I pescatori

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La categoria dei pescatori lungi dall’essere il comparto più fortunato di un paese circondato dal mare come Vieste, era una delle classi più a rischio professionale soprattutto per la mancanza di un porto rifugio, bastava un temporale per mettere a rischio i natanti o per disperdersi in mare. Le barche, piccole e leggere, dedite alla pesca locale erano quelle meno a rischio, poiché, anche se con estremo sacrificio, venivano “tirate a secco” ovvero portati a ricoverare sulle spiagge, questa specie di scalo era molto frequente alla marina piccola, poiché quella centrale in paese. Le barche erano le lanze, le più grandi, di massimo 8 metri, portavano 4 o 5 pescatori e i battelli per la pesca sotto costa di circa 6 metri e mezzo che portavano 2 pescatori, andavano a vela e remi; dopo il 1950 arrivarono le lampare a motore che pescavano con l’aiuto di una fonte luminosa. La prima lampara fu acquistata a Giulianova dalla società creata nel 1953 da Michele Ranalli Trembone, Antonio di Rodi u Sicche, Luigi Maiorano u Jenghe , si chiamava la “Madonna della Nadia”, poi arrivarono le altre, le più numerose erano dei f.lli De Cristoforo di Manfredonia , ma comandate da un capopesca viestano, Salvatore Mattera, detto u culunnel, per la sua bravura., poi c’era Nicola Bua Cambedane, capopesca e proprietario della S. Maria di merino, i F.lli Grima proprietari del Cosma e Damiano e altre lampare, i Colella, padre Franchino e il figlio Matteo Malacarne, proprietari negli anni ’70 del Maestrale, attivo ancora oggi et al. Si pescavano le sarde e le alici, triglie, merluzzi, le vope (bobbe) e suveri e lacerti, i grandi e prestigiosi pesci sono un prerogativa moderna.

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Pescatori che rammendano le reti, 1958

Quello del pescatore di una volta era un mestiere dalle grandi abilità e sacrificio, non solo si usciva in mare con tutti i connessi pericoli, ma al rientro bisognava rattoppare una rete o una vela strappata,  si “spudicavano” i pesci dalle maglie della rete, si stendevano le reti ad asciugare, per evitare che i sottili fili di cotone si rovinassero e una volta al mese bisognava tingerle di rosso con la corteccia di pino, precedentemente essiccata, poi arrivarono le reti in nylon.

Riportiamo come testimonianza del tipo di imbarcazioni e del tipo di merce trasportata alcuni dei scali documentati al porto di Barletta, negli anni 1871-75, possiamo vedere come a Vieste erano attivi brazzere, pielaghi, paranzelli, oltre che trabaccoli, trasportavano da Vieste legna da ardere, resina (manna), tavole, remi, carboni, pesce salato e limoni, mentre portavano a Vieste patate, cipolle, pasta, sacchi vuoti, vino, orzo.

 

 

Nel 1937 fu costituita la compagnia portuale viestana insieme a quella di Rodi Garganico e furono definiti i ruoli e le tariffe per velieri e motovelieri, stabilendo 7 scali:

 

 

 

 

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I Trabaccoli

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1903, trabaccolo alla punta della banchina

Erano delle imbarcazioni molte diffuse nell’Adriatico dal 1800 fino agli anni’60, nati come velieri si dotarono di motore ausiliario e avendo una stiva molto ampia, capace di trasportare fino a 150 tonnellate, oltre alla pesca, erano usati soprattutto per il trasporto. Caratteristiche erano i suoi due alberi con ampie vele, colorate uniformemente in giallo ocra o mattone, e la sua ampia prua sulla quale c’erano sempre due occhi in rilievo, che identificavano l’armatore. La lunghezza era variabile dai 12 ai 20 metri e l’equipaggio

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Il trabaccolo Giovanni Pascoli, al museo della marineria di Cesenatico, fu operativo nel trasporto verso verso la Dalmazia dal 53 al 60 a Vieste

era formato da 4 fino a 5 uomini. Fino al 1943 a Vieste erano mezzo principale per il traffico marittimo con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia e in particolare con le città della Dalmazia, e con il nord dell’Adriatico, come Trieste e Venezia, trasportavano la nostra frutta, principalmente gli agrumi, molto richiesti, ma non mancavano i meloni e le carrube, i cotogni (mele) e la melagrana, che erano molo richiesti; quando erano ormeggiati nei porti, diventavano dei veri e propri mercatini e vendevano anche frutta al minuto, oltre all’ingrosso.

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1943 il trabaccolo Salvatore a Novigrad, sul molo l’equipaggio, davanti Calderisi Giulio, Dimaso Pasquale, De Maria Mario, una bambina, il capitano Francesco Di Biasedetto Barbanera; dietro Calderisi Matteo e Candelma Girolamo. Si nota chiaramente che trasportava legna da Vieste.

Dalla Dalmazia i nostri trabaccoli tornavano sempre con qualche prodotto tipico di quella regione, come l’asinello “dalmazzese” una razza particolarmente piccola di statura, non mancava il contrabbando dal momento che Zara era porto franco, come il caffè, Il tabacco “Barba del Sultano” e il liquore. Erano necessarie circa 24 ore per raggiungere Zara da Vieste e a Zara viveva una vera e propri comunità di Viestani di circa 100 persone, erano imparentati con gli equipaggi dei Trabaccoli. Dopo la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne di regime comunista e la nazionalizzazione dell’attività economica, nonché la mancanza di quotazione ufficiale della moneta, chiuse le frontiere al traffico con le altre nazioni: fu l’inizio della fine dei Trabaccoli.

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Il trabaccolo Salvatore a Zara, 1935, l’equipaggio da sinistra: Giacomo Caizzi, N.Id., un bambino, Pasquale Scala, Felice Uva con il melone in mano, erano molto richiesti i nostri meloni a Zara.

Iniziarono il trasporto di legna da ardere e corteccia di Pino con le altre città dell’Adriatico, soprattutto Chioggia e Venezia, ma la merce trasportata non fruttava un considerevole guadagno, e soprattutto la concorrenza del trasporto via terra era più pratica e meno costosa, così i suoi equipaggi iniziarono ad impiegarsi sui piroscafi o cambiarono professione e il Trabaccolo divenne un’imbarcazione obsoleta.

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Il trabaccolo San Domenico

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi: il Cromo, il S.Domenico dei F.lli Pecorelli “Cazzaridde” , il S. Giuseppe di Patrone Gaspare “Gascparre”,( raro proprietario unico con licenza di Patrone marittimo) il Salvatore di Giacomo Guzzi “Paskalotte- Giachomuzze” (affondato nel porto di Chioggia), il S.Maria di Corsignana poi Pietre Nere di Francesco e Nicola Gimma e Vincenzo Mastromatteo, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Zivolo, poi M.Assunta dei F.lli Uva “ze mattej, cenzenelle, cejuzze” il S. Giorgio di Stefano Ragno “Gnuche, Gnuche” il Colombo di Gaetano Candelma “Badoglio” , la Bella Maria di Paolo Lombardi “Pavlucce”, il Luigina di Giannicola Ruggieri.

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1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , davanti si notano i tipici occhi che contraddistinguono l’armatore

Ma come funzionava la proprietà? A quote dette Carati, solitamente una intera proprietà era di 24 Carati, quote che si vendevano ad amici, parenti o commercianti, il fondo cassa per comperare la merce da esportare si chiedeva ai commercianti locali che poi venivano pagati al ritorno, quando si divideva il guadagno, tolte le spese, tra i marinai e i proprietari, molto spesso non era un lauto guadagno, ma bastava per avere da mangiare e a quei tempi era il necessario, chi aveva la fortuna di portare soldi sufficienti a casa, pensava a far studiare i figli, per un futuro migliore, non si pensava mai di farli diventare pescaori, molti professionisti viestani sono i figli e nipoti di trabaccolisti, come i Chionchio, Ruggieri, Ragno, Pecorelli,…

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Gennaio 1956, Trabaccoli nella furia della tempesta

 

 

I Trabucchi di Vieste

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1974 Trabucco di punta S. Croce

I trabucchi sono mezzi di pesca tradizionali tipici della costa Garganica e abruzzese, la struttura assomiglia ad una palafitta, costruita sulla roccia e traboccante sulla costa. Il trabucco garganico ha avuto più o meno un settantennio di vita dal 1885 al 1950, le sue origini sono ignote, Don Marco della Malva asserisce abbiano origini Viestane e che sia stato un prete, il Villani ad ingegnarli, in verità quello del canonico della cattedrale don Andrea Villani, è la più antica fonte scritta che si ritrova relativa ad un trabucco, se ne trova traccia in un sinodo diocesano del 1885, molto più probabile è che sia stato uno dei primi finanziatori per la costruzione di un trabucco, la cui rendita doveva aggiungersi a quella agricola della diocesi.

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Trabucco alla Ripa, anni ’60

Possiamo ipotizzare che il trabucco sia un invenzione di marinai con esperienza che avevano osservato i banchi di pesce che nuotavano sotto costa, particolarmente sul Gargano dove dal lago di Lesina e Varano branchi enormi di cefali, si muovono per depositare negli anfratti costieri garganici le uova al sicuro dai delfini, si dice vadano a “svernare” nella stagione invernale, quindi il movimento dei branchi è da Nord, ovvero dai laghi, oppure da Sud verso i laghi, la scelta della posizione del trabucco era legata a queste migrazioni e il trabucco di “maestro” era orientato verso nord, per l’arrivo dei branchi e si pescava bene in autunno, mentre quello verso sud di “levante” destinato a pescare i branchi di ritorno, era di buona pesca da febbraio a primavera.

La struttura

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  1. I PALI sepponde

Sono le palafitte su cui poggia l’intera struttura del trabucco, possono variare da 16 a 25 in base alla struttura della roccia su ci sono impiantati attraverso profondi buchi su cui vengono cugnati, impiantati ed adattati i pali di pino d’Aleppo, appositamente tagliati e scortecciati nonché curati per la destinazione nei mesi secchi da Gennaio ad Agosto.

  1. IL PONTE – PALCHETTO

è la superficie di lavoro, il palco sulle palafitte di legno, nel linguaggio specifico di manovra è la “terra”

  1. L’ ARGANO i ciucce

È sistemato sul ponte ed è l’anima delle manovre di alzata e calata della rete, è un palo con due pali perpendicolari detti ciucci che si girano per avvolgere le 6 funi – i vendele – che reggono la rete

  1. CASOTTO

è un piccolo ricovero per i pescatori e per gli attrezzi

  1. ALBERI – MONTANTI

Sono i due pali portanti dei tiranti, funi che tengono l’intero trabucco saldo che sono tenuti a terra sulla roccia attraverso picchetti o codittoni, sono fatti di robusti pali legno di castagno, solitamente viene aggiunto uno spezzone di altro palo per raggiungere l’altezza giusta

  1. ANTENNE

Sono sicuramente la parte più importante che permette al trabucco di affacciarsi sul mare per stendere la rete, sono tutti i pali che dal ponte si diramano sorretti dai tiranti degli alberi, hanno funzioni diverse a seconda della posizione, come lo spuntone (7) o il pennoncino (8)alle loro estremità sono attaccate delle carrucole che permettono alle funi di scorrere, sono anche purtroppo la componente più fragile, basta una follata di vento a rete aperta che questa si gonfia come una vela e si porta dietro a fondo le antenne, distruggendo il meccanismo del trabucco

  1. ALBERO DEL RETINO O SPUNTONE
  2. PENNONCINO O PICCOLA ANTENNA
  3. VEDETTA

È l’uomo che si arrampica sul pennone per avvisare quando la rete è piena, allora avvisa gli uomini a riposo sul palco con la parola d’ordine “vira” e si attivano i ciucci per tirare su la rete, il pesce viene tirato fuori con la sallipciera ovvero un lungo palo con un retino ad imbuto all’estremità

  1. TIRANTI

Fili di ferro che sorreggono gli alberi alla roccia e le antenne agli alberi, allo scopo di tenere la costruzione salda da oscillazione

  1. RETE

Le prime erano di cotone poi furono di nylon, quando è appesa alle antenne assume la forma di un cratere, le maglie sono più larghe verso le antenne e diventano strettissime al centro, quando si cala la rete al suo centro si pone l’esca , un pesce vivo che attira i banchi di passaggio.

cartina trabucchi

I trabucchi viestani erano in tutto 26, la maggior parte sono andati distrutti da tempeste e mare grosso, poi mai ricostruiti perché il pesce verso gli anni 60 scarseggiava e i trabucchi non erano più redditizi, ne sono rimasti più o meno 6 (contrassegnati con il segno +)

  1. La Chianca (terraferma)
  2. Isola della Chianca +
  3. Porticello
  4. Tufara o Puzzachje +
  5. Molinella +
  6. Puntalunga +
  7. Cemenej
  8. S. Lorenzo +
  9. Punta la torre o S. Croce +
  10. Isola di S. Eufemia
  11. Grotta delle travi
  12. S. Francesco +
  13. Sotto la ripa
  14. U Ponde (il ponte)
  15. U cafè
  16. Sdrupatoij (dietro la Gattarella, verso levante)
  17. Gattarella
  18. L’Architello
  19. San Felice
  20. Punta della testa o Testa del Gargano +
  21. La Calassinze – Calasensi
  22. Sanguinaria
  23. Porto Greco
  24. Chianca liscia
  25. Pugnochiuso “u fer”
  26. Cala della pergola
sotto il ponte 1934
Trabucco di sotto il ponte, primi del ‘900

La pescata più fortunata che si ricorda fu quella del trabucco di Calasensi, vicino Campi, di Santino Ruggieri, Razejine San Giuvanne, 40 quintali di Cefali in una sola virata, alzata di rete, lo stesso giorno il trabucco di testa del Gargano prese 16 quintali e quello di s. Felice 6.

Ciccille Galiotte e il nipote Mimmmo sulla teleferica costruita per raggiungere il trabucco alla chianaca
Ciccill’ Aliota e il nipote Giacomo sulla teleferica da lui costruita, per raggiungere il trabucco sull’isola della Chianca dalla terra ferma

I primi trabucchi ad essere costruiti furono quelli prossimi al paese, come quello delle travi, di S. Francesco, S. Croce…mettere in piedi un trabucco, pur utilizzando in parte materiale di recupero, costava dai 6 agli 8 milioni, la spesa più ingente è il filo di ferro per i tiranti, ce ne vorrebbero almeno 5 quintali! A questa spesa bisognava aggiungere le circa 50 mila lire di concessione per l’occupazione del suolo e dello specchio d’acqua impegnato, una tassa, quella di concessione ancora attiva oggi.

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Trabucco alla ripa 1959, in posa i f.lli Cirillo figli dei finanziatori del trabucco

L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, e nei tempi d’oro non mancavano i finanziatori, tra le famiglie benestanti del paese, come i Cirillo, gli Spina e i Medina. L’equipaggio di un trabucco è normalmente formato da tre persone, 4 al massimo, storiche rimasero le famiglie dei trabuccolanti come i Dell’Aquila Mattejucce, Francische e Libero che possedevano il trabucco a San Francesco e Porticello, I f.lli Ruggieri Razzejine, San Giuvanne, Maste Peppe che conducevano quello di Calasensi, Gattarella e punta della testa, gli Aliota Francesco e nipote Giacomo, quello di Grotta delle travi e Chianca, Sandine Sassine, Ninucce e Unard Fascinedde quello di sotto la Ripa.

La fine dei trabucchi è legata alle vicende dei laghi, in particolare a quello di Varano, ove sulla foce di Capojale nel 1965, si ultimarono i lavori di sbarramento del lago; il consorzio di bonifica della capitanata ultimò un opera da 60 milioni di lire, sbarrando il lago con griglie mobili per evitare l’esodo stagionale dei pesci dal lago, ma il mancato ricambio con le acque del mare, determinò la morte ittica del lago, un disastro che costò l’affondamento del mercato ittico di Varano, ma di conseguenza anche dei trabucchi.

Ciccille aliota trabucco travi con firma
Francesco Aliota e famiglia, sul trabucco della grotta delle travi

Oggi i trabucchi sono salvaguardati dall’associazione “La rinascita dei trabucchi storici” vedi