Santa Maria di Merino: la processione, storia e usanze

125_001Ogni nove di maggio il popolo viestano lascia la sua casa per accompagnare il bellissimo simulacro della Madonna, Patrona della città, al santuario di Merino. Questo percorso che viene fatto secondo una tradizione secolare si può definire un vero e proprio cammino nella storia, nella cultura e nella religiosità di questo popolo. Tutto ha inizio nell’antica cattedrale dove alle 8:00 del mattino escono i santi che accompagnano la Madonna, lungo le strade cittadine e ad aprire il corteo è lo stendardo di San Giorgio, compatrono della città, con la sua confraternita e la statua. Il santo spesso invocato contro il male, simboleggiato dal drago, che in questa terra per secoli significava terrore delle scorrerie turche, apre un lungo corteo come fosse un soldato che fa da scorta alla Regina della città, segue la confraternita di Sant’Antonio di Padova col suo santo, dottore della chiesa e taumaturgo, invocato contro le pestilenze insieme alla statua di San Giuseppe, padre della Chiesa, protettore degli artigiani invocato dai moribondi. Segue la terza confraternita, quella della Madonna del Rosario seguita dalle statue di San Francesco da Paola, protettore dei naviganti, e dell’Arcangelo Gabriele protettore dei messaggeri. Nell’ultima confraternita, quella della Trinità, troviamo gli arcangeli Raffaele; invocato contro la cecità e come protettore dei giovani, e di San Michele protettore del Gargano e vincitore sul maligno. Sembra quasi che questa sfilata di santi si apra con un cavaliere di Dio e si chiuda con la schiera degli Arcangeli, dove il drago sconfitto viene posto all’inizio ed alla fine del corteo. In ultimo in una splendida portantina dorata la Madonna viene portata in processione con solennità. La Madonna nel tratto che va dalla chiesa Cattedrale alla scalinata di via Vesta, sosta all’imbocco dell’antica piazza, ove si svolgeva nel Medioevo sotto le scalinate laterali della Cattedrale, il mercato; poi prosegue per la traversa di Via Diaz, ove è ubicato un portone che anticamente portava nella casa del nostro concittadino, che venne guarito da Celestino , alle spalle di questa era il negozio di Michele Cariglia, dove Monsignor Gagliardi si rifugiò per scampare al linciaggio che venne orchestrato ai suoi danni nel 1919, facendo girare la falsa notizia che voleva vendere la Madonna dopo il restauro, in questa occasione il vescovo fu preso incredibilmente a sassate e alcune pietre che entrarono nel negozio, finirono nella culla dove giaceva una bimba di pochi mesi che rimase miracolosamente illesa. La processione prosegue per Via Vesta (la strada del forno chiamata così perché c’erano i forni cittadini). In realtà la processione passava lungo il costone che collegava la via San Michele al Seggio e che oggi non esiste più a causa della caduta della falesia che distrusse molte abitazioni del ghetto della Judeca. La Madonna quindi costeggiava il mare e poi attraversava la Piazza del Seggio, salutata dagli spari. La scalinata di Via Vesta veniva invece percorsa di sera lasciando libero il costone in cui i militari facevano la ronda notturna per sorvegliare il mare. In questa occasione Vieste si svuotava e la città restava in mano ai militari che in questo giorno applicavano la pena capitale senza processo per ogni reato commesso, per scoraggiare i malintenzionati che potevano arrivare anche dai paesi vicini. Per controllare questo flusso di persone allora i militari salutavano la Madonna con degli spari a salve, che in seguito furono sostituiti dai fuochi artificiali

Dopo il cambio della Cassa inizia il pellegrinaggio. Da questo momento in poi il popolo porta a spalla la Cassa di campagna e nel tragitto mattutino la Madonna volge lo sguardo verso il mare per benedirlo, proteggere i naviganti e far proliferare i pesci. Fino a che non venne costruito il braccio di sopraflutto del porto, la Madonna si portava sulla spiaggia di San Lorenzo per poi proseguire dalla chiesa di San Lorenzo sulla strada. La prima sosta avviene alla Pietra del Morto, che prende il nome dalla località in cui venne trovato un cadavere mai identificato, forse una vittima del mare proveniente da luoghi lontani; qui si fa una breve sosta con il canto delle litanie in latino. Durante i sabati di devozione, in preparazione alla festa qui i pellegrini sostano per una breve preghiera ed hanno l’abitudine di lasciare fiori di campo che colgono lungo il tragitto mentre il 9 maggio, si stende una tovaglia bianca per poggiare la Cassa. In questo contesto spesso vengono messi sulla tovaglia, bende o lenzuola di ammalati che chiedono alla Vergine di essere alleviati dalle loro sofferenze, mentre i pellegrini approfittano della sosta, per donare fiori che vengono posti sopra la portantina. Da un punto di vista antropologico, queste usanze rimandano a riti pagani che si consumavano sugli altari sacrificali, che si trovavano spesso lungo le strade di campagna, per chiedere alle divinità di propiziare i campi o di tenere lontano i flagelli come le invasioni delle cavallette o dei bruchi. Dopo la prima sosta, si prosegue per la Defensola fino alle Paludi Mezzane seguendo una strada leggermente arretrata. La zona collinare che divide la strada dal mare, è stata un’area abitata dall’uomo nell’era preistorica e qui si sono ritrovati diversi manufatti risalenti a quell’epoca. Proprio in questo giorno, alcuni volontari del Wwf di Vieste, si avventurarono su queste colline e proprio qui riuscirono a scoprire, in maniera del tutto occasionale, la miniera di selce che nel periodo neolitico era il più importante giacimento d’Europa. Qui si raggiunge la seconda pietra che è sormontata da un a copertura, chiamata dai Viestani “la pietra coperta”, questo podio oggi risulta molto basso perché con la realizzazione del manto stradale si è provveduto al rialzo del suolo e per evitare che la zona intorno alla pietra si allagasse, si è ritenuto opportuno riempirla di terra. Questa pietra è munita di cancelli perché negli anni 60/70 i Figli dei Fiori e gli Hippy sollevano dormire all’interno, chiudendo le aperture con dei teli per trascorrere le vacanze estive. Le zone della Padula segnano l’inizio dell’agro di Merino, che veniva sfruttato coltivando cereali, con il crollo dei commerci, si ridussero drasticamente i terreni coltivabili e l’abbandono di questa zona ha ricreato la palude originaria. Queste terre furono bonificate solo con l’avvento del Regno d’Italia quando molti ricchi possidenti, si fecero assegnare dei latifondi che, una volta bonificati, venivano dati in affitto ai contadini, i proprietari erano tenuti a pagare le spese della bonifica, che veniva corrisposta sotto forma di mutuo ogni anno ed era gestito da un ente nazionale chiamato La Fondiaria ( La Fundegarij). Queste terre furono assegnate a Donna Grazia Petrone che, alla morte del marito, non si curò di pagare e finì in tribunale a Napoli dove, pur essendo nobile e con ottime conoscenze, perse la causa e per non pagare le penali rinunciò alle terre che passarono direttamente ai fittavoli che, dopo aver estinto il mutuo, divennero i proprietari effettivi. Per Vieste fu una svolta, poiché molti contadini si trovarono proprietari e si svincolarono dagli esosi contratti d’affitto che i ricchi facevano ai più sfortunati; è forse per tale motivo che nel 1875, Donna Grazia Petrone, fece sistemare la Cassa di campagna della Madonna, quale ricompensa per averle risparmiato la galera, una targa nel retro della portantina infatti ricorda questo intervento. Per anni si è pensato che fosse a tale data che doveva risalire la Cassa, ma i recenti restauri hanno dimostrato che essa risale al Cinquecento ed è di uno stile insolito e per questa sua originalità, non si può collocare nemmeno all’interno di una corrente artistica. Passata la zona della Padula, si raggiunge Porticello dove si lascia la strada e si entra nella spiaggia di Scialmarino. Il tratturo che immette in spiaggia viene chiamato I Renazz ( sabbia mista a polvere) e qui si invoca la Madonna col canto all’Addolorata, che prevede un doppio coro dove un solista canta ed il popolo ripete. Anticamente quando si andava con gli asini e i cavalli, gli uomini più anziani tenevano a bada gli animali e i giovani invece portavano a spalla la Cassa, mentre le donne provvedevano a tenere a bada i bambini, poiché il suolo sabbioso faceva sprofondare le persone fino alle ginocchia. Gli uomini allora portavano prima la Cassa della Madonna sulla spiaggia e poi ritornavano a riprendere gli animali con un carico di fatica doppio; il tratturo difficilmente percorribile era percepito come una fatica fisica per espiare i propri peccati, accompagnato dalla fatica nel cantare e per questo motivo le donne urlavano il testo. Non a caso, il testo della canzone all’Addolorata inizia con le seguenti parole:”tra il dolore e l’affanno che affligge il mio cuore, chiamo Maria gran Madre d’Amore, oh dunque Regina mia vita e mia speme vieni in mio aiuto che ho il cuore che geme. Alla fine del canto si dona la fatica alla Madonna dicendo : “Na cannel!! Na cannel alla Madonn” dove la candela simboleggia l’offerta fisica alla madre di Dio. Siamo così in località Porticello, il cui nome deriva dall’antico porto commerciale dei Merinati , in prossimità della spiaggia in questo sito è possibile vedere anche delle vasche scavate nella roccia, che venivano usate anticamente dai tintori per tingere le stoffe e le pelli, usanza di origine fenicia poiché nella nostra zona si trova il murice ( U Caparron) da cui si estrae la porpora. Quest’attività fu tenuta in vita fino al 1500, quando la comunità ebraica viestana oltre a trattare i commerci per conto della Serenissima, provvedeva a tingere le stoffe e le pelli che arrivavano nel Fondaco della cittadina di Vieste. Durante il passaggio sulla spiaggia si forma così una una cordigliera di fedeli che a passo spedito, attraversano l’arenile mentre, tempo permettendo, molti surf solcano il mare accompagnando la Madonna come fosse una processione collaterale. cambio portantina 1960Nei secoli passati invece i giovani facevano correre i loro cavalli creando dei caroselli, per esprimere la gioia e la partecipazione al pellegrinaggio. Passata la spiaggia si raggiunge l’agro di Merino dove si prepara il solenne rientro della Madonna nella sua casa. La strada che immette sulla provinciale viene genericamente chiamata l’imbarcatoio, qui era ubicato il porto dei pescatori merinensi e fino a pochi anni fa, era ancora visibile qualche bitta dell’antico porto. Qui attendono la Madonna San Marino, monaco martirizzato a Merino dai Saraceni nel 876, San Celestino V, che nella chiesetta di Merino trovò rifugio dopo il suo naufragio nel 1295 e l’arcangelo San Michele. L’ingresso a Merino si fa solenne e si forma così una piccola processione che porta la Madonna dapprima in località Montincello, dove si assiste alla benedizione dei campi, in questo luogo si festeggiava in antichità la Dea Cerere a cui erano sacri i campi e si donavano le prime spighe di grano bruciandole in un braciere su un altare sacrificale: probabilmente la cristianizzazione di Merino ha sostituito il culto pagano con quello mariano ed è qui che si venerava originariamente con un grande solennità la Madonna. La benedizione dei campi ha sicuramente sostituito il rito del grano e le offerte alla Vergine da beni materiali si trasformarono in preghiere. Una volta raggiunta la chiesetta si celebra la messa all’aperto in suffragio di tutti i viestani che in ogni epoca celebrarono Maria in questo giorno. Oggi si celebra nel giardino ma fino a qualche decennio fa si celebrava la messa davanti all’ingresso del Santuario e a testimonianza di questa abitudine resta la pietra della Madonna dove si poggiava la portantina.carretto 1950.jpg

Alle ore 17:00 si prepara di nuovo tutto per il ritorno e i pellegrini si radunano per attendere l’uscita della Madonna. Nel tratto che va fino alla pietra del bivio, la Madonna si porta processionalmente dopodiché si girano le aste e la Madonna guarda la campagna. In questo tragitto sono tanti i pellegrini che si avvicinano alla cassa per pregare e per godere dello splendido simulacro inondato dal sole, che viene esaltato dai riflessi dorati degli ori e daella veste. Si avanza a gruppi sparsi, come al mattino, ma i canti e le preghiere dei pellegrini proseguono incessanti e riecheggiano nei campi. Nel ritorno la Madonna sosta alle pietre e raggiunta San Lorenzo sale sulla piccola collinetta. Questa chiesa medievale, ritenuta addirittura precedente alla stessa Cattedrale, fu costruita sulla collina prospicente il mare e in posizione dominante sull’antico bacino del Porto Aviane. Questa sua posizione la rendeva così un punto importante per il controllo del passaggio dei natanti nel bacino e ne regolava il flusso. Quest’umile chiesetta era abitata da frati eremiti che venivano mandati prima dall’Abbazia di Kalena e successivamente da quella tremitese dopo che, intorno al 1000, ottennero il controllo del bacino portuale facendosi pagare il dazio sul transito e sul pescato. In occasione delle maggiori feste liturgiche inoltre, i pescatori dovevano dare parte del loro pescato ai monaci come pagamento extra per rifornire l’abbazia di vettovagliamento, in occasione delle maggiori feste del calendario liturgico. Questa chiesa poverissima fino agli anni Settanta, non aveva arredi e i pellegrini il 9 maggio si sedevano per terra per celebrare i vespri e cantare gli inni mariani durante la sosta e data la scarsità di luce, i pellegrini illuminavano l’ambiente accendendo delle candele che si portavano dal paese. Si narra che qualche volta la Madonna sia rimasta in questa chiesetta a causa del maltempo che impediva il rientro in paese e si passava la notte alla meno peggio vegliando in preghiera. L’ultima volta accadde nel 1906 quando un violento nubifragio si abbatté su Vieste per tutta la notte e i pellegrini trovarono rifugio dove potevano oppure ritornarono in paese. La pioggia finì solo all’alba e la Madonna rientrò in cattedrale appena in tempo per celebrare la messa della chiusura della festa. Nel 1970 invece il vescovo lanciò l’idea di non portare a spalla la Madonna a Merino ma di utilizzare un mezzo motorizzato. Appena si sparse la notizia tra i pellegrini si organizzò subito una manifestazione di protesta, la sera la Madonna venne posta sulla pietra fuori e tutti i pellegrini si sparsero lungo la collinetta coi ceri accesi cantando incessantemente e toccò al comitato recarsi nel buio a San Lorenzo per convincere il popolo a riportare la Madonna a Vieste, quell’anno la processione rientrò alle due di notte in Cattedrale. Intorno alle 20:00 si prepara tutto per il rientro in città, i pellegrini si dispongono in due file coi ceri e la Madonna viene posta in fondo alla fila. La sera incombe e le suggestioni che rendono unica questa festa si fanno più forti perché il lungo fiume di candele diventa marea e si chiede alla Vergine di proteggere e benedire Vieste e i suoi abitanti. Ad ogni ritornello si alzano in alto le candele per rendere omaggio alla Madre di Dio nell’oscurità, proprio come i nostri avi fecero per secoli. La disposizione dei pellegrini ha anche un motivo pratico perché in questo modo si poteva controllare se tra di loro c’erano dei malviventi che potevano entrare in paese clandestinamente e le candele servivano per illuminare il piccolo tratturo a coloro che portavano la Madonna. Fino a poco tempo fa era tradizione che gli uomini si recavano incontro ai pellegrini per portare la Madonna a spalla e rinfrancare coloro che tornavano a piedi. Arrivati a metà strada nella zona dei Quattro Palazzi , si assiste al primo spettacolo pirotecnico della serata. Quest’usanza venne istituita quando vennero costruiti i Palazzi dell’INA CASA (i quattro palazzi appunto) per i dipendenti delle poste i quali ebbero l’idea di raccogliere i soldi per fare un piccolo fuoco di saluto alla Madonna di passaggio. bario 1948.jpgL’aumento della popolazione in zona ha fatto aumentare le risorse e quindi oggi si assiste ad uno spettacolo pirotecnico importante. In questo momento il pellegrinaggio termina perché nel frattempo la processione è già in fila sul lungomare, mentre anticamente si inserivano all’inizio della strada davanti a Colletta, appena uscivano dalla chiesa dei Cappuccini. Qui il Sindaco attende la Madonna che riceve dalle sue mani le chiavi della città. La Madonna di rientro da Merino viene davvero festeggiata con grande solennità e salutata così come Regina di Vieste e principale protettrice. Qui terminano le preghiere e le lodi e si assiste a qualcosa di indescrivibile che commuove e riempie di gioia tutti perché il rientro a Vieste si arricchisce di luci e colori. La Madonna allora raggiunge la Pietra nella villa, si cambia la Cassa e si procede sul corso. I pellegrini intanto continuano a cantare e la loro fioca voce viene supportata da coloro che sono a Vieste per incitarli a continuare. Le candele, simbolo di fede che vengono donate a Maria che è il faro della Chiesa che conduce a Gesù, scaldano l’aria e il calore provocato dalle fiammelle fa emozionare i tanti che sono impossibilitati a recarsi a piedi. Le candele spesso sono simbolo della devozione a Maria e in tanti, specie i lontani, si affidano ad amici e familiari per farli portare una candela al loro posto perché quella fiamma viva fa si che possa significare che anche loro ci sono li in questa serata magica e dalle mille suggestioni. La processione anticamente passava attraverso i giardini come al mattino e solo dopo la realizzazione delle case fino a Sopra la Rena si è pensato di allungare la strada facendo passare la Madonna per tutto il Corso Fazzini. Protagonista di alcuni avvenimenti importanti è la chiesa della Santa Croce che in questa serata restava aperta fino al passaggio della processione e fuori il sagrestano provvedeva a mettere le sedie in fila per far sedere gli anziani e le donne incinte per assistere al passaggio della Madonna. Nel 1961 a causa della pioggia qui si ruppe l’antica statua di San Giorgio, un avvenimento che fece un gran clamore e che tuttora non si è ancora sopito. Ovviamente la chiesa faceva anche da eventuale rifugio in caso di pioggia improvvisa. Bisogna ricordare che in prossimità della chiesa della Santa Croce esisteva il Teatro Merino fino al 1950,  in questo giorno era aperto per ospitare la Cassa Grande, essa veniva posta nel teatro e tutti coloro che non potevano andare in pellegrinaggio oppure erano in lutto, si recavano qui per pregare e compiere il pellegrinaggio spirituale. Erano momenti di preghiera silenziosa ed intima e mentre si sgranavano i rosari si ammirava la bellezza della Cassa dorata e si baciava il piedistallo dove si poggia la Madonna. Per questo motivo ancora oggi vediamo persone che si avvicinano a baciare quel piedistallo, vecchio retaggio di un’usanza ormai scomparsa. Erano momenti di preghiera in cui chissà quante lacrime hanno bagnato quel basamento. Negli anni delle guerre inoltre la povertà e la fame che si vivevano con grande dignità, in questo giorno si affidavano alla Madonna e qui avveniva anche lo “sfogo del pianto” delle vedove di guerra. Dopo il passaggio sotto le luminarie appena si gira la cassa per far assistere alla madonna i fuochi, i pellegrini rompono le fila e si spengono le candele. Alla fine dei fuochi la processione continua e la Madonna sosta sotto l’arcata maggiore che segna l’antico ingresso in città dalla Porta di San Michele. Qui nei secoli erano i militari che salutavano la madonna al rientro e riempivano le mura con torce e lucerne per illuminare il suo ingresso. I pellegrini entrano dunque nel secolare centro cittadino dietro la cassa e qui tutti gli abitanti che si affacciavano lungo il tragitto, se la mattina misero le coperte “ Gli Scudi” e si affacciarono per lanciare fiori dai balconi e dalle finestre, anticamente di sera si accendevano i lumi per illuminare la strada alla Madonna. Una volta giunti in cattedrale dopo la benedizione impartita dal vescovo, la Madonna viene spogliata dei suoi ex voto, pronta per essere riposta nella sua nicchia il giorno seguente. La tradizione vuole che la Madonna rientri a mezzanotte, provocando ogni anno discussioni tra favorevoli e contrari perdendo il significato simbolico di questa usanza. Dopo la mezzanotte si entra nel giorno centrale della primavera che, secondo gli antichi era l’ultimo giorno per chiedere alle divinità di far germogliare la natura perché nella seconda metà la terra avrebbe iniziato a fruttificare, questo rito carica di maggiore significato l’idea di chiedere alla Madonna di proteggere il mare e la terra a lei affidatole e di benedire e proteggere Vieste e i suoi abitanti solo a pellegrinaggio ultimato.

Testo di: Vestanus Giò

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