Settembre 1943

Durante il mese di Settembre del 1943, Vieste visse intensamente le conseguenze dell’armistizio firmato l’8 settembre dal governo Badoglio che sancì la resa dell’Italia agli alleati della seconda guerra mondiale. Le forze armate italiane, ancora operative su vari fronti, piombarono in una generale stato di confusione, rimaste senza ordini, la maggior parte dei militari abbandonò le armi e cercò di tornare a casa, cercando di evitare le ritorsioni degli ex-alleati tedeschi. Già dal 9 Settembre Vieste fu invasa da barche, motovelieri, mezzi di fortuna provenienti dalla Dalmazia,  carichi di soldati sbandati, a questi si aggiunsero fuggitivi provenienti dalla città di Foggia, colpita da ingenti bombardamenti da parte degli alleati.

Il 15 Settembre erano presenti a Vieste tremila persone tra profughi e sfollati, furono accolti come possibile e con animo solidale dai cittadini, sistemati nelle aule scolastiche, presso le caserme e in abitazioni private, ma la mancanza di contatto con la regia prefettura e altri uffici governativi, causata dalla difficile situazione di Foggia, costrinse la città a provvedere con le proprie forze al sostentamento degli sfollati. Il podestà Carlo Mafrolla (il podestà era il governatore locale istituito nell’era fascista e assunse tutti i poteri del sindaco e del consiglio comunale) anticipò L.30.000 all’ECA per l’assistenza straordinaria del folto  gruppo di fuggiaschi, con la speranza non certa, di un futuro rimborso. I profughi erano per la maggior parte soldati che vestirono abiti civili, solo un esiguo gruppo di 16 militi e 3 ufficiali, aveva intenzione di tornare sul fronte ed in particolare a Trani dove era in atto uno scontro con i tedeschi, anche perché custodi di 20 quintali di materiale bellico, recuperato nella fuga dalla Dalmazia, tra questi era presente anche un personaggio di alto rango: il conte Tiberio Brandolini d’Adda.

Il pomeriggio del 16 Settembre arrivò in paese un camion di soldati tedeschi,  giunti nei pressi del Municipio si fermarono innanzi ad un ufficiale italiano che alloggiava nelle aule della scuola, al quale chiesero la resa della città, l’ufficiale senza tentennamenti contrappose un secco rifiuto, i tedeschi allora, consci della loro inferiorità numerica, risalirono il C.so L. Fazzini e iniziarono a sparare all’impazzata in aria, con fucili e mitraglie, probabilmente per intimorire la popolazione. La caserma dei carabinieri era al tempo, sul viale XXIV Maggio e appena la camionetta tedesca attraversò il viale, i carabinieri risposero al fuoco, credendo di contrastare un attacco, i tedeschi allora mirarono i colpi ad altezza d’uomo, dal balcone della caserma fu lanciata una bomba a mano che colpì di striscio il mezzo in fuga, provocando la morte di un soldato tedesco. Il fuoco nemico colpì mortalmente il carabiniere Vittorio Valeri che usciva da via Milano, il giovane fu immediatamente soccorso da Michelina di Rodi e la figlia Grazia Cionfoli che portarono il corpo nella loro abitazione, ma non c’era ormai niente da fare e il Carabiniere di soli 26 anni, proveniente da Vittorito in provincia dell’Aquila, alle ore 17.00 fu certificato deceduto dal comandante della locale stazione dei Carabinieri,  Maresciallo Carlo Zingarelli.

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il carabiniere Vittorio Valeri

Il paese dopo la fuga dei tedeschi, piombò in uno stato di generale agitazione, si temeva la rappresaglia tedesca. Il numeroso gruppo di sfollati ancora in abito militare si rifugiò nelle campagne, la popolazione si nascose come possibile, mentre le forze armate vestirono abiti civili e il comandante dei vigili urbani Pasquale Cimaglia ordinò ai suoi subalterni di fare altrettanto; l’ordine fu revocato dal Podestà Carlo Mafrolla, poiché riteneva utile avere a disposizione una forza armata per la difesa della popolazione. Il ritorno agguerrito dei tedeschi non si fece attendere e alle ore 6.00 del 17 Settembre giunse in paese un dislocamento della corazzata H. Goering: 5 autoblindati e 10 camion carichi di 2000 soldati tedeschi accerchiarono il paese, mentre due aerei lo sorvolarono a bassa quota; alle ore 7.00 il paese era militarmente occupato dai tedeschi, a capo della colonna tedesca il colonnello austriaco Hoffman a bordo di un sidecar, entrato in paese chiese ad un gruppo di cittadini l’ubicazione delle caserme militari, fu il marinaio viestano Rado Vincenzo ad indicargli il luogo (il Rado fu sottoposto a processo nel 1946 dalla Corte d’Assise di Lucera, con l’accusa di collaborazione con il nemico presentata dal P.M. che richiese 24 anni di reclusione, ma dopo l’arringa dell’avv.  difensore Carlo Ruggero, fu assolto per insufficienza di prove). Accolto dal Capo dei vigili Pasquale Cimaglia, il colonnello tedesco intimò la resa della città, fu allora portato in piazza del fosso dove con lodevole serenità fu ricevuto dal Podestà Mafrolla, il quale ritenne utile per la popolazione accogliere l’ordine di resa e mandò un banditore per le vie cittadine per raccomandare ai cittadini di esporre ovunque potessero essere visibili, teli e lenzuola bianchi e di farlo con celerità, dal momento che il colonnello aveva posto il limite di un ora entro la quale se non fosse stata chiara la resa, avrebbe incendiato e saccheggiato l’intera città, i viestani risposero con solerzia, ma ciò non recò soddisfazione all’armata tedesca; tutte le armi furono sequestrate, le caserme dei carabinieri e della finanza furono incendiate , i negozi di Lucatelli Michele, Petrone Leonardo, Cirillo Luigi et al. furono depredati e saccheggiati, la stessa sorte toccò ad alcune abitazioni private, i tedeschi sequestrarono viveri ed oggetti preziosi.

Nel 1955, Pasquale Cimaglia, sul giornale locale “il Faro di Vieste” ( 7 sett. 1955) descrisse con dovizia gli avvenimenti dell’occupazione tedesca del paese: “Dai volti, dagli atti, da ogni manifestazione dei cittadini traspariva un terrore che aumentava man mano che ci si rendeva conto che ormai la vita di tutti era affidata alla pietà dei nemici” e la paura aumentò quando i tedeschi, determinati a trovare l’autore del lancio della bomba che costò la vita ad un loro commilitone, fermarono il viestano Santi Simone, detto “frittata”, poiché trovato in possesso di una bomba a mano, insieme a lui un gruppetto di accompagnatori: Gaetano Caizzi, falegname, detto “u pistolech” , Matteo Corso “Chianella”, Francesco Somarelli, Giacomo Ricapita e un certo Vincenzo “u Bares”; furono piantonati nella villa comunale di C.so L. Fazzini, ove attualmente è l’edicola, pronti ad essere fucilati.

Il podestà Carlo Mafrolla, chiese udienza al colonello Hoffman e un po’ in italiano e un po’ in francese, gli spiegò che l’atto che stava per compiere era contro ogni regola e che i militari viestani risposero ad un fuoco iniziato dai tedeschi ed infine che un carabiniere era morto nello scontro, fu quest’ultima notizia a calmare il colonello, il quale volle vedere il corpo del nemico deceduto e fu accompagnato all’ospedale “Gesù e Maria” (ospizio), probabilmente avrà considerato la situazione livellata nelle reciproche perdite e ordinò la ritirata a condizione che si riunisse la popolazione in piazza del fosso ad ascoltare un bollettino di guerra. Fu il comandante Pasquale Cimaglia, issato su una camionetta con fucili puntati a leggerlo, era un inno alla grandezza e al valore militare tedesco, corredato di un elenco delle loro conquiste belliche; subito dopo il colonnello fece smobilitare il reparto militare, ordinando il coprifuoco alla città.

Si conclusero, senza tragedie umane, le intensive 8 ore di occupazione tedesca di Vieste, ma un dubbio ancora oggi è irrisolto: chi fu l’autore del lancio della bomba dal balcone della caserma dei carabinieri? Nella motivazione dell’assegnazione della medaglia di bronzo alla memoria del carabiniere Vittorio Valeri, è indicato lui stesso quale autore del lancio della bomba contro i tedeschi, ma sappiamo con certezza che il carabiniere si trovò in Via Milano all’incrocio con Viale XXIV Maggio nel momento dello scoppio della bomba e che fu colpito dalle fucilate dei tedeschi immediatamente dopo. Matteo Siena, nel libro “la città visibile” afferma di aver ricevuto confessione da Vito Alò di essere stato lui l’autore, certo è che il dinamitardo per precauzione contro la rappresaglia tedesca è stato sicuramente protetto dall’omertà cittadina.

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Navi militari a ridosso del promontorio della Santa Croce

Il 24 Settembre seguente, alle ore 10.30, un altro avvenimento sconvolse la città di Vieste: alcuni motopescherecci, carichi di profughi che volevano tornare a casa, mentre doppiarono la punta di S. Francesco, all’altezza della Ripa, furono colpiti dalle bombe lanciate da un areoplano tedesco, l’ultimo in fila fu colpito in pieno, mentre gli altri passeggieri sui restanti natanti si buttarono a mare. Tutte le barche Viestane nelle vicinanze accorsero al recupero dei naufraghi, nonostante il pericolo del ritorno dell’aereo e furono recuperati i corpi di 7 vittime: padre Giulio da Molfetta, Lobascio Michele, carabiniere di Ruvo di Puglia, Olivieri Pasquale di Termoli, Todarello Michele, milite ferroviario di Paola, Cosenza, Oliviero Vincenzo, barbiere di S.Eufemia di Aspromonte, Millani Michele, calzolaio di Enna, Curcurazi  Angelo di Piazza Armerina; furono tutti sepolti al cimitero di Vieste, dove trova riposo anche il carabiniere Vittorio Valeri.

 

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Gli invii Inglesi all’organizzazione del “Terzo Fronte” sul Gargano

Il 15 Giugno del 1943, l’organizzazione segreta antifascista “Terzo Fronte” concordò con gli Inglesi, tramite il canale svizzero di Berna, lo sbarco di materiale all’avanguardia per sabotaggio. Il punto scelto in cui il sommergibile inglese avrebbe effettuato la consegna, era un insenatura tra Vieste e Peschici, probabilmente presso la Chianca. Gli uomini incaricati a ricevere il pericoloso carico furono due agenti dell’OVRA (la polizia segreta fascista) tra cui il comandante della sezione speciale “Ufficio missioni estere” , Luca Osteria, noto come Ugo Modesti e passato alla storia come Dottor Ugo, la più abile spia italiana della seconda guerra mondiale. Fu Luca Osteria ad inventare l’operazione del “Terzo Fronte” presentandola agli Inglesi come organizzazione antifascista, sin dalla stipulazione del patto d’acciaio tra l’Italia e la Germania nel 1939. L’obiettivo dei servizi segreti italiani era prevenire che gli Inglesi creassero un organizzazione contro il potere fascista, presentando un organizzazione fasulla, già pronta, gli Inglesi ci cascarono e non ebbero alcun sospetto fino alla fine della guerra. L’agente segreto Luca Osteria arrivò a Peschici la mattina del 14 Giugno, inviato dal ministero dei trasporti pubblici come geometra incaricato di eseguire rilevamenti; a Peschici prende contatti con il Podestà e scopre che il punto prescelto è irraggiungibile con l’automobile, noleggia allora due muli e si apposta il pomeriggio alle 16.00 al riparo, scattando una fortunata fotografia del luogocon firma per la documentazione dell’operazione. Il sommergibile arrivò alle 2.30 di notte e scaricò 2.500 chili di esplosivo T4, , diviso in 6 contenitori, insieme a micce, detonatori, cavalletti per deviare i treni, mine, ordigni e altre attrezzature sofisticate per sabotaggio. Il Dottor Ugo, ricorderà lo scarico, come una delle sue missioni fisicamente più faticose, trasportare un carico pesante e ingombrante con i muli, deve essere stata effettivamente una bella impresa! Le operazioni di spionaggio e sabotaggio del Terzo Fronte erano naturalmente del tutto false, fu creato un braccio armato battezzato “i Tigrotti” che inviarono agli Inglesi, tramite il canale svizzero, informazioni militari sapientemente elaborate, notizie verosimili ma false. I sabotaggi non furono mai eseguiti, tutte le prefetture e i comandi territoriali ricevettero l’ordine di segnalare, con assoluta priorità, ogni genere di incidenti, incendi, deragliamenti o guasti (sicuramente non inusuali in tempo di guerra) alla Divisione Affari Riservati. Le segnalazioni venivano selezionate e quelle che potevano sembrare sabotaggi venivano comunicati a Luca Osteria, il quale con una squadra di tecnici si recava sul luogo per posizionare tracce di fosforo, schegge di ordigni incendiari o altri indizi che potessero convincere eventuali agenti inviati dagli inglesi che si era trattato di un sabotaggio, ma gli inglesi non inviarono mai nessuno, si fidarono ciecamente del Terzo Fronte fino alla fine della guerra, tanto da rischiare ingenti carichi di materiale militare e sommergibili, come nello sbarco sul Gargano. Fu scelta l’insenatura fra Vieste e Peschici perché era una delle meno controllate in tutta la costa italiana, la sorveglianza era semplicemente assicurata da un appuntato e due militi della guardia di finanza . Il Terzo Fronte concordò con gli Inglesi anche un secondo invio, ma Osteria volle decidere personalmente il luogo dell’incontro, memore della fatica che gli era costato il Gargano, scelse un punto tra l’isola Gallinara e Vado Ligure, dove il sommergibile inglese avrebbe depositato il materiale sul fondo, segnalandolo con gavitelli. L’operazione però fallì perché dei pescatori trovarono il materiale e lo segnalarono alla capitaneria di porto provocando anche l’uscita in mare della squadra navale italiana, confermando che il Gargano era effettivamente il posto sperduto ideale per i servizi segreti!

 

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Luca Osteria (Genova, 19 dicembre 1905 – Genova, 1988), noto anche come Dottor Ugo Modesti, passato alla storia come “Dottor Ugo”, la più abile spia dei servizi segreti italiani durante la guerra mondiale, fu infiltrato del partito comunista italiano in Francia per la missione Sidney e creatore dell’organizzazione fasulla antifascista del Terzo Fronte.

 

 

 

Il Turbine

illustrazioneIl 24 Maggio del 1915, l’Italia entra in guerra contro l’Austria a fianco della triplice alleanza. All’alba del 24 Maggio,  la flotta austriaca al comando dell’ammiraglio Haus,  aveva già piazzato le sue navi in posizione strategica per colpire predeterminate località di interesse militare nell’adriatico, l’incrociatore Helgoland affiancato dai cacciatorpediniere Lika, Czepel , Tatra e Orien colpirono in contemporanea le Isole Tremiti, Termoli, Torre Mileto e Manfredonia, ove bombardando per mezz’ora la stazione ferroviaria e il deposito delle locomotive. Il Lika colpì il semaforo del Castello di Vieste e il bastione orientale fu in parte sfondato dalle cannonate, ma l’obiettivo di mettere fuori uso i mezzi di comunicazione non ebbe fortuna, poiché il materiale di segnalazione era già stato messo in salvo e il posto semaforico riprese dopo che il nemico si fu allontanato. Ci fu chi udì l’ufficiale di tiro gridare di stare attenti a non colpire il campanile della Cattedrale, testimonianza  che risulta credibile dal momento che il cacciatorpediniere Lika eseguì il tiro da una distanza ravvicinata di 800 metri , evidentemente per evitare errori. L’incrociatore Helgoland verso le ore 4.00, apriva il fuoco verso la città di Barletta, ma mentre questa azione era in corso sopraggiunsero due cacciatorpediniere Italiane in servizio di esplorazione : il Turbine e l’Aquilone facenti parte di un più grosso reparto navale italiano in perlustrazione nell’Adriatico. L’Helgoland volse i suoi cannoni prima contro l’Aquilone che prese rotta in ritirata verso Molfetta, e poi verso il Turbine, il quale pur trovandosi di fronte ad una nave di gran lunga più potente, manovrò per attaccarla con il siluro, l’incrociatore austriaco Helgoland manovrò per evitare l’attacco e cercò di cacciare il Turbine contro costa, il quale prese rotta verso Nord con l’intenzione di portare la nave Austriaca verso il resto della flotta italiana. Erano le 5.15 e il Turbine comandato dal capitano di corvetta Luigi Bianchi, genovese di 42 anni, andava incontro al primo scontro con la marina austro-ungarica, la quale debuttò con un tentativo di sorpresa che non gli riuscì grazie alla gloriosa azione del Turbine.

L’ inizio dello scontro a Vieste

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Il Turbine prese rotta verso nord, inseguito dall’Helgoland che intanto aveva ordinato la riunione ai 4 caccia del suo gruppo. Il rapporto del comandante del Turbine Luigi Bianchi: schiarito il cielo a prua, vidi che correvo sul Gargano, tentavo sempre di mettermi in comunicazione con radiotelegramma con qualcuno delle nostre unità, sperando di poter far concentrare forze abbondanti, tali da poter avere ragione sull’Helgoland. Circa le ore 5:30, scorsi due scavi che muovevano ad alta velocità verso di me. Alle 5.45 mi trovavo a passsare in vicinanza di Vieste a poco più di un miglio da terra, inseguito da due c.t. (Csepel e Tatra) uno a 5400 metri di poppa e l’altro a 6000 metri a dritta, infine avevo quasi al traverso a dritta a circa 7000 metri l’Helgoland. Per quanto ritenessi la distanza già conveniente per il tiro, diedi ordine di non aprire il fuoco finché non lo iniziasse il nemico, ciò perché essendo armati di cannoni di piccolo calibro inferiori di potenza, mi conveniva l’economia delle munizioni” . Alle 5.48 il Czepel aprì il fuoco, il Turbine rispose, il Tatra e l’Helgoland cominciarono anche essi a bombardare, il turbine manteneva la rotta per non trovarsi sotto tiro e procedeva illeso, ma i tiri dai cannoni dei c.t. austriaci continuavano senza sosta e ben presto a bordo si ebbero feriti e lo stesso comandante Bianchi fu colpito da una scheggia di granata al polpaccio, ma l’equipaggio continuava a lavorare. Circa le ore 6.00 il nemico cessò il fuoco, poco dopo, proveniente da NNE il comandante del Turbine scorgeva uno scafo che sperò essere i rinforzi. Alle ore 6.10 l’unità dubbia accostò a sinistra presentando il fianco dritto al Turbine, era il Lika a cui l’Helgoland aveva ordinato di tagliare la rotta al c.t italiano. Il comandante del turbine ordinò di aprire il fuoco, ma il Lika centrò un colpo nella caldaia di poppa, il suo obiettivo era di fermare la marcia del Turbine  e con seguenti cannonate da 4500 metri mise il Turbine fuori uso.

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L’Epilogo

Dal rapporto del comandante Luigi Bianchi del Turbine: dopo che il Laika mise fuori uso le caldaie, ordinai di aprire le prese d’acqua per affondare il Turbine , ordinai al personale di cingere la cintura di salvataggio, poi da tutti si alzò ripetutamente il grido di: ”Viva L’Italia, Viva il re! E viva il Turbine ! Dal Czepel e dal Tatra arrivò l’ordine dei comandanti di cacciare tutti in mare, ordinai all’equipaggio di eseguire l’intimidazione e con orgoglio posso dire che non pochi volevano rimanere a bordo e che dovetti loro imporre di abbandonare la nave , ordinai al capo timoniere di ammainare il battello, di imbarcarvi i feriti gravi e di portarli su uno dei c.t nemici. Fatto ciò scesi nel mio alloggio per prevedere all’affondamento dell’archivio riservatissimo, Il comandante del Tatra ripeteva con agitazione il comando di scendere a mare e vidi sul ponte di comando della nave nemica che tutti guardavano attentamente con i binocoli verso NE, guardai nella stessa direzione e vidi arrivare due scavi. Erano il i rinforzi italiani, la R.N. Libia e l’incrociatore ausiliario Città di Siracusa, che dopo aver raccolto parte dell’equipaggio del Turbine, che era in mare con il battello,  inseguirono i c.t. austriaci e il Czepel, l’Helgoland e il Tatra furono gravemente danneggiati. Il Turbine affondò alle ore 7.00 a circa 18 miglia a sud della Pelagosa. tre caccialo stanziamento della marina militare nell’Adriatico del 24 Maggio 1915, lo Zeffiro, il Turbine e il Città di Siracusa, visti dal Libia.

Il Turbine fu abbandonato alle 6.51 e il comandante Bianchi e il comandane in seconda Ferrari con metà dell’equipaggio furono raccolto dal Tatra, mente l’altra metà dell’equipaggio fu recuperato dal R.N. Libia e dalla nave ausiliaria Città di Siracusa. Le vittime del Turbine furono 14 su un equipaggio di 58 uomini. Il Turbine si si comportò tanto al di sopra delle sue capacità che gli austriaci ebbero l’impressione di trovarsi di fronte ad una nave ben più potente. Dal rapporto del comandante Haus del Helgoland apprendiamo che impedito nella visibilità dalle condizioni climatiche, dalla capacità di fuoco del Turbine e soprattutto dalla velocità incredibile di 30,10 nodi per ora, suppose di trovarsi di fronte ad una nave di almeno 80 metri, in verità il turbine era lungo m. 63, 40 per 330 tonnellate, dotato di 6 cannoni tenne testa alla somma di 7100 tonnellate e 36 cannoni nemiche , grazie all’alto valore dell’equipaggio e del suo comandante

22 Maggio 1988, manifestazione patriottica per la commemorazione del sacrificio del Turbine, Il comandante in capo del dipartimento militare marittimo dell’adriatico Amm. Franco Papili, un reparto della marina militare con banda, i nipoti del comandante del Turbine I,  Luigi Bianchi e i reduci del Turbine III che tennero a Vieste in contemporanea alla commemorazione del turbine I il loro 9° raduno. La popolazione fu inviata a lanciare un fiore in mare e le autorità si recarono al punto dove si inabissò il turbine (al largo di Pelagosa) per lanciare la corona in mare in onore dei caduti.

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Dopo la gloriosa caduta del Turbine al largo di Vieste la Marina intitolò a Vieste un posamine. Il 15 Agosto del 1926 fu consegnata al posamine Vieste la bandiera di combattimento, in foto la cerimonia, presenti il posamine Vieste e il sommergibile F 15 con numerose imbarcazioni locali intorno.

 

 

 

Alba del 24 Maggio 1915, i fratelli Francesco e Luigi, il primo di 18 anni e l’altro sordomuto di 15 anni, si apprestano in mare per ritirare le nasse. Il loro fratello maggiore Peppino è imbarcato in Marina, i ragazzi non sanno che l’Italia è entrata in guerra contro l’Austria. Ad un tratto, mentre sono in mare, appare tra la fitta pioggia grigia, la sagome di una nave (il cacciatorpediniere austriaco Lika), Francesco spintona il fratello: “quella deve essere la nave di Peppino, che è venuto apposta per salutarci!” Ora l’enorme scafo è fermo, proprio vicino a loro, con la prua dritta verso il Castello, a remi i fratelli si avvicinano, urlando: “ Peppì, Peppì!” Stanno ad un passo dalla nave, sul traverso di dritta, quando dai cannoni esplodono proiettili contro il Castello. La gioia dei fratelli si tramuta in panico, spingono il battello con tutta la forza che hanno verso terra e ancor prima di raggiungere la riva si buttano in acqua, tanta è la paura di essere colpiti. In foto il protagonista della storia Francesco, il primo a sinistra, emigrò negli Stati uniti nel 1920.

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immagine297Effetti del bombardamento del cacciatorpediniere austriaco Lika sul Castello di Vieste, breccia nel bastione orientale, colpì a 800 metri di distanza, l’obiettivo era colpire il materiale di segnalazione, ma questo era già stato messo in salvo e l’attività del semaforo riprese dopo l’allontanamento del nemico. Non ci furono altri danni e nemmeno feriti o vittime, in posa il comandante del dragamine Gianicolo, di stanza a Vieste, Giuseppe Pagano di Melito inviato per relazionare i danni alla Marina Italiana.

 

 

 

I caduti in guerra Viestani

Azzariti Giovanni fu Gaetano,

soldato fanteria disperso

 Basciani Giacomo fu Giorgio,

soldato fanteria

Bastardi Antonio fu Michele,

soldato fanteria

Capita F. Antonio di Gregorio, soldato fanteria

Carbonara Giuseppe di Francesco, soldato fanteria

Cariglia Matteo di Michele, soldato fanteria

Cavalleri Pasquale di Piero, soldato fanteria

cimaglia fCimaglia Francesco fu Daniele, soldato fanteria disperso

colletta fColletta Ignazio fu Antonio, reale Carabiniere disperso

delli muti mDelli Muti Mauro fu Pietro, soldato fanteria disperso

di carlo gDi Carlo Gaetano di Francesco, soldato fanteria

di mauro nDi Mauro Nicola di Giuseppe, soldato fanteria

di santiDi Santi Michele fu Tommaso, soldato fanteria disperso

espositoEsposito Lorenzo fu Antonio, soldato fanteria

flminio gFlaminio Gaetano fu Michele, soldato fanteria disperso

flaminio mFlaminio Michele fu Giovanni, soldato fanteria

fasulo lFasulo Leonardo di Pasquale, soldato fanteria

giarrusso gGiarrusso Giuseppe di Francesco, soldato fanteria disperso
giulianiGiuliani Pasquale di Leonardo, soldato fanteria

iannuoli nicola di antonio sold fantIannuoli Nicola di Antonio, soldato fanteria

la vacca francesco fu rocco, sold fan dispersoLavacca Francesco fu Rocco, soldato fanteria

lopriore michele fu libero, sold fan dispersoLopriore Michele fu Libero, soldato fanteria

maiorano carmine fu bartolomeo sold fanMaiorano Carmine di Bartolomeo, soldato fanteria

mastromatteo antonio fu giuseppe sold, fan

Mastromatteo Antonio di Giuseppe, soldato fanteria

mendolicchio domenico di michele sold fan dispersoMendolicchio Domenico di Michele, soldato fanteria

mione cesare fu francesco sold fan dispMione Cesare fu Francesco, soldato fanteria disperso

moise sante fu nunzio sold fanMoise Sante fu Nunzio, soldato fanteria

Cattura 2-001Notarangelo Natale fu Domenico, soldato fanteria

pacillo

Pacillo Michele fu Giuseppe, soldato fanteria

pecorelliPecorelli Giovanni fu Michele, soldato fanteria

quitadamQuitadamo Gaetano di Giuseppe, soldato fanteria

ruggieriRuggiero Giorgio fu Michele, soldato fanteria

scattinoScattino Giovanni fu Nunzio, soldato fanteria

sciarraSciarra Michele di Giorgio, soldato fanteria

soldanoSoldano Michele di Francesco, soldato fanteria

tantimonacoTantimonaco Gaetano di Pasquale, soldato fanteria

tutoloTatalo Mauro di Francesco, Marinaio R.M. disperso

ventrellaVentrella Bartolomeo di Francesco, soldato artig. campagna.

Il Parco delle Rimembranze

Il 4 novembre è la festa dell’unità nazionale e delle forze armate, è definita la festa della Vittoria e simboleggia la fine della Prima guerra mondiale (1915 – 1918), è il giorno in cui fu firmato l’armistizio tra l’Impero austro-ungarico e l’Italia, che era alleata con la Triplice Intesa (il Regno Unito, la Francia e la Russia), è definita dell’unità nazionale per l’annessione di Trento e Trieste al Regno d’Italia, ed è la giornata delle forze armate, poiché si commemorano i soldati morti in guerra. La festività del 4 novembre è stata istituita nel 1919 ed è durata fino al 1976: è l’unica festa nazionale che sia stata celebrata dall’Italia prima, durante e dopo il fascismo, era una festa molto sentita in tutta Italia e a Vieste in particolare poiché il primo scontro tra l’Italia e l’impero austro-ungarico si ebbe proprio al largo di Vieste il 24 Maggio 1915 e costò l’affondamento del cacciatorpediniere italiano Turbine che difese le nostre coste dall’attacco della flotta marina austriaca. Nel 1923 venne realizzato a Vieste il Parco delle rimembranze, nello spazio adiacente al Castello, tra il torrione Nord e Ovest, sulla parete era affissa una lapide con tutti i nomi dei caduti nella prima guerra mondiale e ad ognuno era dedicata una pianticella all’interno del parco. La commemorazione del 4 Novembre, veniva ricordata con solenne cerimonia, con la presenza delle autorità civili e militari, i combattenti, i reduci, i partigiani e i mutilati. Il commissario dell’associazione combattenti e reduci, Domenico Piracci, intonava ogni anno un solenne discorso e poi la massa di popolo presente e le autorità sfilavano per le vie cittadine con la banda civica che suonava gli inni della patria. Il posto scelto per la realizzazione del parco fu luogo di innumerevoli polemiche, poiché l’accesso era scomodo e faticoso, soprattutto per gli anziani:, era una strada in salita e sabbiosa. Dopo la manifestazione del 4 Novembre del 1937 il comitato pro erigente monumento ai caduti, per ovviare ai disagi dell’ubicazione del parco, chiese al Podestà Andrea Medina di provvedere allo spostamento dello stesso. Il Podestà indicò il nuovo sito, sarebbe dovuto sorgere nei giardini pubblici di C.so Lorenzo Fazzini, ove ora è la fontana, egli fece anche rimuovere il parco e la lapide dei caduti, la quale fu provvisoriamente adagiata alla facciata del municipio, dov’è tutt’ora; infatti il parco non fu mai realizzato, anche per la scarsa disponibilità finanziaria causata dall’inizio del secondo conflitto mondiale. Fino agli anni ’70, il 4 Novembre veniva ricordato a Vieste con solenne cerimonie, poi la festa decadde in uso come anche in tutta Italia; era un giorno oggetto di discussioni, polemiche e scontro tra pareri politici, si discuteva sulle ragioni e le conseguenze della mancata concessione all’Italia da parte della triplice alleanza di tutti i territori promessi, come la Dalmazia, in una guerra che era costata alla nostra nazione 670.000 caduti, Gabriele D’Annunzio definì notoriamente la vincita della guerra “vittoria mutilata“. A questo giorno è dedicato anche il Vico Vittoria a Vieste, nel centro storico.