La leggenda del Pizzi Mummo

“Una volta viveva a Vieste una fanciulla come non se n’erano vedute mai ; la sua bellezza superava il sole ed era come l’occhio del signore;  le sirene ne vennero in gelosia, e un giorno in cui ella andava sola attendendo il suo amico, la rapirono. Ora vive in fondo al mare incatenata agli scogli. Il suo amico la piange  eternamente e la sospira e lì attende sulla spiaggia. Una volta ogni cento anni le sirene si commuovono  e gli amanti possono avere un giorno di amore, ma verso sera, allorché illusi della loro libertà, fanno per andarsene, le sirene tirano le catene alle quali la fanciulla è avvinta ed ella ripiomba nel mare e per altri cento anni il pianto dell’amato, simile al gemere delle onde, corre la tempesta e il sereno.”

Questa è la leggenda di Vieste riportata integralmente dal Beltramelli ne “Il Gargano” pubblicato nel 1907, non si rintracciano versioni  antecedenti  a questa data, quindi possiamo affermare che senza dubbio il Beltramelli fu il primo a riportarla per iscritto dopo averla ascoltata, come egli stesso afferma, da un racconto di un pescatore locale. Successivamente  fu la scrittrice americana Katharine Hooker a fornire una replica della leggenda  in “attraverso il tallone d’Italia” del 1927. Mimmo Aliota ne “Il mio paese” riporta integralmente la leggenda trovata su una rivista scolastica del 1950, dove la trama è identica alle versioni precedenti, ma l’autore a firma D.O., la apprende da un antiquario di Milano.

In tutte queste versioni i due amanti non hanno nome, non c’è un Pizzomunno e nemmeno una Cristalda, anzi non esiste assolutamente nessun riferimento al monolite del Pizzomunno ! Curioso è anche che il Melillo nella sua encomiabile ricerca del 1925 per conto dell’Atlante linguistico italiano su “come vivono e come parlano sul Gargano”  interrogando i locali sul origine del nome del Pizzomunno non abbia riferito alcuna leggenda e anzi ci fornisce un interessante analisi sull’ etimologia del nome dato al monolite: “La cittadina, qualcosa di veramente molto bello, è sistemata sulla Testa del Gargano, come in capo al mondo, Il che potrebbe indurre a vedere segnato dal faraglione che è detto di pízzo múmme un FINIS MUNDI , e quindi si potrebbe essere tentati a correggere la toponomastica tradizionale accertata sulla bocca di tutti i viestani con un indicativo pízze múnne, in cui la voce múnne dovrebbe derivare da un anteriore  múnde. Un’interpretazione seducente, che ho personalmente carezzato per un po’ di tempo, ma che ora respingerei, perché lasciando le cose come stanno (cioè continuando a dire pízzo múmme  e non  pízze múnne), vedo rispettata la tradizione linguistica viestana.” Come riferito dal Mellillo, in effetti nelle cartoline di stampa Viestana, fino agli anni 50 compare il nome “Pizzimummo” e quindi non sarebbe affatto la punta del mondo ma piuttosto e chiaramente : Il pezzo di Mummo , deduzione del tutto ipotetica quest’ultima se non fosse per un riscontro in un articolo de “Il faro di Vieste” del  31 Gennaio 1954 dove Pasquale Ridolfi riporta “ la leggenda del Pizzo Mummo” definendola appropriatamente una leggenda che il tempo ha cancellato dai ricordi dell’uomo:

“Molti secoli fa al tempo delle persecuzioni Cristiane, viveva a Vieste un patrizio di nome Mummo:  uomo terribilmente crudele e malvagio che catturava i seguaci di Cristo e li mandava a Roma… Mummo aveva una figlia bellissima, la quale al contrario del padre era di animo molto buono e appunto per questo non erano in pochi a sospettarla dei Cristiani, fanatici straccioni che andavano a morte col nome di Cristo sulle labbra perché incapaci di reagire ai loro persecutori . Una notte… uno schiavo riferì a Mummo che sulla spiaggia ora chiamata – del castello – vi era un raduno di Cristiani e fra questi la figlia. Alla sconcertante rivelazione, Mummo fu preso dal furore e ordinò …che si andasse a catturarli e seguito dai soldati giunse sulla spiaggia ove era il raduno dei Cristiani, i quali seduti su grosse pietre, intorno al fuoco, ascoltavano un vecchio che parlava con fervore della nuova fede;  fra questi il feroce persecutore scorse sua figlia con accanto un giovane pescatore innamorato di lei. Come per annunziare l’imminente sventura, la brezza cessò di spirare, tacquero tutte le voci della notte e in cielo si videro volteggiare i pipistrelli. All’improvviso i soldati piombarono sui Cristiani che non si difesero, solo il giovane pescatore spinto forse dall’amore per la fanciulla, tentò di opporsi a quei bruti, ma cadde trafitto da cento lance …la fanciulla… allora invidiò la sorte dei compagni di fede e …sentiva che la vita non le interessava più, da quel momento…la sua bocca non avrebbe fatto altro che pregare Cristo perché la chiamasse a se…poi con gli occhi fuori dalle orbite, inoltrandosi in mare, chiamava disperatamente il suo pescatore…intanto l’acqua le copriva le spalle…Ma ecco che il cielo tuonò e una tempesta si scatenò all’improvviso…i cavalloni trascinarono la sventurata verso gli scogli…e si tinse di rosso la schiuma del mare…Mummo urlò: Dio dei Cristiani, dov’è la tua giustizia…se hai fatto morire mia figlia che credeva al tuo trono…tu sei il più ingiusto degli dei, che Plutone possa imprigionarti nell’averno! In quel momento…un fulmine…sfiorò Mummo pietrificandolo…il giorno dopo, i contadini Viestani passando per la spiaggia videro due morti vicini, notarono anche la strana roccia…e intuirono la tragedia. D’allora chiamarono quella roccia “Pizzo Mummo”…simbolo di quella giustizia di cui noi uomini siamo soliti dubitare.”

Un antica leggenda quindi , precedente a quella che oggi ci tramandiamo, antica di duemila anni se vogliamo far fede al suo periodo storico e sopravvissuta fino agli anni ’50. Riassumendo, abbiamo da una parte la leggenda del Pizzo Mummo, un articolo di un giornale locale, il racconto di mia nonna; e dall’altra la leggenda di un mare con sirene feroci contro due amanti che si incontrano ogni cent’anni, raccontata da un bergamasco, un’americana e un antiquario di Milano e nel bel mezzo gli anni ’50 e il boom turistico: crocevia di forestieri e ambizione Viestana alla modernità. La somma delle parti ha creato la leggenda di Pizzomunno amante di Cristalda, la fanciulla di Vieste, ma forse veniva dal mare perché il suo nome è completamente estraneo alla nostra tradizione o più probabilmente era Cristiana e nei vari passaggi orali è diventata Cristalda e le cento lance sono diventate cent’anni ; oppure possiamo avanzare un ipotesi ancora più azzardata, che qualcuno abbia fatto confusione con la leggenda salentina di Leuca, feroce sirena , colpevole della pietrificazione di due amanti.  A noi conviene fare come il Melillo e lasciare le cose come stanno poiché pur scegliendo il lieto fine che più ci aggrada , il Pizzomunno resterà  per sempre immobile sulla spiaggia del Castello ad ascoltare dall’alto le sue mille leggende .1930

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“La suicida del Gargano”

Sulla rivista Poliorama pittoresco nel 1836, Antonio Fazzini, nipote di Lorenzo Fazzini, riporta la leggenda Viestana della pietra dell’innamorata ubicata sotto la Ripa, racconta di averla sentita da un nocchiero, nello specifico il capitano della nave che da Manfredonia lo portò fino a Vieste, la sua città natale, sulla rivista venne pubblicato il canto in rime della leggenda dal titolo “la suicida del Gargano”, intonato nel viaggio dal nocchiero.arrigo e angelina

La storia ha come protagonista una fanciulla di nome Angelina,  figlia di un barone di Vieste, comandante del Castello, orfana di madre, era dotata di una straordinaria bellezza e di altrettanta generosità verso i meno fortunati. Conobbe un giovane di nome Arrigo, umile di origini ma il padre di lei andava dicendo in paese che avrebbe preferito vedere la figlia senza vita piuttosto che sposa ad un vassallo, il barone fiero della sua discendenza nobile la voleva maritata ad un Signore di una terra vicina. A quei tempi  Vieste soffriva ancora delle incursioni turchesche e l’Università (la giunta comunale) insieme con le forze del Barone aveva costruito una piccola armata di cinque barche per contravvenire agli attacchi dal mare. Arrigo, l’amato di Angelina, comandava quelle navi, il giovane era in verità stimato tra la popolazione poiché suo nonno omonimo aveva messo in fuga il terribile Dragut, purtroppo dopo che aveva già messo a ferro e fuoco tutto il paese, e suo padre aveva perso la vita per  salvare dalle galee di Dragut,  una vedova e i suoi tre figli. Un nove Maggio mentre tutto il paese festeggiava la sua adorata Madonna, la popolazione scorgeva in mare in lontananza un imbarcazione, l’andamento della barca era sospettoso e i cittadini realizzarono che non poteva che trattarsi di navi nemiche, la gente si mise in protezione e subito fu allertato Arrigo e con le vele spiegate la sua flotta prese il mare. Sbucarono dalle rocce di Puntarossa tre grandi navi turche e immediatamente attaccarono con i cannoni Arrigo e la sua flotta, al rombo del combattimento  improvvisamente si unirono  tuoni  e saette e un uragano di inaudita potenza si abbatté sul mare, la incessante pioggia e l’impossibilità di poter assistere a ciò che succedeva,  fece rintanare la gente nelle case, solo Angelina rimase sul tetto del Castello ad aspettare il ritorno del suo amato. Improvvisamente un fulmine cadde su di una quercia vicina al Castello, di rimbalzo colpì Angelina e preso fuoco il suo vestito, la poveretta si ustionò tutto il corpo dal braccio in giù. I servi,  udite le urla, accorsero in aiuto e la portarono nel Castello, Angelina si svegliò il giorno dopo e aveva un solo pensiero: era tornato Arrigo e la avrebbe ancora amata con il corpo ustionato? Arrigo e la sua flotta non erano tornati. Un giorno un pellegrino di ritorno dalla terra santa raccontò ai contadini che Arrigo e i suoi compagni erano stati vinti e imprigionati dai Turchi e portati in Oriente, Arrigo avrebbe rinnegato la sua fede e convertitosi, avrebbe sposato una donna araba. Angelina udita la terribile notizia non si dava pace, l’uomo che aveva amato tanto da rinnegare suo padre, tanto da perdere la sua bellezza per guardarlo dal castello, come aveva potuto dimenticarsi di lei? Troppo era la sofferenza di Angelina e la fanciulla decise di togliersi la vita gettandosi dall’alto della rupe, giù alla Ripa. Il giorno del funerale di Angelina, tornò Arrigo, udito le tristi campane, chiese ad un pescatore quale cittadino fosse passato a miglior vita e quello stravolto dalla visione del giovane, imprecò contro il suo ritardo. Arrigo si allontanò e mai più nessuno lo vide, i pescatori lamentavano una barca mancante e pensarono che il giovane avesse preso il mare, ma nelle notti tempestose  spesso vedevano un ombra piangere sulla pietra che aveva costato la vita ad Angelina. La pietra sotto la ripa, ha una forma particolare, come se fosse stata schiacciata da un peso ed è da tempo detta la pietra dell’innamorata.

La pietra dell’innamorata sotto la ripa

Sulla rivista, correda il racconto un suggestivo disegno di Arrigo e Angelina alla ripa,

Angelina e Arrigo, ritratti dal pittore vastese dell’800 Filippo Molino per la rivista “Poliorama pittoresco”

ritratto del pittore Vastese dell’800, Filippo Molino, incisore per l’illustre periodico semestrale “Poliorama pittoresco”, autore dei frontespizi dei volumi, ma realizzatore anche molti disegni a corredo di articoli di illustri letterati del tempo, dimostrando una grande finezza ed una elevata padronanza della tecnica. Il Molino è anche l’autore di un noto ritratto di Lorenzo Fazzini.lorenzo Fazzini