Il Dolmen di Molinella

dolmen 48Nel 1948 Salvatore Puglisi identificò sull’altura di Molinella, piccolo promontorio prospiciente il mare a Vieste, un stanziamento di epoca protostorica costituito da numerose tracce di fori per palificazioni e adattamenti della roccia che facevano parte di un insediamento capannicolo, inoltre identificò in tre lastroni ortostati, presenti sulla sommità del promontorio i resti di una struttura dolmenica. Al tempo fu considerato un ritrovamento eccezionale dal momento che non erano noti altri monumenti del genere a Nord dell’Ofanto, in realtà altri dolmen furono ritrovati nei decenni seguenti a Madonna del Cristo presso Rignano Garganico e a Pulsano a Monte S. Angelo, che allinearono il Gargano con il resto della penisola pugliese circa l’usanza diffusa nell’età del Bronzo di costruzioni artificiali, come ipogei e dolmen funerari, misti all’adeguamento di grotte naturali. Il popolamento si caratterizza per la ricerca di posizioni strategiche per l’attività di scambio con comunità prossime complementari e i centri costieri garganici si rivelano molto attivi nello scambio via mare, per il quale fungeranno da mediatrici per le comunità poste più all’interno.
Durante il mese di Aprile del 1981, l’area demaniale di Molinella fu interessata da lavori abusivi di sbancamento allo scopo di eliminare nel punto ove sorgeva il monumento, l’eminenza del terreno per la costruzione di una strada, che hanno provocato la completa distruzione del Dolmen, tuttavia la tempestiva segnalazione attivata dai sempre solerti sigg. Ruggieri Giuseppe e Antonio Cirillo di Vieste all’Ufficio della Soprintendenza di Foggia ha permesso il recupero dal terreno sconvolto di alcuni materiali archeologici come diversi manufatti litici ed ossei, reperti ceramici e una spada in bronzo, analizzati e rapportati nel mese di Maggio del 1982 da Maria Luisa Nava.
Il dolmen era costituito da tre grandi lastre emergenti verticalmente dal terreno e ravvicinate all’estremità, ricavate dal medesimo calcare nummulitico eocenico che costituisce l’altura di Molinella, la lastra A era alta 2,46 e larga 1,70 m, ortogonalmente ad essa si appoggiava la lastra B alta m 1,20 per 1 metro di larghezza e la lastra C era in proseguimento SE della lastra A; adagiata alla parete sud-est della lastra A, la più grande, il Puglisi rinvenne una sepoltura priva di corredo protetta verso l’esterno da un muretto di pietre, disposte con andamento semicircolare, l’individuo era adagiato sul fianco destro, con il volto rivolto ad Ovest e ricoperto da uno strato di gusci di molluschi. L’area circostante al dolmen era caratterizzato da tracce di un abitato di capanne con fondo scavato nella roccia, di cui permangono i fori e gli adattamenti ai dislivelli del suolo. Il villaggio era delimitato da una struttura difensiva ad aggere, posta all’inizio del declivio del promontorio sul lato verso terra, caratterizzato da un muraglione, che doveva essere lungo 40 metri e di larghezza variabile dai 3 ai 3.40 metri, composto da grandi pietre giustapposte all’esterno e da terreno compatto misto a pietre di dimensioni variabile all’interno,

Difesa muraria, villaggio capannicolo, scavo 1984

in quest’area fu ritrovata una seconda sepoltura identica a quella ritrovata presso il corridoio del Dolmen, ma entrambi le deposizioni furono distrutte da ignoti il giorno dopo la scoperta del Puglisi.
Dopo la distruzione del Dolmen, nel terreno smosso furono identificati da M.L. Nava 10 reperti, ipotizzabili quali componenti di un corredo funerario data la tipologia del materiale, ma risulta impossibile determinare se facenti parte di un’unica sepoltura o di plurime ascrivibili ad un arco cronologico ristretto. Presso la parete rocciosa di NE è stato rinvenuto un focolare con frammenti ceramici e due frammenti di piastre di fornelli. Nello strato sabbioso a contatto con la roccia è stato ritrovato un frammento di ceramica micenea, attribuibile al Miceneo II B, che permette di datare l’inizio della frequentazione del sito con esattezza al bronzo medio. Tra gli altri fittili rinvenuti in capanna una ciotola con orlo estroflesso, tazze con carena a spigolo, di seguito l’elenco con riferimento numerico dei ritrovamenti:

  1. Vaso ovoide monoansato
  2. Ansa a nastro verticale
  3. Tazza carenata frammentaria
  4. Frammento di orlo estroflesso
  5. Frammento di cordone a tacche
  6. Spada di bronzo
  7. Frammento di ascia-martello in pietra levigata
  8. Frammento di lama in selce
  9. Macinello in pietra lavica
  10. Lisciatoio in osso

 

1. Vaso ovoide monoansato 2. Frammento di ascia martello 3. Frammento di lama in selce 4. Macinello in pietra lavica

Il Vaso di forma ovoide d’impasto bruno di ceramica con unica ansa sulla spalla, all’attacco del collo, contiene una sepoltura a cremazione e una spada di bronzo ravvolta su se stessa, lacunosa dell’impugnatura, ha una lama piuttosto lunga e spessa e a margini pressoché paralleli, e dunque del tipo ‘da fendente’, che trovai migliori riscontri negli esemplari del Bronzo recente.

1. Ansa a nastro verticale 2. Lisciatoio in osso 3. Spada in bronzo

Tutti i reperti sono ascrivibili all’età del Bronzo recente, III millennio a.C.
La Puglia settentrionale è indubbiamente una delle più precoci aree di elaborazione del rito della cremazione in urna nell’ambito dell’età del bronzo, lo stesso frammento di ceramica micenea ritrovato a Molinella attesta l’origine egea del diffondersi in Daunia del rito di incinerazione durane il bronzo recente, il piccolo frammento era molto probabilmente appartenente ad un alàbastron, ma il ritrovamento attesta anche il ruolo significativo che Vieste, insieme a Peschici (Manaccora) ricoprivano nel corso del II millennio a.C. quali luoghi di facile approdo per l’attività di scambio con il mediterraneo orientale.

il muro di difesa, lato terra. Scavo M.L.Nava 1984
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La chiesa di San Francesco

La chiesa ubicata sull’estremità del promontorio del centro storico, chiamata localmente di S. Francesco è  intitolata a S. Caterina d’Alessandria con l’annesso monastero dei conventuali dell’ordine di S. Francesco d’Assisi, chiesa san francesco 1958

sia la chiesa che il monastero furono fondate dalle monache Clarisse cappuccine nel 1438, chiamate a Vieste da due coniugi patrizi viestani,  Algrazio e sua moglie Narda, i quali vollero donare a Vieste un istituto di educazione per le fanciulle, mettendo a disposizione il loro patrimonio, con la condizione di essere assistiti durante la vecchiaia.

pala settecentesca dell'Immacolata concezione.jpg
pala settecentesca dell’Immacolata concezione

Nel 1480 il monastero fu attaccato e saccheggiato dai saraceni di Acmet Pascià e nel 1554 fu incenerito da Dragut,  le Clarisse abbandonarono  l’edificio. Il Re Ferrante I fece dotare il monastero di un grosso baluardo, una torre di difesa, oggi non più esistente, dietro il convento, detto  localmente “u trion” una volta facente parte delle mura di difesa della città. Sulle macerie del monastero i Francescani nel 1540 costruirono il convento, trasferendosi dal convento dell’Allegorizia in Via Marchese, anch’esso distrutto dai turchi. I frati francescani fecero vita grama e il convento sarebbe stato soppresso se la signora Don Giulia Conti e successivamente Giovanni di Cecca non avessero donato i loro beni, dando vita ad una lunga tradizione di donazioni, che ha permesso il preservarsi dell’edificio fino ai giorni nostri. Durante il governo francese, il monastero dell’Ordine dei Conventuali è stato soppresso con il decreto del 9 agosto 1809 da Gioachino Murat, e i frati mandati via da Vieste; il monastero e tutti i beni sono stati espropriati e incamerati dallo Stato.

pala settecentesca del suffragio
Seconda cappella sulla parete laterale della Chiesa di San Francesco: pala settecentesca del suffragio, al centro la Madonna con il Cristo, sui lati S. Michele Arcangelo e S. Giuseppe
cappella della porzuincola.jpg
Cappella della Porzuincola,  rappresentante San Francesco che riceve dalla madre di Cristo il privilegio francescano, ai lati S.Rocco, S. Biagio, S. Apollonio e S. Lucia

Si è salvata solo la Confraternita di S. Antonio, che ha continuato la sua attività, conservando il diritto di riunirsi nella propria cappella presso la chiesa, lasciata aperta al culto ed affidata ad un rettore. In quell’occasione, il 16 settembre 1809, fra gli arredi sacri della chiesa, è stato confiscato anche un calice appartenente alla Confraternita. Il donatore Giannantonio Vigilante,  si è rivolto direttamente all’Intendente di Capitanata, spiegando che il calice e la patena d’argento, anche se usati per il culto, sono stati da lui donati per voto alla cappella di S. Antonio nel 1795 e, quindi, non essendone proprietario il Convento, non potevano essere confiscati e ne chiedeva la restituzione, portando anche le prove che ai piedi del calice era inciso  “G.A.V. fecit”. La restituzione è avvenuta dopo circa nove mesi, il 4 luglio 1810. La confraternita possiede, tuttora, la bellissima statua di S. Antonio da Padova, quanto si suppone, è la stessa che è stata scolpita a Ragusa (ex -jugoslavia) nel 1498 da Marino di Lorenzo Dobricevic per conto di Cola Paolo di Vieste, devoto del Santo.

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tela di castagnedo
La tela di Castagnedo del 1589

Della spogliazione statale, sopravvive oggi anche la tela di Castagnedo del 1589, sulla parte centrale dell’unica navata, mancante di un lato, tagliato poiché bruciato in uno degli incendi appiccati dai turchi, la tela rappresenta la deposizione di Cristo dalla croce , sulle ginocchia della vergine Maria, a sinistra è presente S. Francesco in piedi, al suo fianco era rappresentata anche S. Caterina, di cui si intravede solo una mano. La gestione demaniale del monastero ha utilizzato la struttura quale sede di riunione del Decurionato ogni 2 Luglio, per l’elezione del Sindaco e dei membri del governo della città, era sede anche del Giudicato Regio e i locali a pian terreno furono adibiti a carceri mandamentali e i piani superiori quale scuola elementare.

La Chiesa fu ristrutturata in varie parti come le colonne, le sculture degli angeli, l’altare, le parti mancanti e logorate furono ricostruite dalla maestria dell’artigiano locale Salvatore Palumbo, che aveva il suo laboratorio nel chiostro del monastero di San Francesco, egli realizzò il rosone della Chiesa di San Francesco, un capolavoro di maestria e precisione. Il maestro è sempre stato amareggiato dal mancato riconoscimento locale del valore di chi scolpisce la pietra, raccontava che in Inghilterra passeggiava con Principi e Generali, mentre a Vieste addirittura dei paesani scambiarono il rosone con una ruota di carro! L’unico erede, allievo di Palumbo è oggi Marco Baj di Varese, autore della foto da noi pubblicata.

palumbo rosone

 

 

san francesco convento
Le carceri

Nel 1840 il torrione perse il titolo di piazza d’armi e nel 1846 anche quello di batteria, il pericolo delle incursioni non era più sentito e il monastero fu spogliato dei cannoni e di altri attrezzi militari. l’ex convento fu abbandonato per lungo tempo, finché nel 1921 il monastero fu affidato alle suore riparatrici del Sacro cuore, le quali istituirono con il Comune un orfanotrofio ed una scuola materna, ancora oggi esistente.

inaugurazione asilo 1921
1921, inaugurazione dell’asilo delle suore riparatrici del Sacro Cuore
genn 1952 prefeto d'aiuto
1952, visita del prefetto D’aiuto all’orfanotrofio
1921 bambini
1921, attività ludica dell’asilo delle suore

La chiesa di San Francesco è legata al culto di Sant’Antonio da Padova, festeggiato il 13 giugno.

pala settecentesca dell'Immacolata concezione.jpg

 

Le iscrizioni messapiche rinvenute a Vieste

In Puglia sono state ritrovate 545 unità epigrafiche messapiche, la maggior parte in Salento e in Daunia in numero di 8, tutte rinvenute a Vieste e una a Lucera.

I Messapi  erano il popolo di origine illirica (attuale Dalmazia e Albania) stanziatosi sulle coste dell’Adriatico e dello Ionio a partire dal primo millennio a.C., abitavano soprattutto la parte meridionale della Puglia, ma la loro presenza si attesta anche nella Daunia, poiché era molto diffusa la loro colonizzazione, i Messapi erano tribù a numero chiuso e per fini di sopravvivenza, quando il numero era superato, gli eccedenti si trasferivano altrove, portando con loro usanze, culti religiosi e fondando città omonime. Furono i Messapi a fondare le città di Uria nel Salento, in Campania e la Uria marittima sul Gargano. Il ritrovamento delle iscrizioni Messapiche di Vieste si deve al noto Dott. Michele Petrone (1867 – 1935) medico appassionato di storia locale, egli si imbatté in un diario lasciato dal canonico vicario curato della cattedrale Emanuele Abatantuono (1786 – 1860) che elencava i rinvenimenti  archeologici nel territorio di Vieste tra le quali annotava il ritrovamento di pietre con iscrizioni, rinvenute nel 1800, dal padre Biase Abatantuono mentre piantava una vigna vicino alla chiesa della Madonna del Carmine (asilo Manzoni), furono ritrovati anche: ”molti cadaveri seppelliti nel terreno, altri in sepolcri di pietre calcaree e quadre con vasi ed altri con mattoni.” Nel febbraio del 1921 scavando in contrada Carmine (Via Carducci) per scopi agricoli, fu rinvenuto un altro blocco con iscrizioni, che richiamò l’attenzione del Dott. Petrone , il quale fece seguire alla sua analisi del luogo, 3 articoli sul Giornale delle Puglie tra il 1923 e il 1924, ove dava notizia anche dei blocchi ritrovati nel 1800: “Nel 1804, nel realizzare una casetta rurale, il signor Biase Abatantuono le utilizzò per costruire il muro di facciata, sono 4 i blocchi identificabili nella costruzione, più alcuni frammenti appartenenti ad un quinto blocco, in particolare uno dei blocchi è stato utilizzato come chiave d’arco sulla porta d’entrata della cassetta e sul quale il sig. Abatantuono ha inciso in latino: Questa casetta rurale Biase Abatantuono con proprio denaro la costruì fin dall’inizio per se e per i figli. Gli articoli attirarono l’attenzione del Dott. Quintino Quagliati, Soprintendente agli scavi e ai Musei Archeologici di Puglia, il quale si recò a Vieste nel 1924 e accompagnato dal Dott. Petrone, constatò l’autenticità dei blocchi e che le epigrafi erano redatte in greco arcaico. Successivamente alla comunicazione ufficiale della attribuzione messapica dei blocchi ritrovati, illustri linguisti come il Whatmough e il Ribezzo misero in dubbio l’autenticità dei blocchi rinvenuti, finché non si recò a Vieste negli anni’50 il noto linguista Oronzo Parlangeli al quale dobbiamo la prima classificazione e interpretazione delle iscrizioni messapiche viestane, collocate tra il II e III sec. a. C. e il ritrovamento di un altro blocco, che trovò all’interno della casetta rurale di Abatantuono, sotto il letto  e che portò via, senza chiedere il permesso, depositandola al Comune di Vieste, sottraendola a sicura dispersione, dal momento che oggi, questo blocco è l’unico ancora esistente!

I blocchi sono in totale 7, uno ritrovato nel 1922 in Via Carducci, uno ritrovato all’interno della casetta rurale di Abatantuono e 5 murati sulla facciata della casetta:

Iscrizione n° 1

Blocco 19*19 iscrizione incisa sulla parte superiore del blocco e continua sulla facciata laterale

 agol zon vinana diva damatiraMLM 1 Vi

errore sulla facciata laterale dove la D di Diva in greco Delta fu prima realizzata come alpha (A) e poi corretta. Diva Damatira è identificabile con la Dea Demetra, mentre  Algazon è dubbio l’unica forma simile attestata è Algozei sulla iscirizione n.5 di Vieste. Vinana è un nome proprio femminile gentilizio

iscri n 1 facciata sopra
Facciata superiore dell’iscrizione n°1

 

 

 

 

 

 

 

Iscrizione n° 2

iscri n 2

Blocco 19*29

Diva Damatira

Alla Dea Demetra

ritrovato nel 1922 in Via Carducci, durante scavi a scopo agricolo

 

 

 

 

Iscrizione n° 3

iscrizione numero 3 con firmaBlocco di tufo 22*38

deiva damatira preve zi vena

Demetra offri a Giove e Venere

fu ritrovata dal dott. Parlangeli sotto il letto della casa rurale del fu Abatantuono, rotta in 2 pezzi , egli la portò via senza chiedere, e la depositò al comune di Vieste

è l’unico blocco oggi ancora esistente

 

 

 

 

Iscrizione n° 4

iscrizione numero 4 con firma

Contorni irregolari, altezza max 45, murata sulla facciata della casa

diva damatira zopakale

la dea damatira a giove padre

 

 

iscrizione num 4

Iscrizione n° 5

iscri n 5

probabilmente incisa sulla parte superiore di una stele 45*17, murata sulla facciata della casa

dama (tira) klator

klator a demetra

 

 

 

Iscrizione n° 6
iscri 6 con firmaBlocco usato come chiave d’arco all’entrata della casa, si legge solo un rigo lungo cm 42

Blasit agol zei

(agol adora giove?)

 

 

 

Iscrizione n°7

Incisa su di un frammento forse la parte superiore destra di una stele, murata sulla facciata destra della cassetta rurale, in pessima conservazione e rimasta indecifrata

Le iscrizioni sono tutte invocazioni sacre a Giove, Venere e Demetra, gruppo divino del quale ci sono testimonianze in tutta l’area pugliese, ma a Vieste le iscrizioni votive sono dedicate soprattutto a Demetra, nominata in ogni blocco fuorché in quello usato dall’Abatantuono come chiave d’arco della porta, è lecito tuttavia supporre che sia incompleto e che l’incisione operata dal proprietario della casetta abbia distrutto quella messapica. Demetra è la Dea della nascita e della fertilità, la madre terra che aveva insegnato agli uomini a coltivare i campi, è assimilata alla Dea latina Cerere.

casa piccola con firma+
La casetta rurale dove sono murate le iscrizioni , sul tavolo davanti alla porta, l’iscrizione n°3 recuperata dal Parlangeli

La dizione in “Damatira” ritrovata solo nella Daunia e in una sola iscrizione a Mesagne (Damatura) si discosta dalle voci salentine “Damatrios/Damatras/Damatra/Damatriovas” e testimonia una derivazione greco-ellenistica del l’alfabeto messapico utilizzato in Daunia, differente dal messapico salentino di derivazione dorica-tarantina,  utile a dimostrare la derivazione illirica delle genti messapiche stanziate sul Gargano. Il culto di Venere è limitato alla sezione settentrionale della puglia, poiché nella parte meridionale Venere appare con il nome greco di – Aprodita – Afrodite.

Le epigrafe votive messapiche ritrovate nell’area del Carmine di Vieste, possono completare l’ipotesi di un centro urbano esistente a Vieste nel III sec. a.C. poiché sono numerosi i rinvenimenti archeologici, quasi sempre frutto di scoperte casuali o derivanti da segnalazioni non verificabili, come quelle delle fortunate fonti di Diari e memorie locali. L’arcidiacono Giuseppe Pisani nella sua  “Cronica e memorie di Vieste dall’anno 1664 all’anno 1700” informa che nel 1665, dalla Chiesa della Madonna del Carmine alla città e fino alla discesa della fontana grande (Fontana vecchia),  furono trovate mura che per la loro grandezza mostravano di aver fatto parte di pomposi edifici , dalla lunghezza di più di 1 km (60 passi) ,  fatti di tufi lavorati lunghi circa 1 metro e 60 e larghi circa un metro (6 palmi per 4 ) si trovarono inoltre cisterne , condotti,  pavimenti di colore rosso, colonnine , piloni, grandi fonti cavate nella pietra. Dentro l’orto dei Carmelitani si trovò, verso la parte di sopra, una fossa piccola cavata nella roccia e coperta da una lastra bellissima , la sepoltura conteneva ancora il suo cadavere, in posizione rannicchiata. La stessa descrizione è replicata dal Giuliani nel 1764 e da M.Potito che specifica l’ubicazione tra le vie de Gasperi, Matteotti e Dell’erba, mura in opera poligonale orientati in direzione NE- SO, costituiti da grandi blocchi squadrati di pietra locale , necropoli del Carmine con il corredo composto da Ceramica geometrica – vegetale e a vernice nera, anfore di trasporto greco italiche, rodie e corcirensi, che testimoniano il luogo come importante centro di traffico commerciale dell’Adriatico.

L’iscrizione sull’isola di Sant’Eufemia

l’Isola di Sant’Eufemia, oggi stazione del Faro, era una volta l’approdo per i viaggiatori dell’Adriatico; da Venezia a Costantinopoli, la navigazione prevedeva 20 giorni, senza nessuna possibilità di conoscere in anticipo le condizioni climatiche durante il tragitto. Lo scoglio di Sant’Eugenia, (divenuto successivamente di Sant’Eufemia con la nascita del Faro nel 1887 , non si sa se per corruzione dell’antico nome di Sant’Eugenia o se l’isola fu intitolata alla Santa ex-novo) è stato lo scalo di numerose imbarcazioni nei secoli, testimone di questi approdi è una grotta all’interno della quale sono presenti numerose iscrizioni lasciate dai suoi visitatori, la più importante per rilevanza storica, è un’epigrafe in latino, testimonianza della spedizione pugliese del Doge veneziano Pietro II Orseolo,  del XI sec.:
“Nell’anno della incarnazione di nostro Gesù Cristo 1003, giorno terzo del mese di settembre, entrò in questo porto Pietro Doge dei Veneti e dei Dalmati con cento navi in assetto di guerra contro i saraceni che stanziavano su Bari. Combatté contro di loro, alcuni furono uccisi, altri furono messi in fuga”


L’epigrafe in verità fu incisa in due tempi diversi, all’andata da Venezia a Bari fino al segno in rosso, indicato nell’immagine (postilla nostra) e probabilmente al ritorno per il resto, questa deduzione si evince per due motivazioni:
– la data del 3 Settembre. Le fonti sono discordi sulla data dell’arrivo del Doge a Bari, lupo Protospata riferisce il giorno di San Luca in Ottobre, gli annali baresi il 22 Settembre, Giovanni Diacono il 6 Settembre, in ogni caso sono tutte successive alla data dell’epigrafe del Faro
– La scrittura dell’incisione è chiaramente differente dal segno rosso in poi, sicuramente la prima parte fu incisa dal Doge o da un suo subalterno, la seconda parte potrebbe essere stata incisa anche da mano pugliese se non addirittura Viestana.
Altra questione è la motivazione per cui il Doge Orseolo incise l’epigrafe, durante la sosta al faro. Vieste era governata dal catapano Gregorio Tarcaniota, rappresentante dell’imperatore d’Oriente Basilio II, Venezia accorreva in aiuto di quest’ultimo per liberare Bari, la città-simbolo del dominio bizantino in Italia, come fece già nel 1000, per liberare la Dalmazia dagli slavi dello zar Samuele in favore di Bisanzio, la quale impresa fece guadagnare ad Orseolo il titolo di Doge dei Veneti e dei Dalmati, come leggiamo nell’epigrafe; egli entrò nella grotta di Venere di Vieste e vide svariate incisioni bizantine, tra le quali anche il dritto e rovescio di una moneta bizantina (fig.1) era sicuramente necessario per il Doge sottolineare la presenza Veneziana a favore dei Bizantini. Il fine di Venezia era mantenere la supremazia commerciale nell’adriatico, la potenza Veneziana dipendeva dalla capacità di poter primeggiare nel traffico di merci da e verso l’Oriente, e chiunque le forniva privilegi doganali e giurisdizionali e soprattutto esenzioni dalle tasse portuali, era un’alleata da difendere, e quindi anche a Vieste doveva essere chiaro che Venezia era dalla parte del governatore e che nel cosiddetto “rilascio”, le navi veneziane in sosta andavano doverosamente rifornite e considerate privilegiate.

Bassorilievo rappresentante il dritto e rovescio di una moneta bizantina
Bassorilievo rappresentante il dritto e rovescio di una moneta bizantina