distrutta, infatti l’ingegnere la loda come “una delle più magnifiche che si possa vedere, di figura tonda ed è molto necessaria conservarla, poiché giova molto per la difesa del Castello e del porto come anche della città”. La torre non fu mai oggetto delle riparazioni raccomandate, poiché non era soggetta alla gestione demaniale della Camera della Sommaria,  tanto è vero che non viene nominata nella famosa ispezione «Visita delle torri di Capitanata» del marchese di Celenza Valfortore Carlo Gambacorta del 1594, redatta proprio su mandato della Sommaria, sicuramente era di competenza della Università, ovvero del Comune, una conferma deriva anche dalla stessa conformazione della torre circolare con presidio quadrilatero, mentre le torri di competenza regia hanno in comune la pianta quadrata, la forma della torre è ben visibile nel disegno della città di Vieste di Giovan Battista Pacichelli di fine ‘600.

particolare del disegno della città di Vieste del 1702 di Giovanni Battista Pacichelli, alla lettera D è raffigurata la Torre di Santa Croce
particolare del disegno della città di Vieste del 1702 di Giovanni Battista Pacichelli, alla lettera D è raffigurata la Torre di Santa Croce

Il Giuliani nelle sue “Memorie storiche della città di Vieste” nomina la torre di S.Croce svariate volte, quindi almeno fino al 1768, tempo in cui scrisse il Giuliani, la torre era ancora esistente. Nelle testimonianze popolari il presidio quadrilatero della torre fu riutilizzato quale casolare per la quarantena di persone sospette di  peste e di altre infezioni e varie immagini degli anni ’20 e ’30 testimoniano l’esistenza  di questo casolare denominato “Lazzaretto” sulla punta del corno, la penisola nello stesso periodo è stata massicciamente sbancata dai cavamonti  e molto probabilmente la torre fu vittima di un riutilizzo dei materiali, oggi a testimonianza della sua esistenza  restano visibili le sue fondamenta circolari, mentre non vi è traccia del l’annesso Lazzaretto.

I resti della Torre di Santa Croce visibili oggi
I resti della Torre di Santa Croce visibili oggi