I Trabaccoli

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1903, trabaccolo alla punta della banchina

Erano delle imbarcazioni molte diffuse nell’Adriatico dal 1800 fino agli anni’60, nati come velieri si dotarono di motore ausiliario e avendo una stiva molto ampia, capace di trasportare fino a 150 tonnellate, oltre alla pesca, erano usati soprattutto per il trasporto. Caratteristiche erano i suoi due alberi con ampie vele, colorate uniformemente in giallo ocra o mattone, e la sua ampia prua sulla quale c’erano sempre due occhi in rilievo, che identificavano l’armatore. La lunghezza era variabile dai 12 ai 20 metri e l’equipaggio

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Il trabaccolo Giovanni Pascoli, al museo della marineria di Cesenatico, fu operativo nel trasporto verso verso la Dalmazia dal 53 al 60 a Vieste

era formato da 4 fino a 5 uomini. Fino al 1943 a Vieste erano mezzo principale per il traffico marittimo con la costa opposta, soprattutto la Jugoslavia e in particolare con le città della Dalmazia, e con il nord dell’Adriatico, come Trieste e Venezia, trasportavano la nostra frutta, principalmente gli agrumi, molto richiesti, ma non mancavano i meloni e le carrube, i cotogni (mele) e la melagrana, che erano molo richiesti; quando erano ormeggiati nei porti, diventavano dei veri e propri mercatini e vendevano anche frutta al minuto, oltre all’ingrosso.

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1943 il trabaccolo Salvatore a Novigrad, sul molo l’equipaggio, davanti Calderisi Giulio, Dimaso Pasquale, De Maria Mario, una bambina, il capitano Francesco Di Biasedetto Barbanera; dietro Calderisi Matteo e Candelma Girolamo. Si nota chiaramente che trasportava legna da Vieste.

Dalla Dalmazia i nostri trabaccoli tornavano sempre con qualche prodotto tipico di quella regione, come l’asinello “dalmazzese” una razza particolarmente piccola di statura, non mancava il contrabbando dal momento che Zara era porto franco, come il caffè, Il tabacco “Barba del Sultano” e il liquore. Erano necessarie circa 24 ore per raggiungere Zara da Vieste e a Zara viveva una vera e propri comunità di Viestani di circa 100 persone, erano imparentati con gli equipaggi dei Trabaccoli. Dopo la seconda guerra mondiale, la Jugoslavia divenne di regime comunista e la nazionalizzazione dell’attività economica, nonché la mancanza di quotazione ufficiale della moneta, chiuse le frontiere al traffico con le altre nazioni: fu l’inizio della fine dei Trabaccoli.

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Il trabaccolo Salvatore a Zara, 1935, l’equipaggio da sinistra: Giacomo Caizzi, N.Id., un bambino, Pasquale Scala, Felice Uva con il melone in mano, erano molto richiesti i nostri meloni a Zara.

Iniziarono il trasporto di legna da ardere e corteccia di Pino con le altre città dell’Adriatico, soprattutto Chioggia e Venezia, ma la merce trasportata non fruttava un considerevole guadagno, e soprattutto la concorrenza del trasporto via terra era più pratica e meno costosa, così i suoi equipaggi iniziarono ad impiegarsi sui piroscafi o cambiarono professione e il Trabaccolo divenne un’imbarcazione obsoleta.

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Il trabaccolo San Domenico

A Vieste, negli anni d’oro dei trabaccoli erano attivi: il Cromo, il S.Domenico dei F.lli Pecorelli “Cazzaridde” , il S. Giuseppe di Patrone Gaspare “Gascparre”,( raro proprietario unico con licenza di Patrone marittimo) il Salvatore di Giacomo Guzzi “Paskalotte- Giachomuzze” (affondato nel porto di Chioggia), il S.Maria di Corsignana poi Pietre Nere di Francesco e Nicola Gimma e Vincenzo Mastromatteo, Il Profeta, il Giovanni Pascoli, il Giuliano Pola, il Zivolo, poi M.Assunta dei F.lli Uva “ze mattej, cenzenelle, cejuzze” il S. Giorgio di Stefano Ragno “Gnuche, Gnuche” il Colombo di Gaetano Candelma “Badoglio” , la Bella Maria di Paolo Lombardi “Pavlucce”, il Luigina di Giannicola Ruggieri.

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1954, Il Sindaco Francesco Manzini sul trabaccolo “Il Profeta” , davanti si notano i tipici occhi che contraddistinguono l’armatore

Ma come funzionava la proprietà? A quote dette Carati, solitamente una intera proprietà era di 24 Carati, quote che si vendevano ad amici, parenti o commercianti, il fondo cassa per comperare la merce da esportare si chiedeva ai commercianti locali che poi venivano pagati al ritorno, quando si divideva il guadagno, tolte le spese, tra i marinai e i proprietari, molto spesso non era un lauto guadagno, ma bastava per avere da mangiare e a quei tempi era il necessario, chi aveva la fortuna di portare soldi sufficienti a casa, pensava a far studiare i figli, per un futuro migliore, non si pensava mai di farli diventare pescaori, molti professionisti viestani sono i figli e nipoti di trabaccolisti, come i Chionchio, Ruggieri, Ragno, Pecorelli,…

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Gennaio 1956, Trabaccoli nella furia della tempesta

 

 

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Sante Naccarati

CatturaVogliamo ricordare nel giorno della sua nascita il nostro concittadino Sante Naccarati, uomo generoso e stimato dal nostro paese, ma sicuramente oggi sconosciuto alla maggior parte dei Viestani. Nacque a Vieste il 5 Marzo del 1887 da Francesco Paolo e Imperatrice Piracci, dimostrerà fin da piccolo una mente brillante e dedita allo studio, si laureò a soli 22 anni in Medicina e Chirurgia presso la regia università di Napoli, in seguito visiterà i più importanti ospedali d’Europa, frequentando corsi di specializzazione in Francia e in Germania. Nel 1913 emigrò in America e a New York conseguirà l’abilitazione professionale di Medico e Chirurgo, scelse di prestare servizio militare in qualità di Medico di campo in Europa e al termine del primo conflitto prestò servizio presso la Croce rossa italiana e successivamente per quella Americana. Si specializzò in seguito in Criminologia a Roma e in Neuropatologia in America. Per ben 15 anni sarà direttore dell’Istituto Neuropatologico di New York, meritandosi una grandissima considerazione nel campo scientifico attraverso le sue innumerevoli pubblicazioni e conferenze sulla neuropatologia, in particolare sulla relazione tra emozioni e neuroni, ma soprattutto sulle encefalite epidemiche e sulla relazione scientificamente provata tra scarse condizioni igieniche e debolezze di costituzione che lo porteranno ad interessarsi alle precarie condizioni di Vieste, causate dalla mancanza di un sistema fognario e di bonifica dei pozzi malarici. Sono veramente incredibili i continui studi di specializzazione del Naccarati e nel 1920 tornato in Italia, conseguirà una seconda laurea presso la regia università di Roma in Scienze naturali ed una terza in Filosofia presso la Columbia University in America. Ogni anno dedicava il suo mese di riposo a Vieste, ma in verità non era affatto un mese di vacanze, presso la sua abitazione (oggi Via Sante Naccarati) allestiva un vero e proprio studio medico, prestando assistenza medica gratuita ai poveri, donando medicinali e aiuti finanziari ai meno abbienti. Nel suo testamento lasciò al Comune di Vieste i proventi di due polizze assicurative stipulate in America, specificando che il loro importo dovesse essere impiegato per la realizzazione di una scuola secondaria Tecnica o Ginnasiale da intitolare a suo nome e per la realizzazione di una rete fognaria, sicuramente il Naccarati aveva intenzione di donare un importo cospicuo con l’obiettivo di rendere Vieste una cittadina moderna e un ambiente igienicamente sano, purtroppo dopo solo due anni dal suo testamento, fu vittima di un incidente d’auto a Sulmona era il 12 Agosto del 1926. L’importo totale del lascito ammontava a circa 40.000 dollari, l’esecutore testamentario, suo cugino Sante Piracci e l’amministrazione comunale , si dedicarono con non poche difficoltà al recupero della somma, la quale al cambio risultò essere pari a 505.088 Lire, importo che poté coprire solo la metà della spesa necessaria per la costruzione della fognatura cittadina, la quale sebbene iniziata nel 1933, sarà completata solo negli anni 60; mentre l’importo non fu sufficiente per la creazione di un corso di studi superiori come raccomandato dal Naccarati. 12476435_1755602651328642_602719049_nLa città di Vieste comunque ricordò sempre con stima questo generoso concittadino e una lapide sarà affissa sull’abitazione dell’illustre medico Viestano, oggi Via Naccarati costeggia l’abitazione che gli ha dato i natali, ma fino agli anni ’60 viale Naccarati era per la popolazione il corso principale della città, oggi viale Marinai d’Italia.

Don Antonio Spalatro

Nasce a Vieste il 2 Febbraio del 1926, Don Antonio Spalatro, già da piccolo mostra una chiara propensione per la preghiera e presto sarà guidato verso il sacerdozio dal prete viestano Don Salvatore Latorre. Non ancora dodicenne entra nel seminario di Manfredonia e successivamente prosegue gli studi liceali e teologici nel seminario regionale di Benevento, venne ordinato sacerdote nella Cattedrale di Vieste il 15 Agosto del 1949 e il 26 Novembre del 1950 gli venne affidata la parrocchia nascente del  SS.Sacramento. CatturaDon Antonio Spalatro considerava l’umiltà una virtù fondamentale del Sacerdozio, dalle pagine del suo diario emerge sovente la battaglia interiore che combatteva contro la suggestione dell’orgoglio e della superbia e si imponeva dei propositi per vincere gli ostacoli che lo potevano allontanare dall’amore verso Dio: scegliere sempre l’ultimo posto, non avere la pretesa di piacere, di essere migliore degli altri “umiltà Gesù. Voglio umiltà che mi fa mettere sotto di tutti: se non arriverò a questo voi non vi abbasserete sulla mia povera persona per curarla (19 Gennaio 1948), era convinto che come Parroco doveva dare il buon esempio, i fedeli dovevano vedere che il loro parroco era santo, doveva  essere lui la testimonianza di quanto sia bello conformarsi sempre più al Signore. Nel 1954 nella sua parrocchia crolla un palazzo, Don Antonio è il primo ad accorrere per mettere in salvo le persone intrappolate nei ruderi, la gente lo vede con al veste nera, presto imbiancata dalla polvere, impegnato in un intenso lavoro di aiuto. Era un parroco sempre per la strada, nel suo apostolato amò la povera gente, andava alla propria casa non per aiutare i suoi, ma per portare via anche quel poco che hanno a vantaggio di chi ne ha più bisogno, passava da una famiglia all’altra a portare un consiglio, un aiuto materiale;

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Don Antonio Spalatro davanti alla Chiesa del SS. Sacramento

con una bicicletta o con la Lambretta divorò le distanze anche per celebrare e predicare in mezzo agli operai.  La parrocchia diventa presto il centro di formazione e di vita spiritual, grazie alla costruzione di un piccolo Oratorio, accanto alla Chiesa parrocchiale e iniziò così anche l’attività catechistica. Il suo anelito alla santità lo aveva fornito del dono della profezia, aveva chiaramente avvertito che il tempo a disposizione non era lungo e sentiva che era tanto il lavoro da fare e poco il tempo a disposizione, nel 1954 è costretto a lasciare la sua parrocchia per ricoverarsi e in soli tre mesi quella febbre reumatica contratta nell’infanzia e mai curata, lo porta alla morte a soli 28 anni, era il il 27 Agosto 1954, durante i suoi 5 anni di sacerdozio sentì forte la paternità per tutta una parrocchia, ed il popolo alla morte di chi gli fece da padre, pianse forte da figlio riconoscente.

Nel 2010, è stata iniziata la Causa di Beatificazione e Canonizzazione di Don Antonio Spalatro

Germina Donofrio e il suo salvataggio dal naufragio dell’Andrea Doria

L’Andrea Doria era un transatlantico Italiano, era considerata la più bella e sicura nave dei natanti italiani per il trasporto passeggeri dall’Italia all’America, era famosa per i suoi interni di lusso. Varata nel 1951, nel 1956 era alla sua 50esima traversata, era partita il 17 Luglio dal porto di Genova per la solita traversata di 9 giorni per  New York. Tra i 1134 passeggeri c’erano due Viestane,  la diciannovenne Germina Donofrio, accompagnata dalla 41enne Celeste Caputo.  Germina era la maggiore di 4 figli, i suoi  genitori erano emigrati a Detroit da svariati anni e 4 mesi prima, lei con sua madre Antonietta e i suoi due fratelli Michele di 12 anni e Giuseppe di 3, erano tornati per l’ultima volta a Vieste, suo padre calzolaio con suo fratello Vincenzo di 17 anni erano rimasti a Detroit per portare avanti l’attività . Germina tornava prima di sua madre in America poiché non poteva mancare al matrimonio di una sua amica, la madre l’aveva fatta accompagnare dalla sua amica Celeste Caputo, poiché non stava bene che una così giovane e bella ragazza viaggiasse da sola. Alle 23.09 del 25 luglio 1956, l’Andrea Doria aveva da poco passato il faro dell’isola di Nantucket, e le due donne stavano guardando il film western foxfire nel lussuoso salone della cena, quando all’improvviso udirono un boato, le luci sfarfallarono  e poco dopo la nave s’inclinò leggermente, le donne pensarono che fossero giunti a destinazione e decisero di affacciarsi sul ponte, furono sorprese da una nuvola di vapore e una massa di passeggeri, alcuni ancora in tenuta da notte, che era uscita dalle cabine. Nell’agitazione generale si sentiva la gente chiedere da ogni parte cosa fosse successo,  si accesero gli altoparlanti e una voce maschile disse “state calmi!”, per una svista del personale, gli altoparlanti furono lasciati accessi e i passeggeri ascoltarono attoniti quello che stava avvenendo nella cabina di comando, un caos di rumori e  voci,  tra le quali poterono capire le parole “collisione” e “affondamento”, i passeggeri furono presi dal panico, in quella ressa alle due donne non restò che aggrapparsi al primo appiglio utile, restarono in quella posizione per 3 ore,  la nave nel frattempo si inclinava sempre più verso l’oceano e diventava più difficile tenersi per non scivolare nel mare buio sotto di loro. Germina e Celeste piangevano e pregavano per la loro salvezza quando da lontano videro una scialuppa di salvataggio avvicinarsi e presto una corda permise alle due donne di raggiungerla : erano salve! ben presto realizzarono che erano state salvate dalla Stockholm il transatlantico svedese che aveva speronato l’Andrea Doria, aveva la prua rinforzata per affrontare la navigazione in mari ghiacciati, ma proprio quella prua ora era spezzata a metà, era entrata per ben nove metri sul lato dritto, sotto il ponte di comando dell’Andrea Doria e il transatlantico italiano dopo un’agonia durata undici ore, affondò alle 10.09 del 26 luglio 1956, aveva a bordo 1134 passeggeri e 572 persone di equipaggio, non poteva usare le proprie scialuppe di salvataggio poiché erano sul lato inabissato, ma i soccorsi furono celeri ed efficienti, ciò nonostante ci furono  44 morti sull’Andrea Doria e cinque sullo Stockholm. Germina e Celeste erano state fortunate a non trovarsi nelle cabine al momento della collisione, rimasero un giorno e mezzo sulla Stockholm, poiché era stato dato l’ordine a tutte le navi in vicinanza della Doria di rimanere in soccorso fino all’affondamento della nave, con la speranza di salvare tutti i passeggeri. A bordo della Stockholm, Germina spedì un telegramma al padre  con un’unica parola “Saved” (Salve), ma Germina ancora non poteva sapere che il padre la sera del 25 Luglio aveva avuto un infarto e ora lottava per la vita in ospedale. Arrivata a Detroit, il medico che seguiva il padre le disse di chiamare immediatamente la madre perché suo marito avrebbe potuto non farcela, Germina fece la chiamata transatlantica per dare la buona notizia della sua salvezza alla madre e con coraggio le disse delle condizioni del padre. Sua madre Antonietta a Vieste, apprese che purtroppo non c’erano  transatlantici in partenza per l’America e a quel tempo non esistevano aerei  intercontinentali e pensò che l’unica cosa che potesse fare era pregare, si avviò verso la cattedrale, voleva andare a pregare la Madonna di Merino. La gente a Vieste sapeva di Germina sulla Doria e quando videro passare Antonietta, incominciò ad affacciarsi alle finestre, ad uscire in strada per chiedere ad Antonietta notizie: “mia figlia è salva, ma sto andando a pregare per mio marito che ha avuto un’ infarto e ora lotta per la vita”. La voce si diffuse e presto Antonietta fu seguita da una folla, la cattedrale era gremita di gente e tutti pregarono, si ringraziò per la salvezza delle due donne viestane e si pregò la Madonna per tutti i passeggieri della Doria e per il marito di Antonietta.  Passarono quattro settimane, quando arrivò la notizia che il transatlantico gemello della Doria, il Cristoforo Colombo sarebbe salpato la mattina dopo da Napoli, Antonietta aveva solo 10 ore per arrivare a Napoli, per un viaggio che allora comportava 7 ore, tutto il paese si adoperò per trovarle un passaggio il più veloce possibile per Napoli. Le preghiere avevano sortito il loro scopo e il padre di Germina ben presto si riprese e tutta la famiglia si ritrovò riunita e salva in America . Il racconto della storia di Germina è stato riportato nel libro “Alive on the Andrea Doria!: The Greatest Sea Rescue in History” , l’autrice Pierette Domenica Simpson, le ha dedicato un intero capitolo dal titolo “Prayers from Vieste” preghiere da Vieste.

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